Ad agosto, l’occupazione americana è salita tre volte le attese. I mercati vedono più probabile un aumento dei tassi il 16 settembre, ma per i gestori sarà decisivo il prossimo dato sull’inflazione
Il mercato del lavoro americano batte nettamente le attese e fa aumentare le probabilità di un rialzo dei tassi da parte della Federal Reserve il prossimo 16 settembre. Ad agosto, infatti, l’occupazione a stelle e strisce ha registrato una forte accelerazione, creando 162mila nuovi posti di lavoro, il triplo dei 53mila previsti dagli analisti, mentre il tasso di disoccupazione si è mantenuto stabile al 4,1%. La reazione dei mercati è stata immediata, con il dollaro in rafforzamento e i rendimenti dei Treasury in crescita, mentre le scommesse su una stretta imminente monitorate dal CME FedWatch sono salite da poco meno del 50% a oltre il 60%. Gli occhi sono quindi tutti puntati sui dati di inflazione relativi al mese scorso, in uscita venerdì prossimo, che saranno l’ultimo, decisivo tassello per la decisone di Kevin Warsh e colleghi.
Oltre al boom di agosto, il Labor Department’s Bureau of Labor Statistics americano ha anche corretto al rialzo i dati dei non farm payrolls dei mesi precedenti. La variazione di giugno è stata rivista di 11mila unità, a +31mila, e quella di luglio è passata da un bilancio negativo di 23mila buste paga a uno positivo di 21mila, per un totale di 44mila assunzioni in più. In totale l’occupazione combinata dei due mesi è quindi superiore di 55mila unità rispetto a quanto precedentemente annunciato. Il tasso di disoccupazione è rimasto stabile come da consensus, nonostante la partecipazione alla forza lavoro sia salita al 61,6%, segnalando un mercato del lavoro che assorbe nuova manodopera senza perdere equilibrio. Intanto, le retribuzioni continuano a viaggiare a ritmo sostenuto: la crescita del salario medio orario si è attestata allo 0,3% su base mensile e al 3,1% su base annua.
Il dilemma Fed
Il Job report di agosto, che conferma la tenuta dell’economia USA, è dunque destinato ad accendere ulteriormente la discussione tra i membri del Fomc che si riuniranno martedì 15, tra chi spinge per una stretta e chi invece è per pazientare. Da Jackson Hole, il presidente Warsh ha mostrato un atteggiamento marcatamente hawkish, mentre giovedì scorso il governatore Christopher Waller si è detto propenso mantenere lo status quo se i prossimi dati confermeranno un raffreddamento dell’inflazione. Ne deriva che decisivo sarà il Cpi di agosto.
“Il mercato del lavoro resta in piena occupazione”, commenta a caldo Christian Scherrmann, chief U.S. economist di DWS. A suo parere, però, per la Fed questo report non rappresenta un motivo sufficiente per intervenire nella prossima riunione. Piuttosto, precisa, “attenua i rischi al ribasso senza aggiungere pressioni sui prezzi interni a un quadro già dominato da fattori esterni, come i prezzi energetici e i dazi”. Per questo, secondo Scherrmann, il report sul Cpi di venerdì prossimo sarà il fattore principale nell’orientare la decisione del Fomc.
Anche per Bradford Smith, portfolio manager di Janus Henderson, è salita la probabilità di un ritocco al costo del denaro a settembre. “Il dibattito all’interno della banca centrale verterà principalmente sui prossimi dati sull’inflazione”, scandisce. Evidenziando come, dopo l’intervento dal tono restrittivo del presidente, alla Fed si registri “una chiara propensione ad agire qualora i dati in arrivo non mostrassero ulteriori progressi in termini di disinflazione”.
“Come ha affermato Warsh a Jackson Hole, in un contesto di crescita robusta e di pieno impiego, l’attenzione dovrebbe concentrarsi sull’inflazione”, ricorda George Curtis, gestore di portafogli di TwentyFour Asset Management. Attualmente, fa notare, “i prezzi di mercato lasciano intendere che, a meno che il dato sull’inflazione della prossima settimana non risulti inferiore alle attese, la Fed procederà a un aumento dei tassi”.
La stretta è in arrivo
Jeffrey Cleveland, chief economist di Payden & Rygel
Sulla stessa linea è anche Jeffrey Cleveland, chief economist di Payden & Rygel. La sua valutazione è che il carovita di fondo rimarrà ostinatamente intorno al 3% nel corso del prossimo anno. Per questo motivo, indipendentemente dal fatto che la Fed decida o meno di intervenire subito, l’esperto indica come probabile che proceda con 2-3 rialzi nei prossimi dodici mesi. “Con il mercato del lavoro che continua a mostrare una buona tenuta, la banca centrale ha sempre meno argomenti per rinviare il ritorno dell’inflazione verso il proprio obiettivo”, sottolinea.
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