Secondo l’outlook di Aipb, che accorpa e integra quelli dei gestori associati, l’inflazione calerà ma i tassi saranno tagliati solo a giugno. E la crescita resterà debole. Ecco la mappa dei rischi e delle opportunità. Ma, per il presidente Ragaini, “la bussola del settore punta ai bond”
Andrea Ragaini, presidente Associazione Italiana Private Banking
Con l’inflazione Usa che ha sorpreso in negativo i mercati, il timore che i tassi alti durino a lungo e la crescita economica globale si riveli modesta prende sempre più piede tra gli investitori. Compresi 18 degli asset manager membri di Aipb, le cui previsioni per il 2024 sono state sistematizzate e integrate nell’ormai consueto outlook annuale elaborato dall’associazione italiana delprivate banking. Un appuntamento che ha fornito al presidente Andrea Ragaini anche l’occasione per fare il punto sullo stato del settore e tracciarne prospettive. Con un certezza su tutte: la ricomposizione dei portafogli iniziata nel 2023 non solo proseguirà ma vedrà addirittura un trasferimento della liquidità a favore degli asset obbligazionari.
Si va il soft landing. Ma i tassi saranno rivisti solo a giugno
Per quanto riguarda l’andamento del Pil, il sondaggio evidenzia come i gestori si aspettino un atterraggio tutto sommato morbido: a fronte di una variazione della produzione stimata nell’intorno dell’1,5% a livello globale e del 2,7% per gli Usa, il 39% degli operatori dichiara infatti di aspettarsi una “crescita forte” mentre la recessione (lieve o profonda che sia) viene messa in conto solo dal 34% del campione. Più sfaccettata appare è la view sull’Europa, dove i rispondenti si dividono tra un 56% che parla di “espansione contenuta” e un 28% pronto invece a fronteggiare una “contrazione moderata”. E se Spagna o Grecia sono visti come i Paesi destinati a registrare i migliori risultati in termini individuali (35% di consensus), un mix di fattori congiunturali e strutturali dovrebbe penalizzare Francia e Germania ma anche l’Italia. Caso a parte quello della Cina, le cui stime sul 2024 recitano + 4,7%, che viene vista in crescita forte dal 44% dei gestori e moderata dal 33% nonostante le scorie della pandemia ancora da smaltire.
Mette invece d’accordo quasi tutta l’altra variabile macroeconomica all’attenzione dei mercati da un anno a questa parte: l’inflazione. L’attesa per l’anno in corso è infatti di un calo ulteriore, anche se alcune divisioni all’interno del campione emergono circa l’entità della variazione e il luogo in cui si verificherà: il 56% degli operatori si aspetta infatti che scenda sotto il 2,5% in Europa mentre il consensus riguardo gli Usa vede al 72% una stabilizzazione nell’intervallo 2,5%-3%. In ogni caso, la prospettiva condivisa dal 61% dei rispondenti è che il target delle banche centrali venga raggiunto non prima del 2025. Proprio riguardo le politiche di Federal Reserve e Banca centrale europea, la quasi totalità (94%) degli asset manager si dice convinta che abbiano raggiunto gli effetti desiderati: il 50% afferma però che è giunto il momento di allentare la stretta monetaria e posiziona il primo taglio dei tassi a giugno 2024, con il 67% che lo vede in Europa e l’83% in America, mentre la parte restante ritiene indispensabile mantenere il costo del denaro ai livelli attuali ancora per un po’.
Si tratta di previsioni che potrebbero apparire scontate se non fosse per il contesto in cui sono state formulate. Sviluppando un focus sui rischi che hanno spinto i gestori a propendere per uno scenario piuttosto che l’altro, il sondaggio Aibp ha infatti rivelato come la geopolitica si sia guadagnata il primo posto incontrastato. In particolare, allo stallo del conflitto russo-ucraino si aggiungono i timori di un’escalation tra Israele e Hamas. Senza contare le paure per una nuova fiammata dei prezzi come conseguenza degli attacchi degli Houthi alle navi in transito lungo il Canale di Suez, con il traffico commerciale nel Mar Rosso crollato del 40% negli ultimi due mesi e un +230% nel costo dei noli per la tratta Shanghai-New York. Della Cina, che rappresenta un’altra tra le principali fonti di apprensione oltre agli impatti di Pil (33%) e prezzi (28%), preoccupano invece la crisi del settore immobiliare locale (39%) e la prosecuzione di tensioni con Washington (28%). Credit crunch e credit event sistemici in stile Silicon Valley Bank non saranno tra i rischi più elevati: rispettivamente il 67% e il 56% degli operatori avranno infatti un basso impatto.
