Il 7° Rapporto Assogestioni-Censis fotografa un Paese consapevole che la pensione pubblica non basterà, ma ancora frenato da scarsa conoscenza, diffidenza e rinvio delle scelte. Per l’industria, la sfida è trasformare le novità normative in partecipazione effettiva
C’è una distanza di nove anni che racconta meglio di molti discorsi lo stato d’animo dei lavoratori italiani davanti alla pensione. È quella tra l’età a cui vorrebbero uscire dal mercato del lavoro, in media 60 anni, e quella a cui pensano realisticamente di poterlo fare, 69 anni. In mezzo c’è un Paese che sa di dover lavorare più a lungo, teme pensioni pubbliche più basse e riconosce l’utilità della previdenza complementare, ma continua spesso a rimandare la scelta, a comprenderla solo in parte o a percepirla come un terreno tecnico, opaco, distante. È da questa frattura tra consapevolezza e azione che prende le mosse il 7° Rapporto Assogestioni-Censis, ‘Le opportunità della previdenza complementare’, presentato a Roma in un momento particolarmente delicato per il secondo pilastro. Dal 1° luglio sono infatti entrate nel vivo le novità introdotte dalla Legge di Bilancio 2026, che intervengono sulla normativa a oltre vent’anni dalla Riforma Dini e a vent’anni dalla grande stagione del Tfr e del decreto legislativo 252 del 2005. Per Assogestioni, che ha promosso l’indagine con il Censis, non si tratta soltanto di accompagnare una riforma tecnica, ma di contribuire a orientarne la piena attuazione: verso i lavoratori, verso le imprese, verso gli operatori finanziari e nel dialogo con istituzioni e autorità di vigilanza.
Maria Luisa Gota, Presidente di Assogestioni
La Presidente di Assogestioni, Maria Luisa Gota, lo ha detto in apertura dei lavori: “Quella sulla previdenza complementare è una riforma attesa da molto tempo e rappresenta un’occasione concreta per avvicinare più lavoratori al secondo pilastro”. Ma, ha aggiunto, “non ci dobbiamo fermare all’intervento del legislatore”. Perché il passaggio decisivo sarà trasformare le nuove regole in comportamenti, adesioni, pianificazione. “Per dare forma al futuro e costruire la fiducia serve aumentare la conoscenza e la consapevolezza. Su questo abbiamo tutti una grande responsabilità come protagonisti di questa industria: nessuno si deve tirare indietro”.
Il primo dato del Rapporto è forse il più netto: i lavoratori italiani non si raccontano più la favola di una pensione pubblica pienamente sufficiente. Il 71,4% è convinto che l’assegno futuro sarà pari al massimo al 60% dell’attuale reddito da lavoro; il 24,7% si aspetta addirittura meno del 40%. Il 76,6% ritiene che l’innalzamento dell’età pensionabile non riuscirà comunque a garantire pensioni adeguate, mentre l’80,3% è convinto che i giovani non avranno una pensione dignitosa.
Costanza Corsini, ricercatrice dell’Area consumi, mercati e welfare del Censis, ha definito questo stato d’animo una “rassegnata consapevolezza”. “Da un lato i lavoratori sono convinti che avranno pensioni basse, dall’altro che dovranno rimanere nel mercato del lavoro più a lungo”, ha spiegato. “Queste due convinzioni hanno generato negli italiani la consapevolezza che la pensione pubblica da sola non potrà più bastare”. La previdenza complementare viene infatti riconosciuta come utile: il 76,1% dei lavoratori che la conosce ritiene che possa aiutare a mantenere o migliorare il tenore di vita da pensionato e il 69,9% la considera importante anche per finanziare progetti, attività ed esigenze di vita nell’età longeva. Ma il riconoscimento dell’utilità non basta a produrre adesione. Il tasso di partecipazione alla previdenza complementare resta al 39,9% delle forze di lavoro, scende al 33,2% tra i 15-34enni e al 33,7% tra le donne. Il punto, dunque, non è più soltanto spiegare che il secondo pilastro serve. È capire perché, pur sapendolo, tanti lavoratori non lo scelgano…
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