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Per il cross asset strategist della casa, inflazione persistente e tensioni geopolitiche impongono un ripensamento del portafoglio 60-40. Ma l’economia reggerà l’urto dello shock energetico e l’azionario continuerà a crescere. Più emergenti e asset reali la combinazione per sfidare la volatilità
I mercati finanziari continuano a confrontarsi con un contesto complesso, caratterizzato da inflazione ancora resistente e incertezza sul percorso dei tassi d’interesse. Tanto che si sprecano le previsioni di organizzazioni internazionali e analisti sul rallentamento dell’economia globale. Eppure, tra i gestori patrimoniali, c’è anche chi mantiene view costruttiva sugli asset rischiosi. Si tratta di Vontobel, secondo cui la tenuta degli utili societari e gli investimenti nell’intelligenza artificiale forniranno il supporto necessario all’azionario globale per superare gli effetti delle tensioni geopolitiche. Una view, quella della casa, che non esclude però la necessità di ripensare la costruzione dei portafogli multiasset oltre il tradizionale modello 60-40: ad esempio, aumentando la quota di emergenti e asset reali. FocusRisparmio ha raggiunto Michaela Huber, Cross-Asset strategist della società, per approfondire questa view.
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Negli ultimi mesi i mercati hanno dovuto fare i conti con un’inflazione più persistente, tensioni geopolitiche e l’aumento dei prezzi dell’energia. In un contesto simile, com’è si costruisce un portafoglio multi-asset davvero resiliente?
Occorre un approccio selettivo. Rimaniamo costruttivi sui titoli azionari perché sono sostenuti da utili solidi, dal continuo sostegno fiscale e dagli investimenti legati all’AI. I mercati emergenti, in particolare, offrono opportunità interessanti. Nel reddito fisso, privilegiamo l’high yield, che offre rendimenti interessanti e una minore sensibilità ai tassi d’interesse. Per quanto riguarda le materie prime, siamo passati da un sovrappeso a un orientamento più neutrale. Continuiamo a intravedere opportunità selezionate per alcuni metalli industriali colpiti dalle turbolenze in Medio Oriente.
Vontobel continua a mantenere una visione positiva sui mercati azionari globali nonostante la volatilità legata al Medio Oriente e ai tassi d’interesse. Quali sono i fattori che vi rendono ancora ottimisti riguardo al rischio?
È vero che i mercati azionari rimangono sensibili al flusso quotidiano di notizie e che, quindi, non si possono escludere momenti di nervosismo nel breve termine. Tuttavia, i fondamentali presentano un quadro generale robusto. Gli utili societari solidi, il sostegno fiscale in corso e l’impennata della spesa legata all’AI hanno contribuito a compensare l’impatto della volatilità dei prezzi del petrolio.
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Lei ha espresso fiducia proprio sul fatto che l’economia reale continui ad assorbire i rincari energetici senza compromettere troppo la crescita. Da dove nasce questa convinzione e cosa si aspetta dal quadro macro?
È innegabile che quest’anno la crescita economica globale sarà più debole. Riteniamo, però, che gli investitori si stiano concentrando eccessivamente sui prezzi nominali del petrolio. Per valutare il ‛vero’ impatto della crisi energetica sull’economia dobbiamo infatti considerare le quotazioni reali, cioè quelle al netto dell’inflazione. E, sebbene anch’essi siano aumentati dallo scoppio del conflitto in Iran, rimangono ben al di sotto dei livelli storicamente associati alle recessioni. Tutto questo mentre gli indicatori macro si attestano in miglioramento, il mercato del lavoro statunitense rimane stabile e i venti contrari sul fronte commerciale si stanno attenuando.
Nelle vostre strategie, mostrate invece maggiore cautela nei confronti dei titoli azionari europei. A cosa di deve questa valutazione
Abbiamo ridotto a neutrale l’esposizione perché riteniamo che il Vecchio continente sia tra le regioni più esposte alle conseguenze della guerra in Medio Oriente tra Stati Uniti e Iran. Inoltre, aumenta il rischio di inasprimento monetario a giugno da parte della BCE e lo stimolo fiscale tedesco che si prospettava l’anno scorso è risultato leggermente al di sotto delle aspettative. Detto questo, la nostra posizione più cauta nei confronti dei titoli azionari europei potrebbe cambiare rapidamente qualora si assistesse a una risoluzione della guerra in Ucraina.
