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Dopo il giovedì nero di Wall Street, i timori di una bolla sono aumentati. Secondo gli asset manager la politica è stata solo il detonatore: pesano valutazioni, costi degli investimenti e posizioni affollate. Gli imperativi? Diversificare e ridurre la concentrazione sul tech
I nodi della folle corsa agli investimenti in intelligenza artificiale stanno venendo al pettine o è solo paura esagerata? Serviranno altre sedute per stabilirlo con certezza, ma il giovedì nero che ha affondato Wall Street mandando in fumo 3.200 miliardi di dollari di capitalizzazione sarà difficile da dimenticare. I tre maggiori indici a stelle e strisce hanno infatti registrato la peggiore seduta da aprile 2025, con il Nasdaq che ha lasciato sul terreno il 5,5% ed è entrato in territorio di correzione (ha perso oltre il 10% dal record stabilito il mese scorso), il Dow Jones in calo del 3,43% e l’S&P 500 in rosso del 4,35%. A pesare sono stati i timori emersi dopo la vittoria democratica alle elezioni di Midterm, che fanno prevedere procedure autorizzative più restrittive e quindi un rallentamento dello sviluppo dei data center. A questo si aggiunge l’attesa di nuovi rialzi dei tassi da parte della Federal Reserve, che inevitabilmente graverebbero sulle società del settore più sensibili all’aumento dei costi di finanziamento. Per i gestori, tuttavia, il risultato delle urne ha fatto solo da detonatore: la correzione era già in corso e a preoccupare sono soprattutto valutazioni, ammontare degli investimenti e posizioni troppo affollate. Per questo prevale la tesi di un riposizionamento tattico e non della fine del ciclo dell’AI. Con una raccomandazione su tutte: tenere sotto controllo il rischio di concentrazione e diversificare.
Fifa blu ma non solo
Secondo Erik Kuipers, investment specialist di Ing, gli investitori stanno valutando la vittoria dem e il rischio che la resistenza politica all’espansione dei data center si intensifichi, con effetti sugli investimenti nelle infrastrutture e sulle altissime attese di crescita. “La narrazione del mercato è cambiata rapidamente”, avverte, chiarendo che il dibattito si è spostato: prima ci si chiedeva quanti miliardi le aziende potessero ancora spendere, ora ci si domanda se quei piani potranno procedere come previsto. Tuttavia, Kuipers fa notare come la svendita non sia arrivata all’improvviso: i titoli tech erano sotto pressione ormai da giorni, il Nasdaq era già in correzione a inizio settimana e diversi big avevano subito forti cali dopo le trimestrali. “Dopo mesi in cui quasi ogni calo delle azioni AI ha attirato nuovi acquirenti, il mercato sembra diventare più cauto: questo non significa che l’entusiasmo sia scomparso, ma che gli investitori stanno fissando un livello molto più alto per valutazioni, investimenti e crescita futura degli utili”, spiega.
Dall’entusiasmo ai fondamentali
Anche per Donatella Principe, head of global strategy di Intermonte, la politica offre una spiegazione immediata, ma rischia di nascondere il punto: gli investitori, a suo parere, stanno passando dall’entusiasmo per le potenzialità dell’AI alla richiesta di risultati concreti. “La debolezza è iniziata già in estate: i primi segnali sono arrivati dai segmenti più speculativi, come il mercato coreano rappresentato dal Kospi”, ricorda. Non solo. Per l’esperta anche sul fronte politico occorre fare delle distinzioni: a Washington una stretta legislativa si scontrerebbe con il veto di Trump, mentre il rischio maggiore viene dai singoli Stati, dove i governatori devono fare i conti con il caro acqua ed energia. Inoltre, ostacolare l’AI sarebbe una contraddizione per i dem in vista delle presidenziali 2028, perché rischierebbe di frenare un motore della crescita e di regalare un vantaggio alla Cina. Secondo Principe, la prova più impegnativa riguarda quindi i fondamentali. “La prima fase della correzione ha colpito i produttori di chip, beneficiari diretti della corsa agli investimenti. I grandi gruppi con attività più diversificate, come Amazon e Microsoft, hanno inizialmente trovato negli altri business una protezione; ora, però, il mercato guarda con maggiore attenzione anche alla capacità dei protagonisti dell’AI di sostenere la spesa”, analizza. Dunque, per l’esperta, la lente si è spostata sulla liquidità degli hyperscaler, già scesa in territorio negativo nel corso dell’anno, e sul debito. “La stagione delle trimestrali doveva offrire rassicurazioni, ma i Magnifici Sette hanno deluso”, rimarca. La domanda decisiva, insomma, “non è soltanto che cosa farà la politica con l’AI, bensì anche che cosa l’intelligenza artificiale riuscirà a restituire agli azionisti”.
