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Secondo Mario Baronci, PM Multi Asset di Fidelity, l’attuale dominanza della politica fiscale consiglia un cambio di approccio. Meglio essere parsimoniosi con l’ottimizzazione, preferendo un’alternanza fra attacco-difesa nella costruzione del portafoglio. E per temperare la volatilità, focus sulle posizioni meno affollate
Non si tratta di geopolitica, né tantomeno di deglobalizzazione o di un’evoluzione inattesa dello scenario macro. Non c’entrano neppure bolle finanziarie o shock di altro tipo. La vera sfida dei prossimi anni per gli investitori è il passaggio dall’egemonia della politica monetaria al dominio della politica fiscale. Ne è convinto Mario Baronci, gestore Multi Asset di Fidelity, secondo cui i mercati sono tornati in un’era di instabilità e ora si proiettano verso un periodo in cui molti paradigmi che sembravano assodati vengono archiviati. A partire dal modo di costruire i portafogli, che necessita di un ritorno al passato.
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Cosa intende per dominio della politica fiscale e perché è così importante?
Fino al 2020, quello in cui si muovevano gli investitori era un contesto ciclicamente modellato dalle banche centrali: alla cronica carenza dal lato della domanda i policy maker ribattevano con il quantitative easing, mentre i mercati rispondevano in maniera uniforme e l’inflazione riguardava solo gli asset di investimento. Si trattava, insomma, di una stagione di omogeneità nelle risposte di politica monetaria e quindi di un terreno fertile per la gestione passiva. Con l’avvento del Covid, siamo invece passati all’instabilità e la palla è passata nelle mani dei governi: se prima le scelte di Fed e BCE modificavano il terreno di gioco in egual misura per tutti, oggi le iniziative pubbliche di natura fiscale (per compensare i danni causati dalla pandemia, i colli di bottiglia causati dalla guerra, la spesa per la difesa, la transizione energetica) si sostanziano nel destinare risorse solo ad alcuni operatori per tralasciarne altri. Una transizione che ha dato luogo ad ampi picchi di volatilità e modificato le classiche correlazioni tra asset class, riportando in auge lo stile di gestione macro.
In cosa consiste?
Gli scenari che si avvicendano con maggiore velocità, dalla deflazione all’inflazione transitoria fino al picco di crescita dei prezzi, causano variazioni delle correlazioni fra gli asset che impongono di costruire il portafoglio ‘per strati’. Si tratta, cioè, di un modo per adattarsi velocemente a repentini, differenti e talora imprevisti cambiamenti di scenario. Il nostro particolare stile inoltre prevede di accostare al portafoglio tradizionale, che mira a conseguire il rendimento atteso, un’allocazione difensiva con cui controllare il rischio: un portafoglio dalle caratteristiche simmetriche rispetto al primo, composto da asset class negativamente correlate all’equity e quindi positivamente correlate al rischio, ma anche un portafoglio che poco convenzionalmente continui a comprare quando il mercato sale e non smetta di vendere quando il mercato scende. La gestione complessiva risultante si pone l’obiettivo di evitare perdite eccezionali, più che ricercare ritorni eccezionali.
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Un’impostazione che dunque rifiuta il concetto di ottimizzazione. Come mai?
L’ottimizzazione si giova di correlazioni stabili e soprattutto si rivolge al passato. Se gli scenari si avvicendano, si rischia di costruire il portafoglio migliore per quello appena concluso. Lo sguardo è rivolto invece al futuro incerto e non più al passato omogeneo: chi si limita a essere ‘data dependent’ ha sempre ragione ma è sempre in ritardo, mentre chi invece si prepara a risvolti inaspettati può sbagliare ma è sempre in controllo.
Quali asset class preferire per l’una e per l’altra componente?
Il punto è proprio questo: ogni asset class, a seconda della fase del ciclo in cui si trova il mercato, può rivelarsi a volte più appropriata per una strategia di attacco mentre altre per giocare in difesa. E un esempio calzante viene dall’obbligazionario governativo tedesco: ai tempi del crack di Lehman Brothers poteva essere sfruttato come strumento di difesa perché correlato negativamente con l’equity, oggi rappresenta un’opzione offensiva.
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Dove intravede le maggiori opportunità?
Bisogna evitare le posizioni affollate, come erano lo yen e i titoli tecnologici in agosto, e concentrarsi su quelle un po’ più lontane dai radar degli investitori. In questo momento, ritengo offra un buon margine di manovra il settore dei Reits ma le valutazioni convenienti rendono attrattive anche le small caps. Nell’obbligazionario ci sono infine opportunità nei Paesi emergenti, anche perché negli ultimi 15 anni il paniere delle valute di questo gruppo ha perso più del 50% del suo valore rispetto al dollaro: un’ottima occasione di ingresso, insieme al fatto che i tassi reali locali sono molto alti.
Com’è composto attualmente il vostro portafoglio?
Nella componente offensiva abbiamo sia titoli tecnologici che Reits, azioni low volatility, small caps e commodities: tutti settori in genere poco frequentati. Per la parte difensiva deteniamo soprattutto opzioni put sul mercato azionario americano, l’oro che continua ad apprezzarsi in scia alle tensioni geopolitiche ed il franco svizzero, da considerare un paracadute se la crisi dell’economia tedesca dovesse acuirsi e penalizzare fortemente l’euro.
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