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Con rendimenti dei Treasury ai massimi dal 2007 e inflazione in accelerazione, i due big della finanza USA chiedono che il nuovo presidente della Fed archivi ogni ipotesi di taglio dei tassi. “Serve recuperare credibilità sui mercati”. Dubbi anche sul private credit
Kevin Warsh non ha ancora presieduto il suo primo FOMC, in programma il 16-17 giugno, ma sul nuovo presidente della Federal Reserve si stanno già concentrando pressioni sempre più forti affinché abbandoni qualsiasi apertura verso un allentamento monetario. A convergere sulla stessa diagnosi sono infatti due tra le voci più autorevoli della finanza americana: Ed Yardeni, presidente di Yardeni Research e teorico dei ‛bond vigilantes’, e il ‛re delle obbligazioni’ Jeffrey Gundlach, alla guida della sua creatura DoubleLine Capital. Entrambi ritengono infatti che la Fed sia rimasta indietro nella lotta all’inflazione e ora invocano l’adozione di un tono più restrittivo per evitare di perdere credibilità sui mercati.
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Inflazione e Treasury mettono all’angolo la Fed
Il contesto macroeconomico continua del resto a complicarsi. I rendimenti dei Treasury trentennali hanno superato il 5%, avvicinandosi ai livelli più alti dal 2007, mentre il titolo a dieci anni viaggia attorno al 4,63%. A pesare è soprattutto il ritorno delle tensioni inflazionistiche, alimentate dall’escalation geopolitica in Medio Oriente e dall’aumento del prezzo del petrolio legato al conflitto con l’Iran. Basti pensare che ad aprile il Consumer Price Index statunitense è salito del 3,8% su base annua, registrando il ritmo maggiore da maggio 2023. Un quadro che, secondo Gundlach, non si esclude possa peggiorare ulteriormente. Il manager ha infatti spiegato all’emittente Fox News che i modelli interni di DoubleLine indicano come il prossimo dato sull’inflazione “potrebbe iniziare con un quattro”, lasciando intendere un ritorno del CPI sopra il 4%. Da qui la sua convinzione che un’ipotesi di taglio dei tassi nel breve termine sia del tutto impraticabile. “È difficile giustificare degli allentamenti di politica monetaria quando il governativo a due anni tratta circa 50 punti base sopra il Fed funds rate”, ha dichiarato, sottolineando come il mercato obbligazionario continui a segnalare forti dubbi sulla capacità della banca centrale di riportare sotto controllo le pressioni sui prezzi.
La linea di Yardeni: una Fed più dura per abbassare i tassi lunghi
Yardeni ha invece espresso timori sulla possibilità che un atteggiamento troppo morbido provochi ulteriori tensioni sul comparto obbligazionario, alimentando la risalita dei rendimenti a lunga scadenza e innescando nuove vendite sui Treasury. Ma il ragionamento dell’economista, intervistato dalla Cnbc, introduce anche un elemento politico ed economico particolarmente rilevante che manca nell’analisi di Gundlach. Secondo il ceo, una Fed più hawkish sotto la guida di Warsh potrebbe paradossalmente favorire anche gli interessi della Casa Bianca: una stretta monetaria più credibile contribuirebbe infatti a comprimere i rendimenti di lungo periodo, riducendo così il costo dei mutui e del credito alle imprese. In altre parole, irrigidire la politica monetaria oggi potrebbe favorire una stabilizzazione delle condizioni finanziarie domani. Interpretazione che il Financial Times e Bloomberg descrivono come una sorta di “mossa tattica”, capace di trasformare il rigore monetario in uno strumento indiretto di politica economica.
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Mercati resilienti ma sempre più speculativi
Nonostante il deterioramento dello scenario macro, i mercati azionari continuano però a mostrare una notevole resilienza. Gundlach stesso ha riconosciuto come Wall Street abbia mantenuto una forte propensione al rischio anche in presenza di inflazione elevata, tassi restrittivi e crescente instabilità geopolitica. “La Fed non affronta il carovita in modo aggressivo e le azioni tendono a salire”, ha osservato il gestore, evidenziando come la liquidità ancora presente nel sistema e gli utili societari superiori alle attese abbiano continuato a sostenere il rally dell’equity. Secondo il ceo di DoubleLine, tuttavia, il mercato appare oggi “molto costoso e molto speculativo” soprattutto nei grandi titoli tecnologici che continuano a dominare gli indici americani. Una situazione che rischia di aumentare la vulnerabilità dei listini in caso di rallentamento economico o di ulteriore accelerazione dei prezzi. Ecco perché il ‛re dei bond’ ha invitato gli investitori a mantenere un approccio prudente, con maggiore attenzione sia alla diversificazione sia alla gestione della liquidità e alla protezione dai rischi di downside. “In un contesto caratterizzato da volatilità strutturalmente più alta”, ha osservato il manager, “le tradizionali logiche del portafoglio 60-40 potrebbero infatti non essere più sufficienti”.
Commodities e real asset tornano centrali
Tra le asset class favorite da Gundlach restano le commodities, considerate una delle principali coperture contro l’inflazione persistente. Materie prime, insieme a infrastrutture energetiche e real asset, stanno infatti beneficiando sia delle tensioni geopolitiche sia dei vincoli sull’offerta globale e questo permette loro di recuperare centralità nei portafogli dopo anni dominati dall’azionario growth e dalla compressione dei rendimenti obbligazionari. L’esperto vede inoltre opportunità in quelle strategie capaci di combinare rendimento reale a protezione dal carovita e minore correlazione rispetto ai mercati tradizionali, soprattutto in una fase in cui deficit fiscali elevati e volatilità dei prezzi sembrano destinati a restare strutturali.
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I dubbi sul boom del private credit
Gundlach ha poi rinnovato anche le sue preoccupazioni sul private credit, uno dei segmenti cresciuti più rapidamente negli ultimi anni grazie alla ricerca di rendimento da parte degli investitori istituzionali e retail. “C’è qualcosa che sembra richiedere costantemente nuovi investitori”, ha affermato, lasciando intendere il rischio che parte dell’espansione del settore sia alimentata più dalla raccolta continua che dalla qualità sottostante degli asset. Secondo il manager, il forte rialzo dei tassi potrebbe inoltre mettere sotto pressione molti prenditori middle market fortemente indebitati e aumentare i rischi di deterioramento del credito proprio mentre gli investitori continuano a sottovalutare i problemi di liquidità e trasparenza comuni a molti veicoli semi-liquidi. Per i consulenti finanziari e i wealth manager, conclude Gundlach, il nuovo scenario richiederà quindi una gestione molto più attiva dei portafogli e una maggiore capacità di accompagnare i clienti in un contesto di grande instabilità.
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