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Secondo la società londinese, ETF e fondi closet passive aumentano la concentrazione invece di diminuirla. Perché i ‘veri’ mercati emergenti sono nei segmenti trascurati che il capitale passivo ignora
Attualmente oltre il 60% dell’MSCI EM è rappresentato da appena tre Paesi: Taiwan, Cina e India. E quasi il suo 25% è costituito solo da tre produttori di chip: TSMC, Samsung e SK Hynix. Eppure, secondo gli analisti di Niche Asset Management, i mercati emergenti offrono ancora agli investitori qualcosa di diverso. La chiave infatti è andare oltre gli indici tradizionali: se ETF e fondi “fintamente attivi”, come i cosiddetti closet passive, più che ridurre la concentrazione, la aumentano, basta guardare ai segmenti trascurati per trovare la vera economia emergente e quindi una reale diversificazione.
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Alta concentrazione
“L’intero settore IT è cresciuto da meno del 15% del benchmark di un decennio fa all’attuale 37%, legando strettamente le sorti dell’indice allo stesso fattore che guida i mercati azionari USA: l’entusiasmo per l’intelligenza artificiale”, sottolineano gli esperti della società di gestione londinese. Non solo: la concentrazione dell’MSCI EM a livello geografico passa da due Paesi come Cina e Taiwan, con un elevatissimo rischio geopolitico difficile da prezzare, e da New Dehli, le cui valutazioni si sono ormai allontanate dallo sconto che un tempo giustificava l’inclusione della regione nei portafogli globali. “Quella che un tempo era una classe di attivo distinta è diventata, in pratica, una combinazione di due scommesse concentrate: una posizione ad alto beta sul tema AI statunitense, e un’esposizione non coperta alla linea di faglia geopolitica che attraversa il rapporto tra Pechino e l’Occidente”, osservano gli analisti.
Il ruolo degli investimenti passivi
Secondo Niche AM, l’allineamento dei mercati emergenti a quelli sviluppati è stato spinto anche dagli ETF. Questi fondi sono infatti composti dai titoli più grandi e liquidi: man mano che questi nomi salgono, il loro peso nell’indice aumenta attirando ulteriori afflussi passivi. “Tale meccanismo non alloca il capitale in base al valore, alla diversificazione o ai fondamentali: premia le dimensioni, la liquidità e, soprattutto, il momentum”, evidenziano gli analisti. La conseguenza sono indici che ora riflettono la stessa concentrazione guidata dal momentum visibile nell’S&P 500, piuttosto che l’ampia esposizione alle economie locali, alle materie prime, alle infrastrutture, alla demografia e ai consumi interni. Insomma, la ‘vera’ economia dei mercati emergenti è in gran parte assente. Eppure, assicurano, “è proprio in questi segmenti trascurati che la vera diversificazione, e il potenziale per la realizzazione del valore a lungo termine, hanno maggiori probabilità di essere trovati”.
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Il precedente della bolla dot-com
Tra l’altro, proseguono, l’attuale configurazione degli indici azionari globali non è priva di precedenti storici, tra cui quello della bolla dot-com del Duemila. Oggi, infatti, l’IT rappresenta circa il 28% dell’MSCI World, più del doppio del suo peso nel 2010. “La qualità fondamentale degli attuali leader tecnologici appare significativamente superiore rispetto ad allora e il ciclo AI potrebbe avere ancora strada da percorrere, ma la questione del rischio di concentrazione è strutturalmente separata dalla questione se la tecnologia sia un buon business”, chiariscono gli esperti. Insomma, non è una questione di previsioni di mercato o di settore, ma del fatto che un portafoglio esposto agli stessi fattori (tecnologia, semiconduttori, AI), nelle sue allocazioni azionarie domestiche, globali e sui mercati emergenti, ha molto meno diversificazione di quanto sembri. “E il più delle volte, la scoperta di questa caratteristica del portafoglio tende ad avvenire nel momento peggiore possibile”, è l’avvertimento.
I “veri” mercati emergenti
A fronte di questo, da Niche AM ricordano che i Paesi in via di sviluppo ospitano migliaia di società quotate in un ampio spettro di settori, dimensioni e driver non correlati. “La grande maggioranza non appare mai negli indici benchmark: sono troppo piccole per i grandi ETF, scarsamente coperte dagli analisti sell-side e al di fuori delle narrative che attirano il capitale istituzionale”, spiegano gli analisti. Ciò che rende questi segmenti trascurati genuinamente diversi non è solo la loro geografia, ma le forze economiche che li muovono. “I fondi EM passivi o ‘closet passive’ che seguono da vicino gli indici pur addebitando commissioni attive offrono agli investitori l’etichetta della diversificazione senza la sostanza”, rimarcano.
Inoltre, aggiungono, la storia ha anche mostrato una caratteristica persistente degli indici tradizionali della regione: la loro correlazione con l’S&P 500 tende ad aumentare durante i periodi di stress globali, proprio quando la diversificazione è più necessaria. Questo, spiegano, riflette due fattori che si amplificano a vicenda: “Un aumento generalizzato del sentiment risk-off che colpisce i mercati emergenti in modo sproporzionato; e, aspetto importante, una dinamica tecnica di liquidità, per cui gli investitori tendono a vendere per primi e più velocemente i titoli più liquidi degli indici principali, indipendentemente dai fondamentali”. Ne deriva, secondo gli esperti della boutique londinese, che i portafogli costruiti attorno a società con una limitata sovrapposizione con gli indici dovrebbero avere un legame strutturalmente più debole con questi periodi di stress dei mercati globali.
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