Il gruppo americano quota i primi tre ETF obbligazionari attivi su Euronext ETF Europe. L’obiettivo? Intercettare una domanda in rapida crescita, soprattutto tra le nuove generazioni di investitori
Il tradizionale suono della campanella in Borsa italiana sancisce il debutto di AllianceBernstein nel mercato europeo degli ETF attivi. Un ingresso che il gruppo (già presente nel segmento negli Stati Uniti, in Australia e a Taiwan) ha costruito con metodo, partendo da ciò che già sapeva fare: la gestione obbligazionaria. I tre strumenti quotati sono l’AB Global Corporate Bond UCITS ETF, l’AB USD Corporate Bond UCITS ETF e l’AB EUR Corporate Bond UCITS ETF, tutti focalizzati sul credito corporate investment grade. A questi si aggiungeranno altri due ETF attivi il prossimo 9 giugno, completando una prima gamma che verrà poi ampliata anche sul fronte azionario.
I numeri del mercato globale degli ETF parlano chiaro. “Abbiamo superato i 20mila miliardi di dollari di masse a livello mondiale, con l’Europa che contribuisce per oltre 3mila miliardi, in crescita da 1 trilione nel 2020”, spiega Julie Gunts, Global Head of ETF Strategy & Partnerships, durante l’incontro con la stampa. Ma è soprattutto il dato sui flussi degli ETF attivi a raccontare dove sta andando il mercato: “Pur rappresentando soltanto il 3% delle masse complessive del mercato ETF europeo, gli ETF attivi raccolgono già circa l’8% dei flussi”, contro un 30-40% negli Stati Uniti. “Questo ci dice che il margine di crescita europeo è enorme”, conferma Gunts. “E la conversazione con i nostri clienti, che due anni fa era ancora esplorativa, si è nel frattempo accelerata in modo deciso”. A guidare questa traiettoria sono fattori strutturali profondi: la digitalizzazione della consulenza finanziaria, la crescente domanda di prodotti liquidi e trasparenti, e l’ingresso nel mercato di nuove generazioni di investitori con aspettative molto diverse rispetto al passato. Il numero di emittenti di ETF in Europa è più che triplicato. Un affollamento che, secondo il management di AllianceBernstein, non è un problema ma un segnale di maturazione del mercato.
Gestione attiva vera
Il posizionamento scelto da AB è preciso e, per certi versi, controcorrente rispetto a buona parte dell’offerta di ETF attivi disponibile nel Vecchio continente, dove dominano prodotti di tipo “enhanced beta” o “smart beta evoluto”. “La nostra è gestione attiva vera, confezionata in un veicolo più efficiente”, precisa Noel Archard, Global Head of Product Solutions. “Non consideriamo l’ETF come un semplice nuovo wrapper distributivo, ma come uno strumento attraverso cui rendere più accessibili le nostre competenze di investimento”.
Giovanni De Mare, country head od Italy di AllianceBernstein
Il punto di partenza è stata la piattaforma sistematica già sviluppata negli Stati Uniti per il reddito fisso, collaudata nel tempo e ora traslata in formato UCITS. L’approccio combina la selezione quantitativa con la capacità di analisi fondamentale. “Per trovare i basis point che fanno la differenza su mercati molto efficienti devi necessariamente ricorrere anche all’aspetto quantitativo”, afferma Giovanni De Mare, country head Italia. “Ma laddove i mercati sono meno efficienti (emergenti, small cap, Asia) la capacità di studiare le aziende e individuare i temi giusti è ancora il vero vantaggio competitivo”.
Per il mercato italiano, De Mare affronta la sfida con realismo. “L’Italia è tradizionalmente un paese orientato ai titoli di Stato, ma anche qui i trend stanno cambiando”, spiega. La struttura ETF risponde a esigenze che i fondi tradizionali soddisfano solo parzialmente: liquidità immediata, trasparenza sul portafoglio in tempo reale, nessun orizzonte di settlement da attendere. “Con un ETF hai il look-through del portafoglio in tempo reale. Con un fondo, non ce l’hai. Non è solo una questione di costi, ma di liquidabilità e trasparenza”, sottolinea. Il cambiamento, secondo il manager, è anche culturale e regolatorio. La progressiva affermazione della consulenza a parcella (già consolidata nel Regno Unito con il regime RDR e in via di diffusione in altri mercati europei) sta ridefinendo la catena del valore dell’industria distributiva. “Nel momento in cui la remunerazione embedded nel prodotto perde centralità, avere strumenti in cui il gestore è pagato per l’alpha che genera e il consulente per la qualità del portafoglio costruito diventa un modello molto più coerente”, afferma. “Ed è esattamente lo spazio in cui gli ETF attivi si inseriscono”.
Prossima frontiera
Con oltre 100 emittenti in Europa e un mercato in rapida espansione, la domanda sul rischio di commoditizzazione è inevitabile. La risposta di Archard e Gunts è pragmatica: la differenziazione si gioca sulla profondità delle competenze di gestione, non sul veicolo. “Due ETF con lo stesso nome possono avere strategie sottostanti molto diverse. Quello che conta è capire il processo di ricerca, il tracking error, il numero di titoli in portafoglio e come l’emittente presidia la liquidità sul mercato secondario”, chiarisce Archard. Sul fronte dell’innovazione di prodotto, De Mare anticipa poi alcune direttrici su cui il gruppo sta ragionando per il futuro. Tra questi, strumenti basati su barrier options o strategie buffered, ad esempio, che offrono protezione del capitale e che potrebbero rappresentare un’alternativa più efficiente e trasparente ai certificati a capitale protetto. E poi la grande sfida dell’industria nel suo complesso: passare da un linguaggio fatto di stili, capitalizzazioni e duration a soluzioni outcome-driven, capaci di rispondere alle esigenze concrete degli investitori finali. “Tradurre la complessità di una gestione in un risultato comprensibile per il cliente è la sfida più grande che abbiamo davanti come industria”, conclude De Mare. “Chi riuscirà a farlo avrà un vantaggio enorme”.
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