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Uno studio di Morningstar mostra che l’elevata concentrazione amplifica la dispersione dei rendimenti e i drawdown, rendendo cruciale la selezione nei fondi più ‛audaci’. Ma sul lungo periodo sono le strategie a esposizione distribuita a offrire risultati stabili e sostenibili
Nell’era dei ‛Magnifici Sette’, quello della concentrazione è diventato un tema impossibile da ignorare. Un dato significativo in tal senso è il seguente: a fine 2025 il peso di questi sette titoli nell’indice Morningstar Global Target Market Exposure superava il 22%, più dell’esposizione combinata dei sette maggiori mercati non statunitensi. Ma cosa significa tutto ciò per chi seleziona fondi? Un nuovo studio di Morningstar intitolato ‛Bold Portfolios: Are They Worth Their Risks?’ getta luce sul fenomeno, proponendo una misura alternativa e innovativa per quantificare l’levata esposizione a pochi asset nei portafogli equity. La mitologia della gestione attiva ha spesso bisogno di un eroe: lo stock picker, il manager controcorrente. Ma nel mondo reale, l’audacia non batte sempre la prudenza.
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Lo studio
Di norma, gli investitori valutano la concentrazione di un portafoglio con metriche semplici e intuitive come il peso delle prime dieci posizioni o il numero totale di titoli detenuti. Sono indicatori di facile interpretazione, ma raccontano solo una parte della storia. Ecco perché abbiamo adottato un approccio più articolato e costruito un indice composito a partire da sei variabili, organizzato in tre componenti equi-pesate: concentrazione a livello di singolo titolo, concentrazione a livello di settori e industrie, concentrazione basata sui rendimenti dei titoli azionari e le loro correlazioni. Combinando più dimensioni complementari in un’unica misura, cerchiamo di fornire una lettura più informativa di qualsiasi metrica isolata. Un approccio multidimensionale che consente di individuare sfaccettature del fenomeno che le metriche tradizionali non riescono a cogliere e che spesso emergono solo quando è troppo tardi, influenzando il rendimento. In altre parole, il punteggio di concentrazione offre una fotografia più completa di questa fonte di rischio. L’analisi si basa poi su un campione di quasi 6mila fondi ed ETF domiciliati in Europa, focalizzati sulle azioni large cap globali, statunitensi, dei mercati emergenti ed europee, nel decennio concluso a settembre 2025.
Gestione attiva e selezione salgono in cattedra
Dallo studio emergono alcuni spunti interessanti. Innanzitutto, la concentrazione non è di per sé né buona né cattiva ma generalmente porta a esiti più estremi. I fondi esposti a pochi titoli mostrano una dispersione dei rendimenti più ampia e drawdown più accentuati, creando quindi un divario maggiore tra vincitori e perdenti. L’implicazione è che, in questi casi, le capacità di selezione del gestore diventano particolarmente decisive. Senza un chiaro vantaggio competitivo, un portafoglio molto concentrato è semplicemente più rischioso. La diversificazione resta quindi il solo pasto gratis negli investimenti: i fondi più diversificati sono spesso più facili da tenere in portafoglio nel tempo e riducono il rischio di escludere quei pochi nomi che, in alcune fasi, trainano i ritorni del mercato.
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Il caso dei fondi growth
Con la leadership di mercato sempre più dominata da un ristretto gruppo di mega‑cap, i fondi orientati alla crescita mostrano oggi livelli di concentrazione sensibilmente più elevati. Queste strategie, infatti, tendono a detenere un numero inferiore di titoli e a presentare inclinazioni settoriali più marcate. Un trend che si è intensificato dal 2020 in poi, con lo scoppio della pandemia e il nuovo regime dei tassi che hanno accresciuto le correlazioni interne alle segmento, comprimendo meccanicamente i rapporti di diversificazione.
Deviazione dai rendimenti medi di categoria

Fonte: “Bold Portfolios: Are They Worth Their Risks?”, Morningstar, gennaio 2026
Il ruolo dei costi
Sul fronte dei costi, i comparti più concentrati presentano in media anche commissioni più elevate. Le maggiori fee hanno pesato sui loro rendimenti. Nello studio mettiamo a confronto le performance dei prodotti più diversificati con quelli che invece lo sono meno. In sintesi, anche se il quadro è più sfumato, i dati dell’ultimo decennio suggeriscono che la diversificazione sia stata una strategia vincente. In questo periodo specifico, ad esempio, i fondi passivi hanno battuto in media quelli attivi. E poiché le strategie a replica tendono a essere più diversificate, è probabile che la dinamica abbia contribuito anche alla differenza di performance. Anche qui, però, occorre distinguere: è vero che gli ETF offrono generalmente una diversificazione più ampia ma anche i gestori attivi possono costruire portafogli ben diversificati, ad esempio attraverso approcci sistematici o multimanager.
Rendimenti cumulati per livello di concentrazione

Fonte: “Bold Portfolios: Are They Worth Their Risks?”, Morningstar, gennaio 2026
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