Le politiche monetarie di Europa e Stati Uniti viaggiano ormai su binari differenti. Baglioni (Cattolica): “Ma i mercati già scontano tutto. I rischi più alti? Le trattative sulle guerre in corso e la politica dei dazi in USA”
Mentre la Federal Reserve si è fermata, lasciando invariati i tassi di interesse al 4,25%-4,5% nell’ultimo meeting dello scorso gennaio (a marzo probabilmente farà lo stesso), la Banca centrale europea è andata avanti per la sua strada e ha tagliato il costo del denaro (al 2,65%) per la sesta volta da giugno 2024. “La politica monetaria è ora sensibilmente meno restrittiva”, ha detto per la prima volta la presidente della BCE, Christine Lagarde, segnalando che la fase di allentamento potrebbe essere ormai alla fine. Anche se ci sono ancora spazi per ulteriori sforbiciate, considerando che l’Eurotower ha spostato il target del 2% di inflazione a inizio 2025 e ha ridotto le stime di crescita sul 2025 allo 0,9%.
Angelo Baglioni, docente di Economia monetaria all’Università Cattolica e direttore dell’Osservatorio Monetario
Ne è convinto anche Angelo Baglioni, docente di Economia monetaria all’Università Cattolica e direttore dell’Osservatorio Monetario, che spiega: “Quello della BCE è un cammino che è stato annunciato e perseguito in maniera piuttosto coerente nelle ultime riunioni del governing council, probabilmente vedremo ancora almeno un altro paio di interventi al ribasso sui tassi. In un recente intervento (a una conferenza organizzata dalla Banca d’Inghilterra a Londra, ndr), la componente tedesca del consiglio esecutivo BCE, nella figura di Isabel Schanbel, ha un po’ raffreddato le aspettative di ribasso dei tassi di interesse, in quanto c’è incertezza sulla stima deltasso neutrale (necessario per garantire la stabilità dei prezzi, ndr), che potrebbe essere più alto. Ma sono tutti ragionamenti un po’ opachi che, secondo me, non fermeranno l’allentamento quantitativo della Banca centrale europea”.
Si andrà quindi verso una divergenza sempre più ampia tra Europa e Stati Uniti…
In America la Fed si sta mostrando molto più prudente, perché l’economia è più forte di quella europea. L’inflazione si mantiene inoltre su livelli ben più alti, di conseguenza la Federal Reserve non può rischiare di osare troppo, soprattutto all’indomani dell’insediamento alla Casa Bianca
di Donald Trump. La politica dei dazi della nuova amministrazione porta a un aumento dei prezzi dei beni importati, che non può che avere come risvolto un effetto inflazionistico. La Fed lo sa bene ed è per questo che da quando Trump è stato eletto ha corretto la sua politica di comunicazione verso una maggiore prudenza. Un elemento in più che va nella direzione
di far divergere le politiche monetarie delle due banche centrali…
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