L’occupazione americana supera nettamente le previsioni e la disoccupazione scende al 4,1%. Per gli asset manager, il report rafforza le aspettative di ritocco verso l’alto al costo del denaro. Ma la vera variabile resta l’inflazione
Il mercato del lavoro americano continua a mostrare una tenuta superiore alle attese. A ottobre l’economia statunitense ha infatti creato 165mila nuovi posti, oltre il doppio dei 65mila previsti dagli analisti e ben al di sopra della media mensile di 48mila registrata negli ultimi 12 mesi. A rivelarlo è l’ultimo report del Bureau of Labor Statistics, secondo cui si è osservato anche un calo del tasso di disoccupazione al 4,1% dal 4,2% nel giro di 30 giorni. Numeri che consolidano le aspettative degli asset manager per una stretta monetaria della Federal Reserve a dicembre, già scontata dai mercati per circa il 75%, anche se l’inflazione resterà la principale variabile nelle prossime decisioni della banca centrale.
Il report di ottobre restituisce l’immagine di un tessuto produttivo capace di assorbire nuova manodopera senza mostrare segnali evidenti di deterioramento. Il numero dei disoccupati è diminuito di 41mila unità, a 7,07 milioni, mentre l’occupazione complessiva è salita di 463mila unità e ha così raggiunto quota 163,62 milioni. Anche il tasso di partecipazione alla forza lavoro è aumentato di un decimo di punto, al 61,9%, confermando una dinamica positiva sul fronte dell’offerta di impiego. Le assunzioni hanno interessato diversi comparti, con contributi significativi dai servizi alle imprese e dalla sanità, oltre a incrementi nel commercio e nel manifatturiero. A completare il quadro è la dinamica delle retribuzioni, che continua a viaggiare su ritmi sostenuti: lo stipendio orario medio è aumentata dello 0,4% su base mensile, raggiungendo i 38 dollari, mentre la crescita annua si è attestata al 3,1%. Il dato mensile rappresenta l’incremento più consistente da gennaio e supera le attese degli analisti, che indicavano un +0,3%.
La Fed verso una stretta a dicembre
Christian Scherrmann, US economist di DWS
Per Christian Scherrmann, chief U.S. economist di DWS, il report conferma la resilienza dell’economia americana e mantiene vive le aspettative di un rialzo dei tassi a dicembre. L’esperto sottolinea come la crescita delle assunzioni abbia sostenuto anche le retribuzioni, ma invita a non sopravvalutare le possibili implicazioni inflazionistiche. L’aumento dei salari, osserva, rimane probabilmente al di sotto dei livelli necessari affinché le imprese possano trasferire integralmente sui prezzi i maggiori costi degli input. Una lettura che lascia spazio a un intervento della banca centrale, anche alla luce del recente irrigidimento delle condizioni finanziarie e delle incertezze legate all’esito delle elezioni di metà mandato. La solidità dell’occupazione riduce infatti i margini per giustificare un atteggiamento più accomodante, pur senza rappresentare da sola una ragione sufficiente per accelerare la stretta monetaria.
Sulla stessa linea si colloca Addison Maier, portfolio manager di Janus Henderson, secondo cui i dati occupazionali sono inequivocabilmente solidi e si inseriscono in una serie di indicatori macroeconomici favorevoli. La Fed, ricorda, non ha manifestato particolari preoccupazioni per lo stato del mercato del lavoro, concentrando invece la propria attenzione sull’inflazione. Gli ultimi numeri rafforzano questa impostazione, considerando che non emergono ancora segnali di surriscaldamento sul fronte dell’occupazione. Maier invita tuttavia a considerare la volatilità delle rilevazioni mensili. Negli ultimi mesi i non farm payrolls hanno oscillato sensibilmente, passando dalle 165mila unità di ottobre alle 29mila inizialmente comunicate per settembre, fino alle 162mila di agosto e alla contrazione di 23mila registrata a luglio. Anche per questo, pur riconoscendo che i numeri rafforzano le prospettive di un rialzo a dicembre, l’esperto ritiene che in un orizzonte di medio-lungo periodo saranno soprattutto l’andamento dei prezzi e le prospettive di sviluppo dell’intelligenza artificiale a orientare le scelte della banca centrale. Una decisione che, dunque, continuerà a dipendere più dall’evoluzione dell’inflazione che dalla sola capacità dell’economia americana di creare occupazione.
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