La casa svizzera resta positiva sulle Borse nonostante l’inflazione persistente e l’incertezza geopolitica. Sovrappeso su emergenti, Giappone e banche europee. Sul credito la selezione premia duration breve, high yield e CLO, mentre gli hyperscaler restano fuori dai portafogli. Attenzione anche all’oro
Il nuovo regime dei mercati finanziari non è necessariamente quello di un rallentamento del ciclo e della fine del ciclo rialzista. L’aumento dell’inflazione e dei tassi di interesse può infatti essere assorbito grazie a un’economia ancora sostenuta dalla solidità dei bilanci privati e, soprattutto, da una crescita degli utili che rimane nettamente superiore alla media storica. È su questa combinazione che si fonda la view per i prossimi mesi di UBS Asset Management, la cui presentazione alla stampa è avvenuta il 15 settembre a Milano. Una prospettiva da cui discendono due direttrici principali per gli investimenti: ancora focus sull’azionario, specie giapponese o emergente, attenzione agli effetti dell’intelligenza artificiale per il reddito fisso.
A raccontare il punto di vista della casa svizzera è stato Alessio Rizzi, head of Equity Research e Active Multi-Asset, che ha spiegato come lo scenario in cui si muovono gli investitori sia totalmente cambiato dall’anno scorso. “Mentre il maggior driver del 2025 erano state le tariffe commerciali introdotte dall’amministrazione Trump”, ha detto l’esperto, “il fattore dominante di oggi consiste nella geopolitica”. Un chiaro riferimento al balzo delpetrolio, passato in pochi mesi da 60 a oltre 100 dollari per barile, e ai suoi riflessi sul carovita. Ma se è vero che il contesto di incertezza sulla dinamica dei prezzi rende imprevedibili le decisioni di politica monetaria delle banche centrali, la tesi di Rizzi è che il rischio di recessione vada comunque escluso dallo scenario principale. Per UBS, infatti, ci sono due fattori che consentiranno all’economia di assorbire eventuali altri shock inflazionistici: il buon andamento del mercato occupazionale USA e la solidità dei bilanci privati. “Gli utili globali sono cresciuti del 20% negli ultimi sei mesi contro una media storica del 7%-8% su base annua”, ha spiegato Rizzi a riprova di questa tesi, per poi sottolineare come il fenomeno interessi anche settori al di fuori della tecnologia oltre alle più disparate geografie.
Azionario: EM e Giappone al centro del sovrappeso
È soprattutto quest’ultimo dato a sostenere la preferenza per l’azionario, sul quale però la società di gestione opera dei distinguo. Una delle maggiori convinzioni di Rizzi riguarda infatti i mercati emergenti, che negli ultimi mesi hanno messo a segno una performance del 17% grazie al boom dei semiconduttori e alla debolezza del dollaro. “Il sovrappeso su questo blocco rimane significativo anche di fronte al rischio di una politica monetaria più restrittiva della Fed”, ha spiegato l’analista, “perché l’effetto di una Fed hawkish e di un conseguente cambio di traiettoria del biglietto verde è già in buona parte già incorporato nelle quotazioni e viene compensato da valutazioni ancora contenute”. Emblematico il caso della Sud Corea, il cui mercato tratta ancora intorno a cinque volte gli utili nonostante il rialzo del 50% da inizio anno. Quanto al Giappone, altra menzione particolare emersa durante la presentazione, il focus di Rizzi troverebbe giustificazione in una combinazione favorevole di fattori ciclici e strutturali. “Il PIL si è lasciato alle spalle 20 anni di crescita nominale praticamente nulla e sta ora crescendo a un ritmo del 4%-5%”, ha infatti spiegato, aggiungendo che l’aumento dell’inflazione sta spingendo il settore privato a utilizzare la liquidità accumulata e che di queste risorse torneranno agli azionisti sotto forma di dividendi e buyback. Il rialzo dello yen rappresenta però un elemento da monitorare. E a chi gli ha fatto notare come l’apprezzamento della valuta nipponica abbia storicamente penalizzato il Topix, Rizzi ha risposto che la correlazione è oggi attenuata da tre fattori: “Maggiore crescita nominale, valutazioni non elevate e una composizione del mercato più orientata ai titoli value”.
