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Per Hania Schmidt, head of Quantitative Investment Strategies EMEA della casa, il segmento può farsi strada in mercati sempre più concentrati e soggetti a rotazioni. Merito dell’unione di dati, tecnologia e giudizio umano. “Ma per generare valore servono segnali diversificati e modelli adattivi”
Il mercato europeo degli ETF attivi accelera e attira nuovi operatori, con una raccolta che nei primi nove mesi del 2026 ha già superato quella dell’intero anno precedente. Ma in un’industria che resta ancora dominata dagli strumenti indicizzati, sono soprattutto le strategie alpha enhanced a promettere di ritagliarsi ampi spazi. Grazie alla capacità di combinare la flessibilità della gestione attiva con la trasparenza e l’accessibilità della classica struttura a replica, questi strumenti stanno infatti entrando sempre più nei radar di investitori e case di gestione. Tanto da indurre a scommettere sul modello misto di cui si fanno forieri anche una realtà di primo piano come Goldman Sachs Asset Management, che lo scorso 25 settembre ha ampliato la propria gamma europea con il lancio di un ETF azionario dedicato ai mercati sviluppati al di fuori degli Stati Uniti. “Alla base dell’approccio”, spiega l’head of Quantitative Investment Strategies EMEA della casa Hania Schmidt, “c’è l’integrazione di centinaia di indicatori in un processo sistematico che punta a individuare singoli titoli redditizi senza rinunciare alla diversificazione e al controllo del rischio”. Un modello che FocusRisparmio ha voluto approfondire.
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Gli ETF azionari a gestione attiva stanno attirando un interesse crescente da parte degli investitori. Quali sono, a vostro avviso, i principali fattori che stanno sostenendo questa crescita e che cosa cercano oggi i clienti in queste strategie rispetto agli indicizzati tradizionali?
In generale, pur ritenendo che sia gli ETF attivi sia quelli passivi abbiano un ruolo nei portafogli, abbiamo osservato una crescente popolarità di primi in scia a un fattore su tutti: il desiderio di beneficiare dei vantaggi apportati dalla gestione attiva, tra cui la diversificazione e la gestione del rischio. Nell’ambito degli strumenti appartenenti al comparto azionario, abbiamo poi rilevato un forte interesse per le strategie cosiddette ‛alpha enhanced’. Questo tipo di soluzioni, che puntano a ottenere migliori rendimenti corretti per il rischio e a conseguire obiettivi di performance senza modificare le caratteristiche del benchmark, offrono infatti agli investitori una via intermedia tra le due filosofie.
Quali sono i vantaggi che vedete in questa struttura dal punto di vista dell’investitore e quali, invece, i principali compromessi?
Combina una gestione professionale del portafoglio e un processo di investimento sistematico con i classici vantaggi dell’involucro ETF, dalla liquidità intraday alla trasparenza giornaliera fino accessibilità e all’efficienza nei costi. In altre parole, le strategie alpha enhanced non si limitano a replicare un indice: puntano a generare alpha e a rispondere all’evoluzione delle condizioni di mercato, preservando le principali caratteristiche del benchmark. In questo modo, permettono di ottenere la trasparenza e l’accessibilità tipiche degli ETF insieme a un processo più mirato di selezione dei titoli. Proprio questo loro posizionamento attivo può però determinare una performance divergente rispetto al mercato di riferimento, introducendo rischi legati ad esempio al tracking error, ma senza non si potrebbero cogliere le opportunità che sfuggono agli indicizzati.
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L’azionario globale si trova in una fase caratterizzata da forte concentrazione, valutazioni elevate in alcune aree del mercato e frequenti rotazioni tra settori o stili. In questo contesto, quali sono oggi i segnali che ritenete più importanti per individuare opportunità di alpha?
