L’avanzata degli Houthi spaventa i mercati e gli analisti rivedono al rialzo le stime sulle quotazioni del barile. Ma alcuni asset manager frenano: premio al rischio eccezionalmente elevato
L’intensificarsi del conflitto in Medio Oriente ha rimesso le ali al petrolio: sia il Brent sia il WTI hanno infatti sfondato di nuovo la soglia psicologica dei 100 dollari, facendo schizzare il nervosismo sui mercati. A spingere le quotazioni sono state le nuove tensioni tra Stati Uniti e Iran, con gli scambi militari che hanno riacceso i timori per la sicurezza delle forniture energetiche. Dopo gli attacchi alle petroliere, i colpi alle infrastrutture energetiche saudite e le nuove sanzioni economiche, l’asse della crisi si sta allargando al Mar Rosso. Gli Houthi, sostenuti da Teheran, hanno infatti preso il controllo dello stretto di Bab el-Mandeb, snodo cruciale per le forniture provenienti dall’Arabia Saudita e dalle altre monarchie del Golfo che tentano di aggirare il blocco di Hormuz. L’impennata del barile si è ovviamente subito ripercossa sui timori di inflazione e sui rendimenti obbligazionari, mentre gli analisti hanno rivisto al rialzo le loro previsioni sulle quotazioni dell’oro nero e sia l’Opec sia l’Aie hanno tagliato le stime sulla domanda globale.
Il vero timore è che quella attuale sia più di una crisi momentanea. Giovedì l’Opec ha ridotto le stime per il 2026 sulla domanda mondiale di petrolio per il quinto mese consecutivo, portandole a 380mila barili al giorno dai 580mila precedenti. Dall’inizio della guerra, il taglio complessivo ammonta alla cifra di un milione di barili al giorno. Dopo nemmeno ventiquattr’ore, l’Agenzia internazionale per l’energia ha fatto lo stesso: la domanda mondiale dovrebbe ridursi di 2,5 milioni di barili al giorno su base annua e non più di 1,6 milioni come indicato appena un mese fa. Il consumo globale di greggio per quest’anno è ora atteso a 102,44 milioni di barili al giorno, contro i 103,29 milioni stimati ad agosto. Nel frattempo, le principali banche d’affari hanno corretto al rialzo le loro previsioni sull’andamento delle quotazioni. HSBC, ad esempio, vede ora un prezzo medio del petrolio di 90 dollari e non più di 80, preannunciando un mercato fuori equilibrio fino a metà 2027. Sulla stessa linea Goldman Sachs, secondo cui il barile resterà stabilmente sopra quota 120 se gli attacchi dovessero proseguire. Anche UBS Global Wealth Management ha alzato le proprie stime sul Brent, portandole a 95 dollari per fine anno e a 90 dollari per marzo 2027, dai precedenti 85 e 80 dollari.
Rischio di un rialzo strutturale
Secondo Saverio Berlinzani, chief analyst di ActivTrades, il controllo totale della costa del Mar Rosso e dello stretto di Bab el-Mandeb da parte degli Houthi configura uno scenario di massima allerta per i mercati energetici globali. “La gravità della situazione risiede nel completo isolamento dell’Arabia Saudita”, spiega. Riad ha infatti solo due sbocchi al mare, uno a est nel Golfo Persico, e quindi verso lo stretto di Hormuz, e un altro a ovest, sul Mar Rosso. Con la chiusura primo, aveva dirottato circa il 70% del proprio export via terra verso l’altro. “Ora che gli Houthi dominano militarmente l’intera costa e isole strategiche come Perim, gli viene di fatto impedito di inviare petrolio in occidente”, chiarisce quindi Berlinzani. Che avverte: “Senza rotte alternative immediate, lo shock dal lato dell’offerta potrebbe spingere i prezzi strutturalmente al rialzo, alimentando nuove fiammate inflazionistiche globali”.
Norbert Rücker, head economics and next generation research di Julius Baer
Più cauto Norbert Rücker, head economics and next generation research di Julius Baer, che evidenzia come, in casi come questi, la speculazione e il comportamento gregario rappresentano una forte spinta verso prezzi a tre cifre. A suo parere, invece, i timori relativi all’offerta sono in contrasto con il funzionamento sorprendentemente stabile del mercato: “Le esportazioni dal Medio Oriente e le scorte globali stanno tenendo bene e le ostilità in corso non hanno invertito le tendenze dell’offerta già consolidate”, analizza, rimarcando che i flussi dalla regione sono tornati a circa il 75% dei volumi precedenti alla crisi e senza segnali di restrizioni significative nello Stretto di Hormuz. Per Rücker, quindi, il divario di percezione suggerisce che nei prezzi sia incorporato un premio al rischio eccezionalmente elevato, fino a circa 20 dollari. “Guidati dai fondamentali e consapevoli che le ondate speculative sono di breve durata, manteniamo la nostra view cauta sul petrolio”, afferma.
I mercati azionari possono continuare a salire
Mark Haefele, responsabile globale degli Investimenti di UBS Global Wealth Management
Anche Mark Haefele, chief investment officer di UBS Global Wealth Management, inquadra la corsa dell’oro nero in uno scenario più ampio. “Una forte crescita degli utili, investimenti sostenuti nell’intelligenza artificiale e un’esposizione di portafoglio diversificata possono aiutare i mercati globali a sopportare l’aumento dei costi energetici”, sostiene. A suo parere, quindi, i mercati azionari globali potrebbero continuare a salire nonostante il rincaro dell’energia. In quest’ottica, Haefele conferma la sua preferenza per le opzioni d’innovazione trasformazionale legate a intelligenza artificiale, energia e risorse, oltre alla longevità: questi ambiti, chiarisce, “dovrebbero beneficiare di maggiori investimenti, guadagni di produttività e crescita strutturale”. Inoltre, l’esperto raccomanda un’esposizione ad ampie categorie di materie prime, considerate sia come fonte strutturale di rendimento sia come strumento di diversificazione in scenari in cui le interruzioni energetiche o una nuova inflazione dovessero mettere a rischio azioni e obbligazioni. “Le prospettive a lungo termine per questa classe di attività risultano sostenute dall’elettrificazione, dalla crescente domanda di energia, dagli investimenti nelle infrastrutture per l’AI e dai vincoli dal lato dell’offerta”, spiega.
Flora Dishnica, investment manager di Pictet Asset Management, punta l’attenzione sugli effetti della corsa del barile sulle prossime mosse delle banche centrali. Se l’esito della riunione della Federal Reserve resta aperto e appeso ai dati sull’inflazione, a suo parere le attese degli investitori per ulteriori strette da parte della BCE sono eccessive “alla luce della debolezza ciclica dell’Area e della sua maggiore esposizione al fattore energetico”. Pur mantenendo un approccio generale prudente, Dishnica vede comunque qualche opportunità nel reddito fisso europeo, dove i tassi reali hanno raggiunto livelli molto elevati rispetto al potenziale di crescita. Sul fronte azionario, l’esperta non esprime forti preferenze sulle principali Aree sviluppate, salvo una moderata predilezione per l’azionario del Vecchio Continente rispetto a quello statunitense, ma mantiene una convinzione più marcata sui mercati emergenti. Infine, a livello settoriale, privilegia i titoli finanziari e “solo determinati segmenti” della tecnologia.
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