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Tra i settori che continuate a favorire figurano i mercati emergenti. Quali sono le opportunità più interessanti in questo universo e quanto rilevano i temi dell’intelligenza artificiale e della domanda energetica?
La sovraperformance dell’equity EM su quello sviluppato riflette un cambiamento che è strutturale. Negli ultimi dieci anni, molte economie della regione hanno infatti subito una profonda trasformazione: le posizioni fiscali si sono rafforzate, le banche centrali hanno acquisito credibilità, la governance aziendale è migliorata, i mercati dei capitali nazionali si sono consolidati. Tutti fattori che ancora oggi stanno permettendo al blocco di sperimentare uno dei cicli di revisione degli utili più forti a livello globale senza rinunciare a valutazioni scontante. Nell’approcciare l’universo, anche al netto di questi vantaggi relativi, la selettività resta però fondamentale: gran parte dello slancio corporate è infatti alimentato dalle economie asiatiche, in particolare quelle orientate alla tecnologia come Taiwan e la Corea del Sud, che sono sostenute dalla forte domanda di semiconduttori. Per non parlare del fatto che alcuni Paesi rischiano di trovarsi in difficoltà a causa della loro dipendenza dalle forniture di energia, mentre quelli che sono esportatori netti di materie prime potrebbero beneficiare dei rincari.
La Fed si appresta ad affrontare la sua prossima riunione in un contesto di notevole frammentazione interna, con Kevin Warsh che mantiene ancora una posizione piuttosto indefinita sui tassi di interesse. Quale scenario prevede per la politica monetaria statunitense nei prossimi mesi?
Lo scenario più probabile è un ciclo di allentamento cauto e dipendente dai dati, combinato con un processo decisionale più frammentato e meno prevedibile. Questo vuol dire che, nell’immediato, la Fed dovrebbe mantenere il tasso sui fondi federali al livello attuale. Sebbene Warsh abbia espresso apertura a eventuali riduzioni dei tassi, la soglia per un allentamento aggressivo rimane infatti alta: servirebbe un marcato rallentamento dell’attività economica o una grave perturbazione del mercato del lavoro statunitense, nessuna delle quali è riflessa nei dati macroeconomici attuali. Senza contare che a complicare le cose c’è anche la misura dell’inflazione preferita dal nuovo capo della Fed, la cosiddetta media troncata, salita a livelli che non giustificano allentamenti. Solo se uno di questi vincoli dovesse allentarsi, il banchiere centrale potrebbe trovarsi di fronte a minori difficoltà nel convincere i membri con diritto di voto a sostenere i tagli dei tassi. Di conseguenza, l’impatto immediato della sua nomina si manifesterà nel processo decisionale piuttosto che in un cambiamento radicale di direzione.
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Negli ultimi anni, il classico portafoglio 60-40 è stato spesso messo in discussione dalla crescente correlazione tra azioni e obbligazioni. Ritiene che il modello multi-asset tradizionale sia ancora valido?
Si tratta di una sfida strutturale piuttosto che di un’anomalia temporanea. La moderna costruzione del portafoglio dovrebbe riconoscere che la diversificazione deve essere più ampia e più adattiva. Gli investitori dovrebbero quindi ampliare l’insieme delle opportunità per includere ulteriori fonti di rendimento e premi di rischio che si comportano in modo diverso a seconda dei contesti economici. Un modo per farlo è porre maggiore enfasi sugli asset reali come le materie prime e le infrastrutture, che tendono a beneficiare delle condizioni inflazionistiche e dei vincoli di offerta. Un’altra via passa per la costruzione di esposizioni, ad esempio, a strategie legate al settore assicurativo come i cat bond. L’orientamento generale non è quindi un rifiuto dell’investimento multi-asset, ma un’evoluzione verso un approccio più flessibile e attento al contesto.
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