Adelante, con juicio
Kristofer Barrett, head of global equities e fund manager di Carmignac, individua il nodo della questione nella tenuta della domanda di AI. Anche per lui è stato l’esito delle Midterm a innescare le vendite, ma spiega che l’ampiezza del crollo dipende “in larga misura alla presenza sul mercato di operatori che fanno ricorso alla leva finanziaria, tra cui hedge fund, team di investimento specializzati (pod) e investitori retail, oltre a istituzionali con mandati caratterizzati da vincoli di rischio stringenti”. “Quando si diffonde il panico, molti operatori cercano di uscire dal mercato contemporaneamente”, osserva. L’esperto sottolinea però come, nel frattempo, gli hyperscaler continuino a investire massicciamente e assicura che non si vede alcun rallentamento tra chi costruisce data center o produce chip. “Le valutazioni sono diminuite sensibilmente e appaiono interessanti, a condizione che la domanda finale di intelligenza artificiale non subisca un brusco calo”, afferma. Raccomandando di puntare su società in grado di resistere alle turbolenze mantenendo al contempo una protezione più ampia del portafoglio, principalmente attraverso opzioni put sul Nasdaq: “Se le vendite generalizzate dovessero proseguire, questi strumenti dovrebbero compensare parzialmente le perdite”, assicura.
Parola d’ordine: diversificare
Secondo Mathieu Racheter, head of equity strategy research di Julius Baer, la perdita concentrata sui titoli legati all’AI e la reazione contenuta del credito indicano che la svendita è nata dalle preoccupazioni su costi e tempi delle infrastrutture, accentuate dall’uscita da posizioni molto affollate, e non da una rivalutazione dell’economia americana nel suo insieme. Per capire quanto siano cambiate le prospettive sugli utili, l’esperto suggerisce di guardare ai piani di spesa dei clienti e ai portafogli ordini dei produttori di chip. Per i portafogli, aggiunge, questo episodio rafforza un concetto fondamentale: “un progettista statunitense di chip e un produttore asiatico di semiconduttori possono appartenere a indici regionali diversi, ma entrambi dipendono dalle decisioni di investimento dello stesso ristretto gruppo di clienti”. Per questo, secondo Racheter, “una più ampia diversificazione dei fattori alla base degli utili consente agli investitori di partecipare alla crescita dell’AI, riducendo al contempo la quota dei rendimenti del portafoglio legata alle tempistiche del prossimo ciclo di investimenti nei data center”.
Occhio al rischio di concentrazione
Anche per Mark Haefele, chief investment officer di Ubs Global Wealth Management, abbiamo assistito a un riposizionamento tattico e non al segnale di un’inversione duratura del ciclo di investimenti nell’AI, con potenziale di rialzo per i principali indici nei prossimi sei-dodici mesi. “Al contempo data la possibilità di un’ulteriore volatilità, l’attenzione degli investitori dovrebbe concentrarsi sulla gestione dei rischi di concentrazione, sul riequilibrio di un’eccessiva esposizione al settore tecnologico e sulla costituzione di un solido portafoglio core multi-asset”, mette in guardia. A suo parere, il ciclo di investimenti nell’AI rimane solido, la crescita degli utili societari si conferma resiliente e un contesto ciclico globale positivo dovrebbe fornire supporto all’azionario. “Sebbene si possa verificare una fase di assestamento del mercato successiva ai risultati elettorali, i fondamentali non appaiono tali da giustificare una contrazione prolungata”, conclude.
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