Per Alessia Berardi di Amundi Investment Institute, la liquidazione del colosso real estate farà rallentare il Pil. E obbligherà la PBoC a tenere bassi i tassi, riducendo i rendimenti obbligazionari. L’equity è un’alternativa ma a patto di puntare su titoli di qualità e settori ad alto valore
Alessia Berardi, head of Emerging Macro Strategy di Amundi Investment Institute
Era un evento atteso ma non per questo sarà scevro di conseguenze per gli investitori finanziari. L’annuncio della messa in liquidazione di Evergrande, il colosso immobiliare cinese finito finito in default dopo aver accumulato debiti per oltre 300 miliardi di dollari, potrebbe infatti aprire nuovi scenari per il Pil di Pechino e imporre un cambio di asset allocation nei portafogli esposti al Paese asiatico. Ne è convinta Alessia Berardi, head of Emerging Macro Strategy di Amundi Investment Institute, che vede la crescita di Pechino destinata a ridimensionarsi anche più del previsto e il mercato obbligazionario locale diventare molto meno attrattivo.
Quali impatti avrà la vicenda sulla crescita cinese?
La messa in liquidazione di Evergrande va inquadra nel più ampio programma di derisking che le autorità cinesi hanno intrapreso per spostare il motore dell’economia verso settori, come la manifattura avanzata e la transizione energetica, capaci di sostenere una crescita davvero competitiva e sostenibile. Insieme alla riduzione del debito emesso da entità locali, la ristrutturazione delle passività del settore immobiliare rappresenta infatti una tappa imprescindibile di tale percorso. Si tratta però di uno sforzo che comporterà ripercussioni in termini di performance economica, con l’aumento del Pil che nei prossimi anni dovrebbe stabilizzarsi sul 3% dopo un periodo prolungato di tassi annui tra il 10% e il 6%. Risultato che noi consideriamo peraltro positivo ma tutt’altro che scontato, perché il suo raggiungimento dipenderà dal successo delle istituzioni nel disancorarsi dai fattori che finora hanno storicamente sostenuto l’economia di Pechino.
Il primo problema delle autorità cinesi sarà soddisfare gli obbligazionisti del colosso, ma c’è chi non esclude la possibilità di effetti a cascata sul mercato obbligazionario. Come devono muoversi gli investitori?
L’impatto del caso Evergrande sarà indiretto ma comunque importante perché passerà niente meno che dalla People Bank of China. Per stabilizzare il comparto e accompagnare la decelerazione dell’economia, è infatti probabile che l’istituto centrale mantenga una politica monetaria accomodante anche nei prossimi mesi. Questo, complice un’inflazione in progressivo calo, implica che i tassi di interesse locali rimarranno bassi e continueranno a comprimere il rendimento dei bond. In altre parole, dunque, il reddito fisso di Pechino si conferma una buona fonte di diversificazione per i portafogli obbligazionari ma non ci aspettiamo diventi anche una buona fonte di redditività. Quanto al credito, anche se continuano a piacerci technology e utilities, a monopolizzare i volumi è sempre il reale estate e ciò non può che raffreddare la view in attesa di capire se lo sforzo delle autorità darà o meno i suoi frutti.
E il real estate come asset class? È ancora attrattivo
In questa fase preferiamo stare lontani dal comparto, sia commerciale che residenziale, perché le prospettive restano molto nebulose. Considerata però l’intensificazione degli sforzi governativi cui si è assistito in estate, pensiamo che il default di Evergrande sia destinato a rimanere un caso isolato. Non tanto perché le condizioni di salute degli altri player stiano migliorando ma perché le autorità cinesi si impegneranno per evitare nuovi crack prima che si verifichino. Questo non significa, però, che non ci saranno nuove ristrutturazioni.
L’azionario può allora essere una buona alternativa?
Le valutazioni dei titoli cinesi sono sicuramente attraenti, complice anche il calo del 15% registrato dall’indice Msci China negli ultimi tre mesi, ma la nostra view sul mercato rimane tuttora piuttosto neutrale. Crediamo che un’esposizione all’equity locale vada costruita attraverso un approccio bottom up orientato alla selezione e allo stock picking, sia tra un settore e l’altro sia cercando le aziende di qualità o domestiche all’interno dei singoli settori. Vediamo quindi opportunità nella filiera dei veicoli elettrici, evitando il rischio di sovra-capacità e focalizzandoci su nomi leaders che abbiano ragionevoli piani espansionistici. Ci piacciono poi anche i comparti coinvolti ai vari livelli nella supply chain dell’intelligenza artificiale e la robotica, sulla quale stanno confluendo ingenti investimenti anche per far fronte all’invecchiamento della popolazione. Sarà comunque fondamentale vedere quali iniziative intraprenderanno le autorità statali per rilanciare un’industria finanziaria che negli ultimi anni ha subito diversi danni reputazionali ed è quindi finita fuori dai radar di molti investitori occidentali. Anche perché sullo sfondo resta la variabile della geopolitica, che è difficile da prevedere a livello di strategia.
A proposito di reputazione, come inquadra il crack Evergrande al di là delle ripercussioni prettamente finanziarie? Ha peggiorato ulteriormente l’immagine del Paese o si tratta di un evento che già rientrava nell’orizzonte di possibilità dei mercati alla luce della poca trasparenza avuta dal governo con la pandemia?
Gli eventi e le decisioni per cui gli investitori si sono trovati in difficoltà nel cercare di capire cosa stesse succedendo in Cina in questi anni sono tanti. Evergrande rientra certamente nel novero ma non è qualcosa di inatteso, specie avendo consapevolezza che il settore del real estate locale si sta ridimensionando come risultato di una precisa volontà politica anziché in conseguenza di dinamiche di mercato. Se dovessi trovare una radice alla disaffezione verso la Pechino che attualmente si riscontra presso gli investitori internazionali, la ricondurrei principalmente alla delusione per i dati sui consumi post lockdown e per gli stimoli minori delle aspettative.
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