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Colpa delle uscite anticipate. I giovani guadagnano troppo poco e l’assegno delle donne pesa il 35% in meno di quello degli uomini. Spesa previdenziale a circa 347 miliardi
Il sistema previdenziale italiano è a rischio squilibrio. Colpa di un’età media di uscita di 64,2 anni e dell’eccessiva generosità dei trattamenti rispetto all’ultima retribuzione. Intanto, anche se cresce il numero di lavoratori rispetto al 2019, cala il loro potere d’acquisto e i giovani guadagnano sempre meno. Con enormi disparità di genere che si ripercuotono nella vita post-lavorativa, quando l’assegno delle donne si rivela in media più leggero del 35% rispetto a quello degli uomini. È la fotografia scattata dall’Inps nel consueto Rapporto annuale, che vede il 2023 passare in archivio con un risultato economico positivo per 2.063 milioni, in peggioramento rispetto ai 7.146 milioni dell’anno prima, e una spesa pensionistica di circa 347 miliardi. “Nel breve-medio periodo la tenuta dei conti previdenziali è assolutamente in equilibrio”, ha comunque assicurato il presidente dell’Istituto, Gabriele Fava.
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“Sistema a rischio squilibrio”
Stando alla rilevazione Inps, l’età media di accesso alla pensione nel nostro Paese è decisamente bassa a causa di due fattori. Innanzitutto, l’esistenza di numerosi canali di uscita anticipata dal mercato del lavoro, nonostante un’età legale a 67 anni, tra le più alte in Europa. Oltre a questo, gli assegni sono in media generosi: il tasso di sostituzione della pensione rispetto all’ultima retribuzione percepita è infatti tra i più elevati in UE, al 58,9%, quasi 14 punti percentuali sopra la media europea (45%). E le previsioni Eurostat relative agli andamenti demografici fanno prevedere “un peggioramento del rapporto tra pensionati e contribuenti, con rischi crescenti di squilibri per i sistemi previdenziali, soprattutto per quei Paesi, come l’Italia, dove la spesa previdenziale è relativamente elevata”, si legge. Nel 2021, l’ultimo anno per cui vi sono dati confrontabili, la spesa previdenziale tricolore si è infatti attestata al 16,3% del PIL, un livello inferiore solo a quello della Grecia, a fronte di una media europea del 12,9%. L’età media di pensionamento è cresciuta di oltre due anni dai 62,1 anni del 2012, anno di entrata in vigore della riforma Fornero. Dal 2019 al 2021 i pensionamenti anticipati sono stati circa 500mila l’anno per poi scendere nel 2022 sotto quota 400mila e fissarsi a 300mila nel 2023.
Assegni più pesanti ma con forti disparità di genere
Quanto all’entità degli assegni previdenziali, i tecnici dell’Inps sottolineano che rispetto al 2022 l’importo lordo mensile medio delle prestazioni è aumentato del 7,1% per effetto, almeno in parte, dell’adeguamento all’inflazione. In termini di importi medi, i trattamenti più elevati sono corrisposti in Lombardia, Trentino-Alto Adige e Lazio (oltre 1.400 euro lordi al mese) seguite da Piemonte, Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Liguria ed Emilia-Romagna (oltre 1.300 euro). Gli importi più bassi si registrano invece in Calabria (sotto ai 1.100 euro) e nelle regioni del Sud. Al 31 dicembre scorso, i pensionati in Italia erano circa 16,2 milioni, di cui 7,8 milioni di uomini e 8,4 milioni di donne, per un esborso lordo complessivo di 347 miliardi di euro. Quanto alle differenze di genere, il Rapporto sottolinea come “sebbene rappresentino la quota maggioritaria sul totale dei pensionati (il 52%), le femmine percepivano il 44% dei redditi pensionistici, ovvero 153 miliardi di euro contro i 194 miliardi dei maschi”. E l’importo medio mensile degli uomini risulta superiore di circa il 35%: 2.056,91 euro contro i 1.524,35 euro delle ex lavoratrici.
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Aumentano i lavoratori e le retribuzioni. Ma i giovani hanno stipendi più bassi
Nel 2023 i lavoratori iscritti all’Inps con almeno una settimana di contributi sono stati 26,6 milioni, oltre 1,08 milioni in più del 2019. Le settimane lavorate in media per ogni assicurato sono state 43,1 a fronte delle 42,9 medie del 2019. A far da traino è stato l’aumento i dipendenti privati a tempo indeterminato, mentre si sono ridotti gli autonomi. Inoltre, si registrano 540mila lavoratori in più nati in Paesi extra UE. Tuttavia, l’Istituto segnala che al notevole recupero occupazionale, sia in termini di unità che di intensità di lavoro, “non è corrisposto un incremento dei redditi e delle retribuzioni tale da compensare pienamente la perdita di potere d’acquisto conseguente alla recrudescenza del fenomeno inflattivo”. Si è infatti registrato un aumento lordo dei salari monetari del 6,8% nel periodo a fronte di un aumento dei prezzi attorno al 15-17%. L’aumento delle retribuzioni monetarie è del 10,4% netto tra il 2021 e il 2023 anche grazie agli interventi di decontribuzione.
A fronte di una retribuzione media annua di fatto pari nel 2023 a quasi 26 mila euro per i lavoratori dipendenti (pubblici e privati, esclusi lavoratori domestici e operai agricoli), gli under 30 guadagnano all’incirca 14 mila euro, quindi poco di più della metà. In estrema sintesi, “i giovani lavorano di meno e guadagnano di meno (anche in termini di retribuzione giornaliera e – per stima – anche di retribuzione oraria)”. Nell’ultimo quinquennio, però, le loro posizioni relative “non si sono affatto deteriorate, anzi: variazioni maggiori rispetto alle altre classi di età si registrano sia sul numero assoluto, sia sulle retribuzioni”. Ad esempio, spiega l’Inps, tra i full time fino a 29 anni la variazione della retribuzione media annua tra il 2019 e il 2023 è pari a +8,4% rispetto al valore di +6,6% per tutte le età.
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Fava: aiutare i giovani a creare un “salvadanaio previdenziale”
Per avere un sistema previdenziale solido, Fava ha ricordato che “occorre offrire ai giovani opportunità di lavoro regolare, riducendone i tempi di transizione sia dal sistema di istruzione e formazione al lavoro, che da una occupazione all’altra, con adeguate misure di politiche attive del lavoro”. Perché in un sistema contributivo “la pensione di domani si costruisce con il lavoro di oggi”. Uno degli obiettivi della nuova governance dell’Inps, ha quindi detto il presidente, “sarà ingaggiare le giovani generazioni, anche chi è fuori dal mercato del lavoro o non ha una occupazione stabile, sulla questione previdenziale, e aiutarle nella costruzione del proprio salvadanaio previdenziale”. Il pilastro su cui l’Istituto vuole impostare il suo rapporto con i giovani, nell’ottica del cosiddetto welfare generativo, è l’attenzione all’estratto conto previdenziale, che va gestito come un vero e proprio “salvadanaio” e consultato, tramite gli strumenti telematici a disposizione degli assicurati, con regolarità lungo tutta la carriera lavorativa e contributiva e in tutti i passaggi da un rapporto di lavoro ad un altro. Con un duplice obiettivo: “Controllare la correttezza dei versamenti contributivi e valutare il ricorso alla previdenza complementare”.
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