Secondo la casa di gestione è il momento di costruire portafogli guardando alle dinamiche economico-politiche internazionali. Oro, materie prime ed energia al centro di una strategia a prova di tensioni globali
Inflazione in rientro, banche centrali ormai vicine al “target” e un 2026 che si annuncia meno dominato dalle mosse della politica monetaria e più influenzato dalla leva fiscale. È il quadro tracciato da Norman Villamin, group chief strategist di UBP, durante la conferenza della casa di gestione dedicata alle prospettive d’investimento per il 2026.
“L’inflazione è stata portata sotto controllo: la BCE è sostanzialmente in linea con l’obiettivo e la Fed si sta avvicinando, con un’inflazione che potrebbe restare intorno al 3% negli Stati Uniti nel corso dell’anno e scendere verso il 2,5% verso fine anno”, ha spiegato. In questo scenario, la politica monetaria rimane “nel complesso accomodante”, ma l’elemento davvero potenzialmente più supportivo per i mercati sarà la politica fiscale. Sul fronte della crescita, UBP vede un’economia globale ancora in area 3%, con gli Stati Uniti come principale motore e un’Europa più mista, in un intervallo compreso fra 1,1% e 1,4%, con Spagna chiamata a confermare gli ottimi numeri del 2025 e Germania che potrebbe beneficiare di stimoli fiscali. Da qui l’invito a costruire portafogli guardando più alla mappa delle dinamiche economico-politiche internazionali che ai soli indicatori ciclici: “Nel 2026 prevediamo che la geopolitica continuerà a essere fattore determinante per gli investitori. L’obiettivo strategico delle grandi potenze è chiaro: assicurarsi il predominio nella corsa globale all’intelligenza artificiale”, ha sottolineato Villamin, ricordando come questa competizione sia destinata a ridefinire sicurezza nazionale, demografia e produttività.
Investire in un mondo frammentato
Per UBP, proprio AI e geopolitica sono i due grandi assi che concentreranno la “gravità” dei mercati nel 2026. Sulla supremazia tecnologica, Villamin ha indicato tre sottotemi: spesa in Capex, energia e filiera dell’infrastruttura. Non è un caso, ha osservato, che il segmento delle utility statunitensi abbia performato quasi quanto le società tech: un’area da monitorare per intercettare opportunità legate alla crescita della domanda di potenza di calcolo e di elettricità, perché “gli hyperscaler avranno bisogno di energie e risorse”. Ma è la geopolitica a fare da collante tra tecnologia e mercati reali: “La geografia della competizione è sempre più legata alla sicurezza delle risorse naturali: l’accesso a petrolio e gas, minerali critici, capacità di raffinazione e punti nevralgici marittimi sta influenzando politica estera, alleanze e assunzione di rischi”, ha rimarcato.
Da qui l’idea di un possibile “nazionalismo delle risorse”, con Stati Uniti e Cina già impegnati a tutelare l’accesso ai metalli essenziali: Pechino ha imposto restrizioni sulle esportazioni di terre rare, Washington ha scelto di aumentare le scorte di un’ampia gamma di metalli. Un orientamento che difficilmente si attenuerà nel breve e che, secondo UBP, renderà più persistenti le tensioni nei mercati fisici di rame, argento e metalli del gruppo del platino. In parallelo, la guerra tra Russia e Ucraina ha rafforzato il regime di sanzioni e accelerato la spinta europea verso sicurezza energetica e riarmo, con ricadute su prezzi delle materie prime, scelte fiscali e strategie industriali. L’Europa, per Villamin, è un attore decisivo: può attenuare o amplificare la frammentazione tramite regolamentazione, politica commerciale e coordinamento della difesa. Sul fronte asiatico, l’Indo-Pacifico resta il teatro centrale e Taiwan “il rischio di coda più rilevante” per l’importanza che riveste per tecnologia globale e semiconduttori avanzati. In questo “nuovo ordine” segnato dal controllo delle risorse e delle rotte di trasporto, UBP invita gli investitori a prepararsi a possibili shock dell’offerta e improvvisi rialzi dei prezzi su metalli industriali e preziosi, in un contesto di crescente “militarizzazione” dell’accesso alle materie prime.
