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L’ex governatore e amico dei mercati sostituirà Powell a maggio. Trump: “Passerà alla storia, non deluderà”. Molti temono per l’indipendenza dell’istituto centrale, ma per gli asset manager l’allarmismo potrebbe essere eccessivo
Sarà Kevin Warsh il prossimo numero uno della Federal Reserve. Ad annunciarlo ufficialmente è stato lo stesso presidente USA, Donald Trump, che dopo mesi di colloqui ha scelto quindi di puntare sull’ex governatore dell’istituto centrale, oltre che vecchia conoscenza dei mercati, per sostituire Jerome Powell il cui mandato scade il prossimo 15 maggio. “Passerà alla storia, non deluderà”, ha assicurato il tycoon. Tuttavia, secondo molti osservatori, la nomina getta notevoli ombre sul futuro della Fed, sia perché rischia di minarne l’indipendenza, data la vicinanza del nuovo presidente alla Casa Bianca, sia perché Warsh ha spesso sottolineato la necessità di un profondo cambiamento nel funzionamento della banca centrale. Per i gestori, però, potrebbe trattarsi di un allarmismo esagerato.
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Chi è Warsh, l’ex falco diventato colomba
Warsh, molto stimato dai repubblicani e dal mondo della finanza a stelle e strisce, ha sconfitto gli altri tre candidati rimasti nelle ultime settimane: il favorito della prima ora Kevin Hasset, direttore National Economic Council, il governatore Christopher Waller, che nell’ultima riunione del Fomc ha votato per un taglio dei tassi, e Rick Rieder, manager senior di BlackRock. Classe 1970, il futuro capo della banca centrale Usa può vantare un curriculum da cavallo di razza, equamente diviso tra mercati e politica, con una chiara inclinazione repubblicana. Dopo la laurea alla Stanford University e il dottorato alla Harvard Law School, ha iniziato la sua carriera nel dipartimento M&A di Morgan Stanley, diventando rapidamente vicepresidente e direttore esecutivo. Nel 2002 è entrato alla Casa Bianca come assistente speciale per la politica economica e, a gennaio del 2006, l’allora presidente George W. Bush lo ha scelto per ricoprire un posto vacante nella Fed. La nomina aveva suscitato non poche critiche, basate sulla giovane età (35 anni) e sulla presunta inesperienza, ma in sua difesa era sceso in campo lo stesso presidente Ben Bernanke.
Durante e dopo la crisi finanziaria del 2008, Warsh è stato poi il principale collegamento tra le Fed e Wall Street, ricoprendo anche il ruolo di rappresentante dell’istituto centrale al G20 e di emissario presso le economie emergenti e avanzate dell’Asia. Attualmente è Shepard Family Distinguished Visiting Fellow in Economia presso la Hoover Institution della Stanford University, una posizione accademica molto prestigiosa, studioso e docente presso la Stanford Graduate School of Business e membro del G30. Pur avendo un profilo fortemente market-oriented, Warsh ha un passato rigorista da falco sui tassi di interesse, anche se recentemente il suo approccio sembra aver virato verso un sostegno ai tagli, andando incontro alle aspettative di Trump.
Le prime reazioni
“Conosco Kevin da molto tempo e non ho dubbi che passerà alla storia come uno dei grandi presidenti della Fed, forse il migliore”, ha assicurato via Truth l’inquilino della Casa Bianca, definendolo “il prototipo vivente per quel ruolo”. “Non vi deluderà mai”, ha aggiunto. A pochi minuti dall’annuncio, però, la senatrice democratica Elizabeth Warren ha chiesto ai repubblicani di bloccare la conferma della nomina fino a quando “la caccia alle streghe contro l’attuale presidente Jerome Powell e la governatrice Lisa Cook” non sarà risolta, definendo la scelta di Warsh come l’ultimo tentativo di Trump in ordine di tempo per acquisire il controllo sulla Fed. I mercati, invece, sembrano essere soddisfatti. Subito dopo la nomina, il dollaro si è rafforzato, i metalli preziosi sono scesi, i future di Wall Street hanno recuperato e le borse europee accelerato.
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Allarmismo eccessivo
“Rispetto ad altre potenziali scelte, è possibile che Warsh sia considerato meno accomodante di altri”, commenta Mark Dowding, fixed income cio di Rbc BlueBay Am, sottolineando come in precedenti incontri con altri membri della Fed si sia avuta l’impressione che il prossimo presidente sia molto rispettato e che non rappresenti una minaccia per l’indipendenza della banca. In questo senso, secondo Dowding, “in alcuni ambienti, alcuni timori relativi al possibile indebolimento della credibilità istituzionale negli Stati Uniti potrebbero essere stati esagerati”. Quanto al fatto che Warsh potrebbe essere incline a ridurre il bilancio dell’istituto centrale e a restringere parte del suo mandato, secondo l’esperto è interessante notare che, se venissero attuate misure relative al bilancio, queste potrebbero anche essere utilizzate come pretesto per abbassare i tassi di interesse. “Tuttavia, ciò potrebbe non contribuire in alcun modo a ridurre i costi di finanziamento a lungo termine e quindi ad affrontare la questione dell’accessibilità dei mutui ipotecari”, evidenzia.
Anche secondo Richard Flax, chief investment officer di Moneyfarm, l’esperienza di Warsh potrebbe avere un effetto rassicurante sugli investitori. Tuttavia, fa notare, non è affatto scontato che sostenga un allentamento monetario aggressivo: durante la crisi finanziaria globale, infatti, aveva espresso forti perplessità sull’ampio ricorso al quantitative easing, temendone le conseguenze inflazionistiche. Per questa ragione, spiega Flax, “alcuni operatori interpretano la sua guida della Fed come uno scenario associato a tassi di policy leggermente più elevati e a un dollaro potenzialmente più forte”. In ogni caso, conclude “la conferma da parte del Senato sarà un momento chiave per chiarire le sue posizioni”.
Una nomina credibile
Ancora più positivo il giudizio di Luke Bartholomew, deputy chief economist di Aberdeen Investments, che parla di “nomina credibile” alla luce dell’esperienza alla Fed, dove Warsh “si è costruito una reputazione di abile gestore delle crisi con una buona comprensione dei mercati finanziari e una lunga esperienza di pensiero indipendente in materia di politica monetaria”. A detta dell’esperto, quasi certamente spingerà per un abbassamento dei tassi di interesse, in linea con la sua previsione di due riduzioni da 25 punti base entro la fine dell’anno. Tuttavia, precisa, è “improbabile che riesca a compiere progressi significativi nel modificare il quadro operativo della Fed e nel ridurne il bilancio, smorzando così gran parte del suo potenziale atteggiamento restrittivo”.
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