Fonte: Aipb
La fotografia dei portafogli: “Rotta sui bond”
Per quanto riguarda l’asset allocation, Ragaini ha avviato il suo ragionamento dalle prospettive di evoluzione dei redimenti. “Nel 2024 la curva dovrebbe tornare lentamente verso una pendenza positiva ma con ritmi diversi a seconda degli orizzonti temporali”, ha spiegato. Tradotto: mentre l’ipotesi di una riduzione dei tassi a breve è quotata al 72% negli Usa e all’83% in Europa, per quelli a lungo è largamente diffusa (61%) l’idea che rimangano stabili. Ecco perché la previsione del presidente è che sia il comparto obbligazionario a trarre maggiore beneficio dal contesto, potendo offrire alto rendimento cedolare ma anche guadagni in conto capitali quando i tassi caleranno.
Fonte: Aipb
Una dinamica che, sostiene Ragaini, “il portafoglio private è pronto intercettare, proseguendo il processo di ricomposizione già iniziato nel 2023”. E questo come riflesso delle scelte operate a valle dai gestori. Il numero uno di Aipb ha infatti sottolineato come proprio il reddito fisso veda un consenso generale di sovrappeso nei portafogli degli asset manager (82%), con rendimenti attesi tra il 5% e il 10% da oltre la metà del campione. In dettaglio, ha spiegato, “vengono privilegiate le obbligazioni investment grade (76%) e poi quelle governative (71%)”. A livello geografico, invece, gli Usa si confermano l’area di maggiore interesse (71%) mentre l’Europa li segue a diverse lunghezze di distanza (59%). “La vera novità è che la Cina chiude la classifica assieme al Giappone”, ha aggiunto il presidente, sottolineando come il Paese del Sol Levante sconti una politica monetaria ultra-espansiva a favore del mercato interno.
Sull’azionario, gli operatori consultati da Aipb esprimono una view neutrale nel breve mentre optano per il sovrappeso nel medio periodo (tra 12-36 mesi) in coerenza con i timori di recessione economica (78%) e di diminuzione degli utili delle emittenti (61%). “Un giudizio cauto”, lo ha definito Ragaini, che porta a una maggiore polarizzazione sui rendimenti attesi: compresi tra il 5% e il 10% per il 47% del campione e tra lo zero e il 5% per il 41%. Infine, per quanto riguarda gli stili d’investimento, c’è assoluta concordanza verso l’high quality (seguita dall’high momentum al 62%). A livello settoriale, gli unici ad avere un significativo giudizio di sovrappeso sono invece i comparti healthcare, pharma, sanità e diagnostica (57%). Ben anche la tecnologia (50%) e il settore bancario (46%).
Fonte: Aipb
In riferimento alla terza asset class di interesse, cioè i mercati privati, il parere dell’associazione e del suo numero è chiaro: “Gli investimenti vanno sovrappesati sia nel breve (44%) che nel medio termine (63%), in quanto il 21% si attende rendimenti superiori al 10% e la metà tra il 5% e il 10%”. In particolare, la survey evidenzia come siano da prediligere tre segmenti: private equity, private debt e infrastrutture (tutti al 54%).
Fonte: Aipb
L’indagine si chiude con una valutazione dei megatrend di lungo periodo, che potranno avere un impatto strutturale nell’economia mondiale. “Ai primi due posti troviamo temi legati alla transizione digitale”, è il commento di Ragaini, che ha fatto riferimento soprattutto al progresso tecnologico (reputato ad alto impatto dal 100% degli intervistati) e all’intelligenza artificiale (89%). Seguono il cambiamento climatico (72%) e l’invecchiamento della popolazione, mentre la transizione demografica si attesta solo al 61% e longevità addirittura al 44%. “Dal focus che ha riguardato l’effetto dei temi Esg nei prossimi anni, è la dimensione ambientale a restare al centro dell’attenzione: la transizione ecologica raccoglie il 76% dei consensi, l’efficientamento nell’uso dell’energia e delle risorse disponibili il 65% mentre l’economia circolare e la gestione dei rifiuti (53%).
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