È fondamentale combinare segnali diversificati in modo da non fare affidamento su un singolo fattore, soprattutto in una fase di frequenti rotazioni di mercato come quella attuale. La loro efficacia varia infatti in funzione del contesto. Per questo affianchiamo agli insight tradizionali basati sui dati a informazioni meno convenzionali, anche non strutturate e di tipo nowcasting, che aiutano a cogliere tempestivamente i cambiamenti nei fondamentali aziendali e nel sentiment degli investitori. Integrare input con orizzonti temporali diversi consente di ridurre la dipendenza da un singolo driver di rendimento e di individuare opportunità sui singoli titoli che i modelli fattoriali tradizionali potrebbero trascurare. L’approccio è particolarmente interessante nei mercati meno efficienti, dove la maggiore dispersione delle performance e la diversa velocità con cui i dati si riflettono nei prezzi ampliano le possibilità di selezione sistematica.
Quanto è cambiato il ruolo dell’investimento quantitativo negli ultimi anni? In particolare, l’aumento della disponibilità di dati e della capacità di elaborazione ha reso più sofisticati i modelli oppure ha anche aumentato il rischio che strategie apparentemente diverse finiscano per esporsi agli stessi fattori?
Il ruolo dell’investimento quantitativo si è ampliato, poiché la maggiore disponibilità di dati e potenza di calcolo ha allargato la gamma di informazioni che gli investitori possono analizzare. Tuttavia, avere accesso a più indicatori non produce automaticamente strategie migliori o più differenziate. Modelli che appaiono diversi possono infatti basarsi comunque su segnali simili o privilegiare le stesse tipologie di società, lasciando i portafogli più concentrati di quanto possa sembrare inizialmente. Per questo, sottolineiamo l’importanza che l’esperienza umana rimanga al centro dei processi: dalla progettazione all’evoluzione fino alla supervisione dei modelli. I gestori devono poter valutare la qualità e la rilevanza dei diversi dataset, distinguere le fonti di alpha durature dal rumore e continuare a perfezionare i modelli man mano che aumentano la loro conoscenza. È la combinazione tra dati più ricchi, tecnologie più avanzate e giudizio ddegli esperto a consentire alle strategie quantitative di evolvere mantenendo al contempo un processo di investimento disciplinato e replicabile.
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Quali sono oggi i principali fattori che guidano le vostre strategie azionarie e come vengono combinati per cercare di generare alpha?
Il nostro approccio considera molteplici input. Combiniamo centinaia di indicatori riconducibili a quattro grandi aree: modelli di business di alta qualità, mispricing fondamentale, sentiment, temi e trend. L’importanza relativa di questi segnali viene determinata sulla base di fattori quali la loro efficacia storica, i benefici in termini di diversificazione e l’evidenza di eventuali fenomeni di affollamento. Man mano che diventano disponibili nuovi dati, aggiorniamo quotidianamente le nostre valutazioni sulle società e combiniamo i singoli tasselli informativi per produrre una previsione del rendimento atteso di ciascun titolo. Queste view a livello individuale vengono poi tradotte in un portafoglio diversificato, con la strategia che assume posizioni di sovrappeso e sottopeso misurate rispetto al benchmark anziché fare affidamento su un numero ristretto di convinzioni concentrate.
Guardando ai prossimi 12-18 mesi, quali condizioni di mercato potrebbero mettere maggiormente alla prova le strategie quantitative sull’azionario globale? E quali caratteristiche dovranno avere, secondo voi, i modelli per continuare a generare alpha in una fase eventualmente caratterizzata da maggiore volatilità e frequenti cambi di leadership?
Tra le dinamiche più sfidanti figurano brusche rotazioni nella leadership di mercato, improvvisi cambiamenti nelle correlazioni, reazioni eccessive guidate dal sentiment e dalla volatilità, shock provenienti da fonti inattese. Un contesto che induce i nostri esperti a concentrarsi sulla gestione adattiva delle strategie, sia incorporando continuamente nuove informazioni sia mantenendo un posizionamento dinamico ed evitando di fare affidamento esclusivamente su misure di rischio retrospettive. Continueremo a combinare molteplici segnali diversificati, individuare a livello granulare rischi sovrapposti e concentrazioni indesiderate e integrare direttamente la consapevolezza del rischio nella costruzione del portafoglio. Esperienza, infrastruttura e ricerca continua resteranno fondamentali: i modelli devono essere affinati man mano che le condizioni evolvono, mentre gestori di portafoglio forniscono la comprensione del contesto e i presidi critici necessari per interpretare le dinamiche del mondo reale.
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