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L’Osservatorio della società con Excellera fotografa un tessuto produttivo resiliente ma ancora troppo autofinanziato. Fortis (Edison): “Il nuovo made in Italy spiega la forza dell’Italia”. Banche e investitori spingono su finanza complementare e capitale permanente
Il sistema produttivo italiano si muove oggi lungo un equilibrio sottile: da un lato una fiducia diffusa, dall’altro una propensione agli investimenti ancora frenata da incertezza e autoreferenzialità finanziaria. È questa la lettura che emerge dall’Osservatorio presentato da Aldo Cristadoro, head of Intelligence di Excellera, al convegno di Anthilia Capital Partners Sgr dedicato al futuro delle piccole e medie imprese e agli strumenti finanziari per accompagnarne la crescita. Cristadoro insiste subito su un punto metodologico: le PMI non sono un blocco omogeneo ma un ecosistema stratificato. Introduce un indicatore sintetico, il PMI Growth Index, che assegna al sistema un valore di 53 su 100. Un dato che racconta di un equilibrio positivo ma tutt’altro che lineare.
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Un Italia a cinque velocità
Dentro questa media si muovono, infatti, almeno cinque Italie produttive diverse. C’è una componente ristretta ma dinamica di imprese “all’avanguardia”, circa il 17%, che investe e mostra capacità di adattamento competitivo. Accanto si sviluppa il grande corpo centrale delle aziende “in evoluzione”, mentre non è marginale la quota di realtà che faticano su marginalità e continuità. Eppure, il dato che più colpisce non è la segmentazione interna. “Il 90% degli imprenditori ci dice che ha fiducia nella propria organizzazione”, ha sottolineato Cristadoro, evidenziando una resilienza culturale che resta uno dei tratti distintivi dell’imprenditorialità. Questa fiducia, però, non si traduce in un ciclo espansivo di investimenti. Il 24% dichiara che non investirà nei prossimi mesi e un altro 21% si limiterà a interventi di mantenimento. La parte restante si concentra soprattutto su digitalizzazione e adeguamento tecnologico, mentre restano più deboli le scelte di crescita strutturale come ricerca e sviluppo o operazioni straordinarie.
Gli investimenti previsti

Fonte: Anthilia
Il contesto esterno
A pesare è soprattutto il contesto esterno, è stato sottolineato nel corso dell’evento che ha ospitato la presentazione. “Il 47% delle imprese ci dice che non investe perché il quadro macroeconomico le mette in difficoltà”, ha osservato ancora Cristadoro, aggiungendo che la complessità normativa e burocratica rappresenta un altro fattore decisivo insieme alla difficoltà o ai costi connessi con l’acceso al credito.
Barriere all’investimento

Fonte: Anthilia
Dall’interno all’esterno
Ma il quadro si complica quando si passa dal contesto all’interno dell’impresa. Qui emerge un tratto tipico del modello italiano: l’autofinanziamento. Il 36% delle aziende utilizza esclusivamente risorse proprie per sostenere gli investimenti e, sommando chi non investe affatto si, arriva a circa il 60% del sistema che non ricorre a capitale esterno. “Gli imprenditori sono abituati a fare da sé”, ha sintetizzato Cristadoro, descrivendo una cultura imprenditoriale ancora poco aperta a logiche di partnership finanziaria. Fattori critici, infine, governance e passaggio generazionale. In assenza di una pianificazione della successione, imprese solide sono le più esposte all’acquisizione da parte di capitali stranieri.
Le modalità di finanziamento degli investimenti

Fonte: Anthilia
Il nuovo “made in Italy”
È proprio in questo passaggio che l’analisi delle piccole e medie imprese si collega al quadro macro tracciato da Marco Fortis, direttore della Fondazione Edison: leggere l’economia italiana oltre la narrazione congiunturale. “Non dobbiamo farci ossessionare dagli shock di breve periodo”, afferma, richiamando l’attenzione su dinamiche strutturali che stanno ridisegnando le economie avanzate. Una di queste riguarda il rapporto tra crescita e demografia. “Nei Paesi sviluppati prodotto interno lordo totale si è appiattito sulla popolazione”, ha osservato Fortis, spiegando come il vero indicatore di benessere sia ormai il PIL pro capite. In questo quadro, l’Italia mostra una traiettoria meno lineare ma più resistente di quanto percepito. Un elemento chiave è il commercio globale, trasformato negli ultimi anni dalla crescita della Cina e dalla riorganizzazione delle catene del valore. Ma è proprio dentro questa trasformazione che Fortis introduce il concetto destinato a diventare centrale: un “nuovo made in Italy fatto di farmaceutica, cosmetica, occhiali, yacht, navi da crociera, alimentare e vino”. La chiave interpretativa diventa allora la diversificazione. “Su 5.000 prodotti del commercio mondiale”, ha sottolineato, “l’Italia è nei primi tre posti per surplus in quasi mille”. Da qui si arriva al punto di contatto con l’Osservatorio PMI: la questione non è soltanto la crescita, ma la continuità di questo modello. “Abbiamo diecimila imprese che competono ai livelli delle grandi economie avanzate”, osserva Fortis, e la vera sfida diventa quindi la loro tenuta nel tempo.
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Verso una nuova architettura del finanziamento
Il modello di finanziamento è perciò fondamentale. Il convegno ha ospitato esponenti politici ma anche una tavola rotonda tra banche, private banking e operatori del private capital. Stefano V. Kuhn, amministratore delegato di Banco di Desio e della Brianza, è partito da un dato strutturale: la centralità delle PMI nelle esportazioni italiane. “Il 46% dell’export è generato dalle piccole imprese”, ha ricordato, sottolineando come questo modello abbia retto anche nelle fasi più complesse dell’economia globale. Ma proprio questa forza, secondo Kuhn, oggi richiede un’evoluzione. “Dobbiamo passare a una fase di permanent capital”, ha affermato, indicando la necessità di strumenti capaci di accompagnare non solo la crescita ma anche la trasformazione proprietaria delle imprese.
E c’è la leva del capitale privato
Una riflessione condivisa anche da Paolo Vistalli, amministratore delegato e direttore generale di Cassa Lombarda, che ha posto l’accento sull’enorme massa di capitale privato presente nel Paese: “L’Italia è la seconda nazione al mondo per coefficiente di risparmio privato”. Secondo Vistalli, il private banking dovrà accompagnare gli investitori verso una maggiore esposizione all’economia reale e ai private market. È qui che si apre lo spazio per la finanza complementare.
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Il ruolo degli alternativi
Hermes Bianchetti, vicedirettore generale vicario di Banca Valsabbina, ha insistito sul ruolo degli strumenti alternativi e sulla necessità di accompagnare le imprese nella loro comprensione. “Non si tratta di sostituire il credito bancario ma di creare cultura e consapevolezza”, ha spiegato . La stessa logica è stata ripresa da Andrea Cuturi, consigliere delegato di Anthilia, che ha descritto un modello di collaborazione sempre più integrato tra banche o fondi e imprese. “Lavoriamo insieme con le banche e con le aziende per costruire soluzioni”, ha affermato, evidenziando come il private debt si stia consolidando come leva per sostenere le filiere più competitive del Paese.
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