Queste letture si traducono in scelte di portafoglio che mettono al centro resilienza e diversificazione. Sul fronte azionario, UBP mantiene un’impostazione costruttiva: con politiche fiscali e monetarie di supporto, deregolamentazione e aumenti di produttività destinati a diffondersi oltre il settore tecnologico, la casa prevede una crescita degli utili in accelerazione verso il 15% nel 2026, più ampia e meno concentrata sulle sole mega-cap. Pur riconoscendo il dibattito su possibili eccessi di valutazione legati all’AI, Villamin ritiene che i multipli siano sostenibili grazie a una crescita degli utili sopra-trend alimentata dal boom di investimenti in conto capitale; sul piano regionale, la preferenza resta per l’azionario statunitense, posizione neutrale sull’Europa e diversificazione tramite tecnologia indiana e cinese. In ottica settoriale, la diversificazione verso temi di domanda energetica, tra utility e rinnovabili, è vista come un modo efficace per gestire valutazioni elevate e volatilità, mentre le commodity tornano a essere interessanti in un contesto di risorse strategiche sempre più “sensibili” e mercato azionario con esposizione ancora bassa ai metalli. Nell’asset allocation, inoltre, UBP indica oro e materie prime come coperture naturali: in chiave tattico-strategica, Villamin ha citato un peso tra 8% e 9% in oro, motivato soprattutto dalla geopolitica e dai dubbi sulla dominanza del dollaro. Sul reddito fisso, la casa si attende rendimenti “leggermente superiori al carry”, con possibili contributi da mercati emergenti e high yield se lo scenario di crescita sostenuta e inflazione in moderazione si confermerà; per i Treasury USA a 10 anni, l’ipotesi è un intervallo di 3,75%–4,25% entro fine anno.
Thomas Christiansen, head of Emerging Markets Fixed Income di UBP
È però sul debito emergente che, secondo Thomas Christiansen, head of Emerging Markets Fixed Income, si aprono spazi di valore: dazi meno aggressivi del temuto (e non generalizzati), crescita strutturalmente più alta dei Paesi sviluppati, minore indebitamento e banche centrali emergenti più indipendenti dalla Fed sono, a suo avviso, i pilastri dell’asset class. “Le obbligazioni emergenti offrono un’opportunità interessante grazie a fondamentali resilienti, fattori tecnici favorevoli e rendimenti complessivi attraenti”, con particolare enfasi su valuta locale e mercati di frontiera, dove la combinazione di real yield elevati, carry competitivo e benefici di diversificazione può risultare più evidente.
Secondo l’agenzia, l’esposizione dei sette maggiori istituti ammonta a 108 miliardi di euro è non è "una fonte materiale di pericolo sistemico”. Ma è possibile un progressivo deterioramento dei portafogli creditizi dei fondi
Il comparto ricomincia ad attrarre capitali grazie al ritorno dell’appetito azionario. Premiata soprattutto Wall Street, mentre sul fronte settoriale cresce l’interesse per credito e industriali ma anche materiali. Tra le materie prime, attenzione all’oro. Lo studio di BlackRock
Secondo l’Agenzia, nel 2026 la domanda mondiale di petrolio si contrarrà di 420mila barili al giorno, ma la produzione non riuscirà comunque a soddisfarla.
Ad aprile i prezzi sono balzati del 3,8%, il massimo da quasi tre anni. Pesa il rincaro dell’energia causato dal conflitto in Iran. Su anche il dato core. Per gli analisti, sale la pressione sulla Fed
Secondo DWS e Xtrackers, la domanda al dettaglio sta spingendo la categoria anche nel Vecchio Continente. A trainare il mercato sono trasparenza, negoziabilità e strategie sempre più diversificate. “Ma per distinguersi sarà decisiva la capacità dei gestori di generare vera alpha”
La rottura della tradizionale correlazione azioni-obbligazioni impone l’adozione i nuove strategie. E per Alexander Roll, investment strategist di Global X, gli ETF con buffer stanno diventando uno strumento strutturale per affrontare volatilità, rischio di drawdown e scenari di stagflazione
Sul tavolo dei due leader non c’è solo l’Iran, ma anche dazi, terre rare, AI, Taiwan e la fragile intesa di ottobre. Secondo i gestori, i cambiamenti tangibili saranno modesti, ma l’azionario cinese resta appetibile
Il commercio globale continua a crescere ma si riorganizza per aree, mentre la rivalità tra USA e Cina ridisegna gli equilibri. Uno scenario in cui l’Europa può pagare con l’irrilevanza la frammentazione e l’assenza di una vera unione dei capitali. Con riflessi anche su valute, flussi e scelte degli investitori
Vanguard: nel primo trimestre distribuzioni in crescita del 6,7%. Nord America ed Europa protagoniste, frenano Cina ed Emergenti. Il resto dell’anno è appeso al conflitto mediorientale
Tra ansie geopolitiche e dispersione dei rendimenti, i fund selector ricalibrano le scelte per i prossimi mesi: più disciplina, gestione attiva e una nuova mappa delle opportunità da monitorare
Per il gestore azionario di Lemanik la crisi energetica produrrà solo effetti temporanei sui prezzi, mentre la politica americana continuerà a sostenere Wall Street in vista delle midterm. Focus ancora sull’AI, ma il focus si sposta sulle società che beneficiano indirettamente del boom di investimenti. In Italia banche nel mirino
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