Dazi, guerre e squilibri stanno cambiando le regole del gioco per i portafogli obbligazionari. E l’ipotesi default USA non va esclusa. Da Daniele Bivona, gestore dei fondi AcomeA Performance e AcomeA Global Bond EUR Hedged, la ricetta della casa per cavalcare una trasformazione radicale
Daniele Bivona, gestore dei fondi AcomeA Performance e AcomeA Global Bond EUR Hedged
Banche centrali su strade diverse, incertezza politica ed economica, tensioni internazionali che impattano sui mercati finanziari. Dopo due anni sulla cresta dell’onda, i portafogli obbligazionari globali sembrano sul punto di dover essere ripensati radicalmente per offrire ancora rendimento agli investitori. Lo crede soprattutto Daniele Bivona, che da anni ha il polso di questo universo in quanto gestore di due fondi della categoria per AcomeA SGR. FocusRisparmio lo ha raggiunto per capire come vede l’evoluzione del segmento nei prossimi mesi e quali strategie metterà in campo la casa di gestione italiana.
Il 2025 si è contraddistinto per tanti saliscendi delle quotazioni. In quale fase del mercato ci troviamo oggi?
L’annuncio dei dazi fatto da Donald Trump durante il cosiddetto ‘Liberation Day’ ha innescato un repricing violento non solo per il mercato azionario americano ma anche per i governativi. E, a differenza di crisi precedenti, il movimento non si è fermato sui settori direttamente colpiti ma si è esteso anche a titoli che avrebbero dovuto beneficiare del contesto di risk-off: primi tra tutti, i Treasury. La situazione è apparentemente contraddittoria, con i rendimenti nominali che salgono mentre i break-even restano stabili e i tassi reali si muovono al rialzo per raggiungere il 2,7% a 30 anni. Il mercato sta insomma iniziando a dubitare della funzione rifugio del T-bond e della sostenibilità del debito americano: la curva non protegge più, la duration difende meno e il dollaro ha perso parte della sua funzione stabilizzante.
Che ruolo giocano le banche centrali in questo quadro e cosa si aspetta?
Nel Vecchio Continente, la Banca centrale europea ha margine per una discesa ordinata dei tassi verso l’1,5%-1,75% entro metà 2026. Un’inflazione in calo e un’economia moderatamente debole le donano infatti una certa libertà di manovra. La Federal Reserve, che pure potrebbe essere costretta a tagliare più di quanto il mercato stia prezzando, è fortemente condizionata da fattori come il contesto politico e il rischio fiscale o anche una struttura di debito ormai percepita come insostenibile. Ed è proprio su questo binomio che sembra concentrarsi anche il mercato valutario, con il cambio euro-dollaro che ha ampiamente archiviato la rottura di 1.05 registrata a inizio anno ed è riuscito a rafforzare il suo apprezzamento nonostante la debolezza macro e la frammentazione politica europea.
Ha parlato di Treasuries. Quale traiettoria si immagina per questi strumenti e come cavalcarla?
I tassi reali ultra long restano oltre il 2,7 %, un’anomalia se si considera che la crescita rallenta e l’inflazione rientra ma anche il segnale che i dubbi sull’inflazione hanno lasciato il passo ai timori per la sostenibilità fiscale e geopolitica degli Stati Uniti. È il sintomo di un equilibrio sempre più incrinato, con gli USA che continuano a collocare debito record mentre irrigidiscono i rapporti industriali nei confronti di Pechino e dell’UE. In questo contesto, il vecchio meccanismo Treasury-riskoff e dollaro forte funziona meno: le curve si sono impennate, gli Asset Swap Spread si allargano e la duration USA non protegge più come in passato.
E come inquadrate il rischio di una crisi debitoria per gli USA? Si tratta di un’eventualità concreta o sono solo speculazioni?
Dopo aver garantito per decenni stabilità monetaria e sicurezza globale, gli Stati Uniti stanno effettivamente cercando di spostare l’onere sugli altri Paesi occidentali. Il rischio è uno shift strutturale negli equilibri geopolitici e finanziari rispetto al quale non si potrebbe del tutto escludere un default mascherato: emissioni centenarie, obblighi di acquisto per fondi pensione, tassazione su dividendi e interessi esteri eccetera. Non ci sembra forzato trovare un parallelismo storico con il 1971, quando l’uscita di Nixon dal Gold standard portò il dollaro a cedere il suo ruolo di valuta di riserva e inaugurò un decennio di tensioni globali che solo la cura shock di Paul Volcker riuscì a sanare. In tale contesto, stimiamo un fair value sul decennale fra 4% e 5% con bias al rialzo finché non verrà ricostruita fiducia nel biglietto verde.
Ci piacciono i titoli inflation linked americani, in area 2051, che rendono in termini reali circa 2,7%: anche se l’impatto immediato delle tariffe di Trump dovrebbe essere inflazionistico, nel medio periodo crediamo infatti che il rallentamento della crescita potrebbe portare la Fed a tagliare più di quanto il mercato stia prezzando con impatto al ribasso sui tassi reali. Il posizionamento sulla parte lunga dei TIPS potrebbe però offrire un rendimento positivo anche in scenari meno chiari, come la continuazione della tendenza disinflazionistica o un inasprimento della politica monetaria USA. In questo secondo caso, ad esempio, gli strumenti in questione promettono di risultare meno vulnerabili agli aumenti dei tassi rispetto alle obbligazioni nominali e di offrire maggiore protezione agli investitori.
E in Europa quali opportunità vedete?
Dopo anni di compressione e rendimenti negativi, che hanno influenzato anche i prezzi, la parte lunga della curva sta tornando a offrire valore. I titoli a lunga o lunghissima scadenza, pensiamo ad esempio al trentennale tedesco o austriaco, hanno perso fino al 60% o al 70% del loro valore negli ultimi cinque anni. Oggi però scambiano su livelli molto bassi e con rendimenti finalmente appetibili, sia in relazione ai tassi in breve sia in relazione agli attuali livelli di inflazione. Riteniamo quindi la duration europea, soprattutto nella parte ultra long e core, una delle maggiori opportunità di investimento sul mercato obbligazionario insieme ai govies di quattro Paesi attentamente selezionati: Brasile, Colombia, Sudafrica, Messico. In particolare, la parte lunga e ultra-lunga del segmento core può offrire un profilo rischio-rendimento favorevole e asimmetrico anche in ottica difensiva di portafoglio. Al contrario, vediamo la periferia ancora vulnerabile a livello di fondamentali, soprattutto in considerazione di valutazioni poco interessanti o che non sono attraenti.
Qual è il vostro posizionamento rispetto ai mercati emergenti?
Le stesse considerazioni che ci portano a ritenere la duration europea, soprattutto nella parte ultra long e core, una delle maggiori opportunità di investimento sul mercato obbligazionario in questa fase valgono anche per i titoli di Stato di alcuni Paesi emergenti. Fra questi spiccano soprattutto quelli dell’area Latam, dal Messico al Brasile fino alla Colombia, e il Sudafrica. La più ampie scadenze dei governativi di questi Stati sono infatti in grado di offrire un profilo rischio-rendimento favorevole e asimmetrico anche in ottica difensiva di portafoglio. Vediamo invece la periferia del Vecchio Continente ancora vulnerabile da un punto di vista di fondamentali, soprattutto se guardiamo le attuali valutazioni che ci sembrano poco interessanti o che comunque non offrono un profilo di rischio-rendimento attraente.
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