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Rendimenti ancora elevati e domanda robusta sostengono il settore. Ma aumentano i segnali di stress tra leverage, liquidità e qualità del credito
Il mercato del private credit continua a espandersi su scala globale, confermandosi una delle principali direttrici di crescita dell’industria del risparmio gestito. Secondo il monitor di Goldman Sachs, gli asset in gestione hanno ormai superato i 1.600 miliardi di dollari, con un incremento medio annuo a doppia cifra nell’ultimo decennio. Tuttavia, il quadro appare oggi meno lineare rispetto al recente passato. Dopo il picco di raccolta registrato tra il 2021 e il 2022, i flussi netti hanno rallentato sensibilmente: nel 2025 si sono attestati su livelli inferiori di circa il 20-25%, riflettendo un atteggiamento più selettivo da parte degli investitori. Questo raffreddamento non segnala un’inversione di tendenza, ma indica piuttosto l’ingresso del settore in una fase più matura, in cui la crescita non è più guidata solo dall’abbondanza di capitale, ma anche da una maggiore attenzione ai rischi.
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Rendimenti ancora attrattivi, ma compressione in atto
I rendimenti restano uno dei principali punti di forza del private credit. Le strategie di direct lending continuano a offrire yield compresi tra l’8% e il 12%, sostenuti dal livello ancora elevato dei tassi di interesse e da spread che, pur in calo, rimangono interessanti rispetto ad altre asset class obbligazionarie. Allo stesso tempo, però, emergono segnali di compressione dei ritorni corretti per il rischio. L’aumento della concorrenza tra gestori e l’eccesso di capitale disponibile hanno portato a una riduzione degli spread medi nell’ordine di 50-100 punti base negli ultimi due anni. A questo si aggiunge un progressivo indebolimento delle strutture contrattuali, con covenant meno stringenti e condizioni più favorevoli ai prenditori. Il risultato è un equilibrio più fragile, in cui i rendimenti nominali restano elevati ma il premio per il rischio si riduce.
Leverage e qualità del credito sotto osservazione
Un altro elemento di attenzione riguarda il livello di leva finanziaria nelle operazioni. I dati raccolti da Goldman Sachs indicano che i multipli medi di debito/EBITDA si collocano oggi tra 5x e 6x, in aumento rispetto ai livelli pre-pandemia. Questo riflette una maggiore aggressività nelle strutture di finanziamento, favorita dalla forte domanda di rendimento da parte degli investitori. Parallelamente, si osserva un deterioramento graduale della qualità del credito. La diffusione dei prestiti covenant-lite ha superato il 70% in alcuni segmenti, riducendo la capacità dei finanziatori di intervenire tempestivamente in caso di difficoltà degli emittenti. Anche se il tasso di default rimane relativamente contenuto, attorno al 2-3%, si tratta di un dato in risalita rispetto ai minimi storici e destinato, secondo diverse stime, ad aumentare nei prossimi trimestri, soprattutto in un contesto macroeconomico meno favorevole.
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Liquidità: il nodo strutturale
Il tema della liquidità rappresenta probabilmente la criticità più rilevante per il settore. Negli ultimi anni, una quota crescente di capitale è arrivata da investitori retail e semi-retail, spesso tramite veicoli con finestre di rimborso periodiche. Questo ha introdotto una potenziale asimmetria tra la natura illiquida degli attivi e le aspettative di liquidabilità degli investitori. Il fenomeno è emerso con maggiore evidenza negli ultimi mesi, quando alcuni fondi hanno registrato richieste di rimborso superiori alle attese. In diversi casi, i tassi di redemption hanno superato il 5% su base trimestrale, costringendo i gestori ad attivare meccanismi di limitazione dei riscatti. Sebbene questi strumenti siano previsti e funzionino come stabilizzatori, evidenziano la tensione latente nel modello e la necessità di gestire con attenzione il profilo di liquidità.
Dispersione crescente tra i gestori
In un contesto più complesso, aumenta anche la dispersione delle performance tra i diversi operatori. Il differenziale tra i fondi migliori e quelli meno performanti ha superato i 400 punti base, segnalando una crescente divergenza nella qualità dell’origination, nella selezione degli investimenti e nella gestione del rischio. Questo fenomeno riflette il passaggio da una fase in cui il mercato nel suo complesso beneficiava di condizioni favorevoli a un contesto in cui le competenze dei singoli gestori diventano determinanti. In altre parole, il private credit sta perdendo parte della sua componente ‘beta’ per diventare sempre più un mercato di ‘alpha’, dove la selezione è cruciale.
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I primi segnali di stress nel sistema
Accanto ai fondamentali ancora solidi, iniziano a emergere segnali di tensione in alcune aree del mercato. Si osserva un aumento delle ristrutturazioni del debito, in particolare nei settori più ciclici, mentre cresce il ricorso a strumenti come il payment-in-kind, che consente agli emittenti di posticipare il pagamento degli interessi, segnalando difficoltà nella generazione di cassa. Al tempo stesso, alcuni comparti mostrano fragilità più marcate. Il settore tecnologico, e in particolare il software, è sotto pressione anche alla luce dei cambiamenti introdotti dall’intelligenza artificiale, mentre il real estate commerciale continua a risentire delle nuove dinamiche post-pandemia. Questi elementi, pur non configurando una crisi sistemica, indicano un progressivo deterioramento delle condizioni operative per una parte degli emittenti più indebitati.
Tra resilienza e vulnerabilità: un equilibrio delicato
Nel complesso, il private credit resta una componente sempre più centrale nei portafogli globali, grazie alla capacità di offrire rendimento e diversificazione in un contesto di tassi ancora elevati. Tuttavia, il monitor di Goldman Sachs evidenzia come il settore stia attraversando una fase di transizione, in cui le opportunità continuano a convivere con rischi crescenti. La combinazione di rendimenti in progressiva compressione, livelli di leva più elevati e tensioni sul fronte della liquidità suggerisce che il futuro sarà caratterizzato da maggiore selettività. In questo scenario, la disciplina nell’allocazione del capitale e la capacità di gestione attiva del rischio diventano elementi decisivi per evitare che le crepe emerse negli ultimi mesi si trasformino in criticità più profonde
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