UBS AM rimane positiva però anche sull’intelligenza artificiale, sia pur con una lettura meno concentrata rispetto alla narrativa che prevale tra gli investitori. Il premio riconosciuto al settore tech americano rispetto allo S&P 500 si è infatti ridotto al 5% dal 40% dell’ottobre 2025 e, per la società, questo ridimensionamento indica chiaramente che una parte consistente delle preoccupazioni sulla sostenibilità del tema è già stata incorporata nei prezzi. Una considerazione che porta a guardare oltre gli hyperscaler, come sottolineato dallo stesso Rizzi: “L’IA resta il principale motore della crescita ma l’espansione degli utili è positiva in quasi tutte le regioni e nei diversi settori”. Fuori dal perimetro tecnologico la maggiore fonte di opportunità viene invece individuata nelle banche europee, che hanno beneficiato sia della maggiore crescita nominale sia di tassi più elevati e bilanci ripuliti. “Negli ultimi mesi hanno battuto anche le Magnifiche Sette”, ha chiosato l’analista, sottolineando come la posizione complessiva della casa sul resto del Vecchio Continente resti però neutrale: “Il sovrappeso sugli istituti di credito viene finanziato attraverso posizioni corte sul resto dei settori”.
Il peso dell’AI sull’obbligazionario
Quanto al reddito fisso, il mercato sta infatti prezzando un numero di rialzi dei tassi che la società considera “eccessivo” rispetto a quanto potrebbe effettivamente materializzarsi. Da qui la preferenza per la parte breve della curva, dove una porzione consistente della stretta monetaria è già incorporata nei prezzi. Sul credito corporate le opportunità vengono invece individuate soprattutto nei mercati emergenti e nell’high yield europeo, dove i rendimenti superano il 6% a fronte di bilanci societari considerati solidi. Dove invece emerge la maggior cautela è sui bond degli hyperscaler, proprio perchè l’enorme mole di investimenti necessari a sostenere l’infrastruttura dell’intelligenza artificiale sta alimentando un’ondata di emissioni che rischia di aumentare l’offerta sul segmento investment grade e di esercitare pressione al rialzo sugli spread. “Preferiamo evitare simili esposizioni sul credito”, ha chiarito Rizzi, “perché la struttura dei finanziamenti e le garanzie incrociate tra le società rendono più difficile valutare il rischio”. Anche per questo UBS AM ha iniziato a introdurre nei portafogli i CLO, strumenti a tasso variabile che consentono di ridurre il rischio di duration e che offrono una correlazione relativamente bassa con le altre principali asset class.
Resta invece neutrale il giudizio sul dollaro. Se infatti l’incertezza sulla credibilità della politica economica USA e sull’outlook della Fed pesa, UBS è convinta che il legame positivo tra rischio geopolitico e corso della valuta possa fare da bilanciamento. La vera convinzione sul comparto delle commodity riguarda invece l’oro. Per Rizzi, a sostenere il metallo non sono solo gli acquisti delle banche centrali ma anche la necessità di diversificare dalle riserve in dollari e Treasury. Tutti fattori ai quali si aggiunge un posizionamento degli investitori asiatici oggi meno affollato rispetto all’inizio dell’anno.
Dal prodotto alla costruzione del portafoglio
Emanuele Bellingeri, country head Italia di UBS AM
A intervenire durante l’incontro è stato anche Emanuele Bellingeri, country head Italia del gruppo, che fornito una view sulle prossime sfide del settore anche alla luce del contesto delineato da Rizzi. Per il top manager, l’industria del risparmio gestito sta entrando in una nuova fase dopo un decennio segnato dalla crescita di strumenti come ETF e investimenti alternativi. “Se l’offerta di prodotti può oggi contare su un ventaglio molto ampio di soluzioni”, ha detto, “l’obiettivo si sposta verso la costruzione di portafogli più sofisticati e in grado di rispondere alle nuove esigenze innescate dall’allungamento della vita”. Il baricentro passa così dalla scelta del singolo prodotto alla capacità di costruire soluzioni coerenti con i bisogni dell’investitore e di raggiungere una platea più ampia attraverso modelli distributivi efficaci. Un’evoluzione che trova un riflesso anche nell’importanza assunta dall’asset management nelle operazioni di M&A bancario in corso in Italia.
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