Il carovita di aprile cala al 3,4% e batte di un soffio le attese. Per i gestori, non basterà ad anticipare prima di settembre i tagli Fed. Ma i mercati, complice il dato core, sorridono. E non chiudono del tutto all’ipotesi luglio
Chi sperava in una svolta improvvisa ha dovuto accontentarsi di un timido spiraglio. L’inflazione USA di aprile è infatti risultata più debole del previsto solo di un soffio, con l’indice dei prezzi al consumo che si è attestato al 3,4% e ha così mancato le attese degli analisti per appena un decimo di punto. Un dato che non sembra scalfire l’ipotesi di primo taglio dei tassi FED a settembre ma è comunque sufficiente, complice il leggero calo rispetto al mese precedente e la stabilità della componente core, ad aprire spiragli di un allentamento anticipato. Per la gioia dei mercati.
Bene il dato core. Ma deludono le vendite al dettaglio
Secondo le elaborazioni del Bureau of Labor Statistics, il core price index di aprile (CPI) ha evidenziato un rialzo tendenziale del 3,4% ed è così risultato sostanzialmente in linea con il +3,5% atteso dagli economisti. Dinamica simile a quella registrata su base mensile, con la metrica che ha subito una variazione del +0,3% contro aspettative per un +0,4%. Quanto alla componente core, ovvero quella che esclude fattori particolarmente volatili come beni energetici ed alimentari, la rilevazione attesta un incremento annuo allineato al 3,6% del consensus ma in calo dal mese precedente e sui livelli più bassi dal 2021. L’unica sorpresa negativa arriva quindi dalle vendite al dettaglio, che sono rimaste invariate in termini congiunturali nonostante ci si aspettasse una crescita dello 0,4%.
I gestori guardano a settembre. Ma uno spiraglio c’è
Richard Flax, chief investment officer di Moneyfarm
Di “lettura tutto sommato positiva” ha parlato Richard Flax, chief investment officer di Moneyfarm. Poiché l’indice dei prezzi al consumo risulta ancora lontano dal target FED del 2%, il manager ha però sottolineato come resti credibile l’ipotesi di un avvio dei tagli non prima di qualche mese. “Se dovranno essere i dati ad indicare la linea della politica monetaria USA”, sono state le sue precise parole, “possiamo supporre che il presidente Jerome Powell e i membri del board non abbandoneranno il loro approccio attendista così presto”.
Filippo Diodovich, senior market strategist di IG Italia
Leggermente più ottimista si è invece dimostrato Filippo Diodovich, senior market strategist di IG Italia. Secondo lui, anche se il mercato sconta al 70% la probabilità di un taglio dei tassi non prima del 18 settembre, il dato sulle vendite deludente potrebbe paradossalmente spingere qualche membro della FED a votare per iniziare l’allentamento anche nel mese di luglio. In generale, tuttavia, è sua convinzione che nel breve termine non esistano ancora le condizioni per procedere a un cambio di strategia monetaria. “Crediamo che la banca centrale continuerà a monitorare l’andamento delle variabili macroeconomiche e deciderà nel corso dei prossimi mesi la direzione da seguire”, ha detto. Poi ha concluso: “Riteniamo anche noi che la riunione del 17-18 settembre, accompagnata dalla pubblicazione delle nuove proiezioni macroeconomiche e del grafico dot-plot, sia quella più plausibile per vedere una svolta”.
Greg Wilensky, head of US Fixed Income di Janus Henderson
Tra chi pensa positivo c’è anche Greg Wilensky, portfolio manager di Janus Henderson. Dal suo punto di vista, la rilevazione mantiene infatti vive le speranze di un primo taglio del tasso di riferimento a luglio. “Affinché questo si concretizzi”, ha spiegato però il gestore, “sarebbe necessario che i piccoli ma positivi passi indietro nella direzione della moderazione dei prezzi siano rapidamente supportati da una combinazione di notizie positive più significative sull’inflazione stessa e/o da segnali più concreti di debolezza del mercato occupazionale”. “Riteniamo ragionevole una previsione di due tagli nel 2024”, ha quindi chiarito, salvo sottolineare che gli allentamenti previsti dagli analisti per gli anni seguenti sono troppo pochi. “La banca centrale porterà il tasso dei FED Funds significativamente al di sotto del 3,8% suggerito dai futures al 2026, sia perché l’inflazione tornerà verso il suo obiettivo in caso di atterraggio morbido sia perché un’economia più debole farà scendere il dato inflattivo al di sotto dell’obiettivo”, ha detto.
Partenza col botto dei mercati
Gli esperti di Ebury si sono invece concentrati sulla reazioni dei mercati, notando come il dato headline migliore del previsto e la stabilità della componente core abbiamo fatto aprire lo S&P 500 sui suoi massimi storici intraday (5.270,74 punti). “I tassi di interesse sono scesi lungo tutta la curva e gli operatori danno per scontato che un primo taglio avverrà entro settembre”, è ora l’analisi degli economisti. Una lettura coerente con il calo subito dal dollaro, la cui valutazione era sostenuta dall’ipotesi di un ritardo nel ciclo di allentamento monetario della banca centrale Usa.
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