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Oltre uno su dieci si ferma sotto i mille euro. Penalizzate le donne. Intanto nel 2023 la spesa Inps è salita dell’8,2%, a oltre 90 miliardi di euro. Diminuiscono i nuovi trattamenti
Un assegno medio di 2.209 euro che vale un esborso per lo Stato di oltre 90 miliardi di euro. L’Inps ha tirato le somme sulla previdenza pubblica nel 2023, rivelando come la spesa complessiva per i dipendenti statali sia cresciuta dell’8,2% rispetto agli 83 milioni dei dodici mesi precedenti, per un totale di 3.137.572 assegni (+0,9%). L’aumento dell’ammontare è dovuto soprattutto al recupero dell’inflazione, mentre i nuovi trattamenti liquidati sono calati del 9,8%. Al di là delle cifre medie, però, gli assegni restano ancora piuttosto leggeri. La metà infatti non arriva a duemila euro mensili, con il 10,5% che si ferma sotto i mille e il 39% che ha un importo compreso fra 1.000 e 1.999 euro. Il 37,7% si attesta invece tra 2.000 e 2.999 euro, mentre solo il 12,8% supera i tremila euro. Con forti differenze di genere.
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Calano le pensioni pubbliche
Nel 2023 le nuove pensioni liquidate ai dipendenti pubblici sono state 136.48, in calo rispetto alle 151.208 del 2022. Colpa, spiega l’istituto previdenziale, dello “svuotamento delle generazioni pensionabili dovuta all’utilizzo, negli anni immediatamente precedenti, di anticipi pensionistici quali Quota 100 e 102 insieme al sempre maggiore ricorso da parte degli iscritti alle ex Casse Tesoro alle pensioni in cumulo”. Gli importi medi mensili sono invece cresciuti del 4,1%.
Guardando alla ripartizione per Cassa delle pensioni vigenti al primo gennaio 2024, il 58,3% dei trattamenti pensionistici è stato erogato dalla Ctps (dipendenti dello Stato), seguita dalla Cpdel (Enti locali) con il 38,1%. Le altre Casse rappresentano complessivamente il 3,6% del totale. Quanto all’importo complessivo annuo, il 60,4% è stato a carico della prima, che eroga importi medi mensili pari a 2.289,50 euro, il 32,4% della seconda con una media di 1.876,30 e il rimanente 7,2% delle altre Casse, con importi che variano dai 1.682,60 euro della Cpi (insegnanti) a 5.077 euro mensili della Cps (sanitari).
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Il 59% sono pensioni anticipate
La maggior parte dei trattamenti riguarda le pensioni anticipate rispetto all’età di vecchiaia. Il 58,9% degli assegni sono infatti di questo tipo, con un importo complessivo annuo pari a 58.921 milioni di euro, mentre il 14,6% sono di vecchiaia con un ammontare totale di 15.047 milioni. Infine le pensioni d’inabilità sono il 6,3% e il restante 20,2% è costituito, complessivamente, da quelle erogate ai superstiti di attivo e di pensionato.
Sopra i tremila euro solo una donna su venti
Nella ripartizione per categoria e sesso, l’Inps fa notare che il 59,7% del totale dei trattamenti viene erogato alle donne, contro il 40,3% degli uomini. In tutte le categorie, eccetto quella di inabilità, si rileva una maggior presenza di pensionate, con la differenziazione massima rilevata in quelle ai superstiti in cui la quota femminile rappresenta il 16,6% del totale e quella maschile il 3,6%.
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Quanto agli importi, quasi un quarto dei trattamenti erogati agli uomini è pari o superiore a 3mila euro al mese, cifra che si riscontra invece solo nel 5% degli assegni erogati alle donne. Un uomo su quattro contro una donna su venti, un divario ancora forte. E il dato riguarda i singoli trattamenti e non l’intero reddito da pensione (che potrebbe riguardare più assegni). In pratica le donne sono la grande maggioranza dei pensionati pubblici, con 1.87 milioni di persone a fronte di quasi 3,14 milioni complessivi, ma sono solo 92.806 quelle che hanno trattamenti pari o superiori a 3mila euro al mese (il 4,96% delle donne). Gli uomini pensionati pubblici sono invece 1,26 milioni e 308.377 percepiscono assegni pari o superiori a 3mila euro (il 24,37%). Nel complesso le pensioni superiori a 3mila euro sono 401.183, pari al 12,79% del totale di quelle dei dipendenti pubblici all’inizio di gennaio 2024.
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