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Per il 26% delle aziende è la terza maggiore preoccupazione. E il 95% ha un budget specifico per eventuali crisi. Poche però sanno valutare in modo proattivo questi rischi. Ecco la survey WTW
“Il rischio reputazionale è tutto”. Lo ha spiegato sul Finacial Times Rupert Younger, direttore del Centre for Corporate Reputation dell’Università di Oxford, commentando la presa di distanza di numerosi marchi nei confronti di Chiara Ferragni dopo il pandoro-gate. Un’evidenza di cui sono sempre più consapevoli le aziende, che ormai considerano i potenziali danni di immagine come una categoria dei rischi finanziari. Lo rivela il Reputational Risk Readiness Report 2023 di WTW, stando al quale però dal 2021 sta diminuendo la fiducia nei sistemi di gestione del rischio e nella capacità di risposta alle crisi.
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Reputazione nella top 3 dei rischi per un’azienda su quattro
L’indagine ha coinvolto 375 risk manager di multinazionali di settori diversi in 20 Paesi, mostrando come nel 2023 la reputazione abbia rappresentato il terzo rischio più importante per il 26% del campione: si tratta di un dato in netto aumento rispetto 18% del 2021. Più in dettaglio, tra le cinque maggiori preoccupazioni in materia, spiccano i rischi Esg. A fronte di questa presa di coscienza, solo il 10% delle aziende si confronta mensilmente con gli stakeholder su tali questioni, meno del 37% di due anni prima. E si ferma al 14% la percentuale di chi associa ai Kpi a livello di cda un processo di governance per questi rischi. Non solo: appena il 13% ritiene “molto buona” la propria resilienza alle crisi reputazionali (erano il 23% nel 2021), nonostante il 95% abbia un budget specifico per gestire eventuali crisi in materia.
Secondo gli esperti WTW, i dati mostrano un declassamento delle capacità di gestione del rischio di immagine da parte delle aziende. Tale pericolo viene però sempre più spesso considerato attraverso una lente sia finanziaria sia Esg ed è quindi probabile che le valutazioni di preparazione diventeranno presto più rigorose. “La reputazione è diventata un vero e proprio rischio finanziario a fronte della necessità delle aziende di fornire a partner commerciali, clienti, autorità di regolamentazione, investitori e finanziatori il proprio posizionamento in materia di sostenibilità”, si legge nel report. Tutto questo ne ha cambiato la gestione, che ora richiede un maggiore coinvolgimento della Direzione Finanza delle aziende. Attualmente, tre società su cinque hanno a disposizione un team dedicato alla gestione di crisi in materia: quasi il 50% in più rispetto al 2021.

L’importanza dei parametri Esg e dei social media
Secondo Piergiorgio Vella, associate director risk & analytics – luxury di WTW, il reputation management sta cambiando. E le aziende più mature e meglio preparate a gestire eventuali crisi sono quelle in grado di capire quando una criticità possa evolversi in danno di reputazione. Insieme a quelle che comprendono a fondo i potenziali impatti strategici e finanziari di tali incidenti, considerando anche il contesto dei parametri Esg e dei social media in continua evoluzione. “I consigli di amministrazione dovrebbero confrontarsi regolarmente su queste tematiche, valutando in modo proattivo non solo le minacce ma anche le opportunità che possono derivare da una crisi. È infatti possibile subire una shock e uscirne in modo ancora più positivo”, assicura Vella.
Secondo Alessandra Capua, responsabile fine art, jewellery & high-value logistics della società, le aziende non stanno facendo passi indietro. Per l’esperta, infatti, con il crescere della rilevanza dei parametri Esg (soprattutto sui social media) si è iniziato a valutare il rischio reputazionale in modo più attento fino a considerarlo un rischio finanziario e non solo un problema di immagine. Tanto che sono aumentarti i budget per affrontare questo tipo di eventi. “Allo stesso tempo, però, cresce la preoccupazione per i potenziali contraccolpi sui social media, che potrebbero far perdere numerose opportunità di business. È dunque necessario un nuovo approccio a questo tema e le aziende se ne stanno rendendo conto”, conclude la Capua.
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