Crescita, liquidità e utili sostengono i mercati in una fase di profondo cambiamento strutturale. L’analisi della casa di gestione al suo primo roadshow milanese dell’anno, in Borsa Italiana
Donatella Principe, director Market Distribution Strategy di Fidelity International
L’hanno chiamato “Smetto quando voglio (posso)”. E ha a che fare col sempre più discusso movimento FIRE (Financial Independence, Retire Early). L’obiettivo è raggiungere la libertà finanziaria molto prima della consueta età di pensionamento. Insomma smettere di lavorare il prima possibile. Ma non tutti partono dallo stesso punto. In Italia, con stipendi fermi da trent’anni, il FIRE resta un obiettivo difficile. Più che una formula universale, è un ideale accessibile solo a pochi. Ma è davvero possibile? Qualcuno afferma di sì, altri invece assicurano che sia facile. La risposta che Fidelity International lancia dal palco di Piazza Affari è: dipende. Dal creare il capitale da accumulare, alla conservazione del proprio patrimonio, fino al decumulo consapevole: ogni scelta conta. Soprattutto, poi, quando l’economia globale è attraversata da choc geopolitici, macroeconomici e finanziari immaginabili fino a poco tempo fa. “Alcuni che per la mia generazione erano impensabili”, sottolinea Donatella Principe, durante il roadshow della società di gestione. Eppure, il comportamento dei mercati finanziari è rimasto resiliente. “Gli indici sono sui massimi storici”. Anche il mercato del credito mostra tensioni contenute: “Gli spread corporate si collocano tra il terzo e il quinto percentile”. Un contesto che alimenta l’idea di mercati assuefatti agli choc, con una volatilità che tende a riassorbirsi rapidamente.
Secondo Principe, però, parlare di esuberanza irrazionale è fuorviante. La ragione è semplice: “I mercati sono apolitici e cinici. Ai mercati interessano i numeri”. È per questo che eventi anche rilevanti dal punto di vista politico vengono relativizzati. Ad esempio, “il Venezuela ha enormi riserve naturali, ma pesa solo lo 0,1% del PIL mondiale. Il mercato può permettersi di guardare oltre”. Lo stesso approccio vale per la guerra commerciale. “Un anno fa era considerata il rischio più temuto dall’80% del mercato. Oggi sembra quasi scomparsa dai radar, nonostante i dazi siano passati dal 2,4% al 17%”. A fare la differenza, ancora una volta, è la capacità di adattamento dell’economia reale, come dimostra la Cina, “la vittima designata dell’approccio MAGA, che chiude con un surplus commerciale record”, ricorda la manager.
Per Donatella Principe la resilienza dei mercati poggia su tre fattori strutturali. Il primo è la crescita economica. “Fino a poco tempo fa lo scenario base era l’hard landing. Oggi, con una probabilità tra il 93% e il 95%, gli investitori si attendono uno scenario di soft landing o di no landing”. Da novembre, aggiunge, “la maggioranza degli operatori si aspetta un’accelerazione del ciclo”.
Il secondo pilastro è la liquidità. “La liquidità presente oggi sui mercati è la più alta mai registrata nella storia”, sottolinea. Il supporto delle banche centrali resta decisivo: “Negli ultimi due anni i tagli dei tassi a livello globale sono stati 316, più che nel periodo successivo al fallimento di Lehman Brothers”. A questo si affianca una politica fiscale espansiva, diffusa su scala globale, che continua a sostenere la domanda.
Il terzo pilastro, il più importante, è rappresentato dagli utili societari. “Negli Stati Uniti siamo a nove trimestri consecutivi di crescita degli utili, quattro dei quali a doppia cifra”. Ma il dato più rilevante riguarda la composizione della crescita. “I Magnifici 7 hanno registrato la loro trimestrale più debole dal primo trimestre 2023, mentre gli altri 493 titoli dello S&P 500 hanno battuto le aspettative in modo significativo”.
Questo ha modificato la natura del rally. Nel 2023 oltre il 100% della performance era spiegata dall’espansione dei multipli. Gli utili davano un contributo negativo. Nel tempo il quadro è cambiato: “Oggi il rally è sostenuto quasi interamente dalla crescita degli utili. È il passaggio dalla speranza alla certezza”. Cambia anche l’ampiezza del mercato: “un anno fa meno del 20% dei titoli partecipava al rialzo. Oggi siamo intorno al 70%, mentre a livello globale quasi il 90% degli indici locali è coinvolto”.
Nuove sfide per l’asset allocation
Un contesto favorevole, tuttavia, non elimina i rischi. “Viviamo in una fase di incertezza strutturale”, avverte Principe. La recente volatilità dei beni rifugio ne è un esempio: “In un solo giorno l’oro ha perso il 9% e l’argento il 27%. Un segnale rilevante, perché riguarda l’asset difensivo per eccellenza”. Tra i principali fattori di attenzione resta la geopolitica, tra conflitti aperti e tensioni commerciali latenti. A questo si aggiunge l’intelligenza artificiale, passata da catalizzatore di crescita a potenziale fonte di instabilità. Il rischio, secondo la manager, è meno simile alla bolla dot-com e più vicino alla crisi dei subprime, per il forte legame tra mercati finanziari ed economia reale. Infine, il tema dei mercati obbligazionari. “Siamo passati da un mondo di dominanza monetaria a uno di dominanza fiscale”. In questo contesto, “mettere in discussione l’indipendenza delle banche centrali può avere conseguenze estreme sul mercato dei bond”, che faticano sempre più a svolgere il loro ruolo tradizionale di diversificazione. Il riferimento è chiaro: l’autonomia della Fed messa a dura prova dalle ingerenze dell’amministrazione Trump.
Insomma, investitori e gestori devono abituarsi “alla certezza dell’incertezza”, afferma Principe. In un mondo caratterizzato da deglobalizzazione, fine dell’eccezionalismo americano e nuovi equilibri macro finanziari, “la capacità di cambiare diventa un fattore chiave”. Anche nella costruzione dei portafogli.
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