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Inflazione sotto controllo, valute locali e selettività: nel 2026 il reddito fisso dei Paesi EM cambia pelle e torna a parlare agli investitori
Non fa notizia come un rally azionario, non promette rendimenti facili, non vive di slogan. Eppure, il debito dei mercati emergenti sta tornando al centro delle strategie globali (e dell’interesse degli investitori). In silenzio, quasi controvoglia, mentre l’attenzione resta concentrata sulle grandi banche centrali occidentali e sulle incertezze geopolitiche. “Il panorama economico globale presenta prospettive costruttive ma complesse per i Paesi in via di sviluppo”, osserva Polina Kurdyavko, head of EM Debt di RBC BlueBay. È un punto di partenza che segna una discontinuità con il passato recente. “Nonostante un modesto rallentamento della crescita globale, le economie emergenti sono destinate a superare quelle avanzate grazie alla robusta domanda interna, alla credibilità delle politiche e al miglioramento della disciplina fiscale”. Il cambiamento più rilevante riguarda l’inflazione, storicamente il principale fattore di instabilità. “Nei nuovi mercati rimane ampiamente contenuta”, spiega Kurdyavko, “e ciò consente alle banche centrali di mantenere un orientamento moderatamente accomodante”. Un quadro che si contrappone alle incertezze del mondo sviluppato, dove il tema fiscale e monetario resta aperto. “L’incertezza che circonda la traiettoria fiscale degli Stati Uniti e la reazione della Fed mantiene ambigua la direzione del dollaro”, dice ancora Kurdyavko. Il punto, però, è interpretare correttamente questa fase: “I mercati si chiedono se si tratti di un punto critico a livello ciclico o dell’inizio di un cambiamento strutturale verso una performance superiore nel lungo periodo: noi riteniamo che si tratti della seconda ipotesi”. In uno scenario geopolitico in cui “le alleanze tradizionali sono a rischio e si stanno delineando nuove relazioni strategiche”, il debito emergente beneficia anche di un contesto tecnico favorevole. “Nel quadro di fattori tecnici positivi, le dinamiche della domanda e dell’offerta nel debito degli EM rimarranno probabilmente robuste”. Insomma, senza entusiasmi eccessivi, ma con una nuova solidità di fondo.
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Opportunità in valute locali
Per gli esperti non c’è dubbio alcuno: il nuovo ciclo dell’asset class emergente mostra il suo volto più convincente sul terreno delle obbligazioni in valuta locale. È qui che il rendimento non è solo una questione di tassi nominali, ma di potere d’acquisto e credibilità macroeconomica. “Le valute locali dei mercati in via di sviluppo continuano a presentare prospettive positive per il 2026, anche se il dollaro USA non dovesse indebolirsi ulteriormente”, afferma Carlos de Sousa, gestore di portafoglio del debito emergente di Vontobel AM. Alla base c’è un fenomeno che negli ultimi anni ha cambiato profondamente la struttura dell’asset class. “L’attuale differenziale di inflazione tra i Paesi in crescita e quelli sviluppati è minimo”, spiega l’esperto. “La maggior parte dell’Asia sta vivendo una deflazione o un’inflazione significativamente inferiore all’obiettivo”, mentre “il Sudafrica ha recentemente abbassato il suo obiettivo di carovita al 3%” e “le aspettative in Brasile stanno finalmente diminuendo”. Il risultato è un riequilibrio che emerge anche dai dati aggregati: “Le attese di inflazione per l’indice GBIEM nel suo complesso sono scese al 2,8% per il 2026, leggermente al di sotto del 2,9% previsto per gli Stati Uniti”. In questo contesto, la lettura delle performance cambia prospettiva. “Sebbene i rendimenti nominali delle obbligazioni in valuta locale dei mercati emergenti possano non sembrare particolarmente elevati, essi risultano piuttosto interessanti in termini reali”. A rafforzare la tesi contribuisce la politica monetaria. “L’attuale disinflazione in quei mercati non solo sostiene le monete degli emergenti, ma dovrebbe anche consentire alle banche centrali di questi Paesi, come quelle di Brasile, Sudafrica, Ungheria e Polonia, di tagliare i tassi di interesse nel 2026, con conseguenti guadagni di duration per le obbligazioni in valuta locale dei mercati emergenti”. C’è poi un ulteriore elemento strutturale, spesso trascurato. “Nel corso degli anni, la composizione dell’indice delle monete locali è cambiata e ora l’aggregato rappresenta un importatore netto di petrolio”, ricorda de Sousa. In un contesto in cui “i prezzi bassi del greggio, combinati con i prezzi elevati del rame, stanno creando condizioni commerciali favorevoli”, questo consente “l’accumulo di riserve valutarie in quasi tutti i Paesi dell’indice (ad eccezione dell’Indonesia)”. Un fattore che rappresenta un elemento positivo per la performance delle valute dei mercati in via di sviluppo e rafforza la sostenibilità del debito estero.
La nuova maturità dell’asset class
Se il quadro macro è costruttivo, il 2026 non sarà un anno da approcci generalizzati…

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