Le tensioni a Teheran tornano a far temere un conflitto regionale e alimentano il rincaro del greggio. Ma per Norbert Rücker (Julius Baer) l’impatto sarà temporaneo: “Probabile quota 50 dollari nel 2025”
Le tensioni inIran tornano a muovere i prezzi del petrolio e a catalizzare l’attenzione degli investitori, riportando la geopolitica al centro delle dinamiche di breve periodo. Tuttavia, c’è chi crede che l’impatto degli eventi nella Repubblica Islamica sia più rumoroso che strutturale. Tra i tanti a nutrire questa convinzione che anche Norbert Rücker, head of Economics and Next Generation Research di Julius Baer, che ha una visione controcorrente: il mercato continuerà a vedere un surplus di offerta e ampie capacità produttive inutilizzate. Tutte ragioni che spingono la casa ad attendersi una quotazione stabile sui 65 dollari al barile per buona parte dell’anno.
Proteste, rischio escalation e timori sull’offerta
Donald Trump, presidente degli Stati Uniti
Le proteste a Teheran sono esplose a fine dicembre 2025 come risposta a un mix di cause: la crisi economica, il crollo del rial e l’inflazione galoppante che ha eroso i redditi. In poche settimane le mobilitazioni si sono estese dalle piazze e dai bazar della capitale a oltre 25 province, coinvolgendo studenti e lavoratori contro il potere clericale. Le forze di sicurezza hanno risposto con una repressione violenta: gruppi per i diritti umani parlano di almeno 2.500 morti, oltre 18.000 arresti e un blackout delle comunicazioni per limitare il flusso di informazioni dalle città più colpite. Le difficoltà interne del regime e il rischio di una deriva verso misure brutali per contenere l’insurrezione hanno portato nelle ultime ore anche al coinvolgimento di altri attori della scena internazionale, con il presidente americano Donald Trump che ha promesso “azioni forti” in caso di impiccagioni dei manifestanti e la minaccia di attacco alle basi americane USA in Medioriente come pronta riposta del regime. Un quadro che, nel complesso, solleva timori per le infrastrutture energetiche del Paese e contribuito a spingere quotazioni del petrolio oltre i 65 dollari al barile.
Un player più rilevante del Venezuela, ma non decisivo
Ali Khamenei, guida suprema dell’Iran
A differenza del Venezuela, coinvolto anch’esso di recente in dinamiche geopolitiche complesse, l’Iran rappresenta oggi un attore più significativo sul piano delle esportazioni petrolifere. “Le vendite di greggio iraniano supererebbero infatti 1,5 milioni di barili al giorno”, spiega Rücker, “pari a circa l’1,5% dell’offerta globale”. Una quota non trascurabile, insomma, che spiega la reazione dei mercati alle notizie provenienti dal Paese. Tuttavia, osserva l’esperto di Julius Baer, il contesto attuale si presenta profondamente diverso rispetto al passato: “Il mercato del petrolio è in surplus e i principali produttori mediorientali, Arabia Saudita inclusa, dispongono di capacità inutilizzata in grado di compensare eventuali interruzioni”.
Un ulteriore elemento di stabilizzazione, secondo Rücker, arriva dalla politica statunitense. In un anno segnato dalle elezioni di medio termine, l’amministrazione Trump appare fortemente concentrata sul sostegno all’economia e sul contenimento dell’inflazione: un obiettivo che coinvolge in particolare per i prezzi dell’energia per i consumatori americani. “In questo contesto”, spiega l’esperto, “qualsiasi ipotesi di intervento o di pressione sull’Iran sarebbe verosimilmente accompagnata da garanzie sull’offerta globale di petrolio e ridurrebbe la probabilità di shock duraturi sui prezzi”.
Mercato ‘paria’ e sanzioni: l’impatto resta limitato
Anche dal fronte delle sanzioni, lo scenario appare più incerto di quanto i più recenti sviluppi potrebbero far pensare. “Le ultime misure annunciate contro i partner commerciali dell’Iran riguardano l’insieme delle merci e non esclusivamente il petrolio”, spiega infatti il manager di Julius Baer, lasciando ampie incertezze sulla loro effettiva applicazione. Il cosiddetto mercato ‛paria’ continua poi a consentire a Teheran di collocare il proprio greggio al di fuori dei circuiti occidentali, prosegue l’analista, circostanza che attenua l’efficacia delle restrizioni e ne limita l’impatto sui flussi globali. Tutto questo senza dimenticare che la recente risalita delle quotazioni non riflette soltanto i rischi geopolitici. Secondo Rücker, il supporto ai prezzi è infatti arrivato anche da fattori tecnici: “Il sentiment estremamente ribassista e il forte posizionamento short degli hedge fund sul mercato dei futures avrebbero innescato coperture parziali, amplificando i movimenti al rialzo nel breve termine”.
Al netto delle tensioni, la lettura di fondo non cambia. “La geopolitica genera molto rumore”, sottolinea Rücker, ma né gli eventi in Venezuela né quelli in Iran sembrano in grado di modificare in modo duraturo l’equilibrio del mercato petrolifero. In assenza di shock prolungati sull’offerta, l’Iran non appare dunque un fattore sufficiente per sostenere stabilmente prezzi sopra i 65 dollari al barile o per rilanciare in modo significativo le attività di shale oil negli Stati Uniti. La previsione di Julius Baer resta quindi invariata: per gran parte del 2026 il petrolio dovrebbe muoversi intorno ai 50 dollari al barile, con possibili deviazioni di breve periodo legate all’evoluzione delle tensioni geopolitiche, ma senza un cambio strutturale dello scenario.
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