Per Simoncelli (Invesco), il sentiment degli investitori resterà guardingo. E la rotazione nel posizionamento non sarà violenta e immediata, creando le condizioni per un ritorno sulla trade pro-ciclica
Luca Simoncelli, investment strategist di Invesco
Stavolta i mercati ci credono davvero. Dopo quasi tre mesi di guerra, Stati Uniti e Iran potrebbero essere finalmente vicini a un’intesa per il cessate il fuoco definitivo e per la conseguente riapertura di Hormuz. La settimana dei mercati è quindi partita all’insegna dell’ottimismo, anche se l’entusiasmo è stemperato dai precedenti fallimenti delle trattative, dalla mancanza di dettagli e, soprattutto, dalle incertezze sulla ripresa del traffico navale nelle acque dello Stretto. Proprio questo quadro positivo ma ancora indeterminato, secondo Luca Simoncelli, investment strategist di Invesco, non fa presagire scossoni nel posizionamento degli investitori. E lascia intravedere spunti per il value e un ritorno dell’oro al centro della scena.
Al momento Washington e Teheran hanno elaborato un memorandum che prorogherebbe il cessate il fuoco di 60 giorni, mentre si cerca un accordo permanente che includerebbe la rimozione delle mine e lo sblocco di Hormuz. “Una riapertura completa sarebbe un sollievo per gli importatori di energia in Asia ed Europa e per il rischio di inflazione sui mercati finanziari”, sottolinea Simoncelli. L’esperto fa infatti notare come, in linea con questo scenario di base, i mercati azionari abbiano continuato a muoversi al rialzo, con l’indice S&P500 che ha messo a segno una striscia positiva di otto settimane. Tuttavia, precisa, “il posizionamento di mercato negli ultimi mesi è tornato molto concentrato in termini di stili e settori, supportato dalla resilienza del mercato del lavoro e dei consumi, ma soprattutto dal ciclo di investimenti in tech e infrastrutture”.
Nuovi spunti per il value
Ora, secondo Simoncelli, è probabile che la mancanza di dettagli sull’accordo tra Iran e USA mantenga il sentiment ancora guardingo. “La rotazione nel posizionamento degli investitori non dovrebbe risultare violenta e immediata, e questo potrebbe creare condizioni ancora più durature e sostenibili per un ritorno sulla trade pro-ciclica a maggiore intonazione value in cui la leadership di mercato si possa allargare su Europa, Emergenti, settore finanziario, industriale e piccole-medie capitalizzazioni”, afferma.
Con il volgere al termine nella stagione delle trimestrali, la conferma di un miglioramento nei margini operativi per le imprese di sempre più settori è infatti più evidente. “Le stime di crescita negli utili a dodici mesi continuano ad essere riviste al rialzo e proprio l’espansione dei margini è il principale fattore”, spiega. Sottolineando come la performance da inizio anno degli indici azionari su entrambe le sponde dell’Atlantico rifletta proprio questo messaggio: “I multipli di valutazione sono infatti rimasti stabili o in leggero ribasso, mentre la performance è stata totalmente guidata da un aumento di utili e profittabilità”.
Per BCE e Fed un difficile equilibrio
Quanto all’economia, tra i segnali di rallentamento che continuano ad emergere, è soprattutto l’Europa a destare preoccupazione, vista la maggiore sensibilità del Continente ai costi energetici e il deterioramento nel sentiment. Per Simoncelli, la contrazione di fiducia, le aspettative grigie delle imprese e i primi segnali di restringimento nelle condizioni del credito portano a chiedersi se si tratti di un rallentamento ciclico o di qualcosa di più strutturale. Inoltre, il mercato ha iniziato a scontare una decisa stretta anti-inflazione da parte della BCE. “Con il ribasso nei prezzi energetici in linea con il potenziale accordo in Iran e la recente tendenza negativa sui dati economici della Zona euro, un movimento di rialzo del costo del denaro potrebbe tuttavia diventare meno probabile e lasciare spazio ad uno scenario di pausa prolungata nel livello dei tassi”, sostiene. A suo avviso, l’andamento dell’inflazione core, soprattutto nei servizi, sarà la variabile chiave. “Anche negli USA, l’intonazione della politica monetaria si conferma sempre più in tendenza restrittiva, il verbale dell’ultima riunione Fed e soprattutto i commenti del nuovo presidente Warsh hanno inasprito le attese”, osserva. Aggiungendo che l’indice dei prezzi PCE, atteso in settimana, soprattutto nella sua versione core, dovrebbe confermarsi stabile rispetto alla tendenza di variazione annuale del mese precedente.
Nonostante l’instabilità che deriva dalle principali curve dei tassi e la turbolenza che ne consegue, Simoncelli vede infine negli indicatori di volatilità implicita e, soprattutto, nella tenuta degli spread di credito segnali incoraggianti al contesto di mercato. Tuttavia, mette in guardia, “una conseguenza importante per gli investitori è la correlazione sempre più positiva tra obbligazionario e azionario”. Per questo, conclude, “la ricerca di fonti di diversificazione in strategie alternative o più tradizionali come l’oro ritornerà centrale”.
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