5 min
A partire dai dati FIDA, FocusRisparmio ha analizzato le performance fondi di categoria distribuiti in Italia per stilare una classifica e cercare di fornire una soluzione all’annoso dilemma su come investire nel lingotto. Tra molte sorprese e qualche conferma, ecco la classifica completa
L’oro non smette di correre. Complice l’instabilità del quadro economico e politico globale, dai dazi alle guerre fino all’impatto trasformativo di trend secolari come l’intelligenza artificiale o la transizione demografica, il metallo giallo si è reso protagonista di un rally che lo ha portato a ridosso dei 3.500 dollari l’oncia nel giro di appena due anni. E c’è chi scommette che, nonostante eventuali battute d’arresto, potrebbe addirittura arrivare superare i 5.000 dollari entro il 2030 rafforzando ulteriormente il suo appeal di bene rifugio nella percezione collettiva. Una traiettoria destinata a finire nei radar degli investitori ma che riaccende anche l’interrogativo su come catturare al meglio il valore del metallo prezioso per eccellenza. A partire dal contributo di FIDA, società specializzata in analisi e raccolta dati per l’industria del risparmio gestito, FocusRisparmio ha analizzato le performance fondi di categoria distribuiti in Italia per stilare una classifica e cercare di fornire una soluzione all’annoso dilemma.
📰 Leggi anche “Oro, per i gestori il picco potrebbe essere già stato toccato“
L’illusione dell’ovvio
A prima vista, la logica suggerirebbe che investire nelle aziende minerarie offra risultati superiori. Dopotutto, queste società non si limitano a possedere oro: lo estraggono, lo raffinano, espandono le proprie riserve con esplorazioni e acquisizioni. Dovrebbero, in teoria, moltiplicare i benefici derivanti dall’apprezzamento del metallo. E in effetti, osservando i dati recenti, questa intuizione trova conferma nei numeri a breve termine. I fondi azionari settoriali sui metalli preziosi hanno infatti mostrato performance straordinarie nell’ultimo anno, con rendimenti vicini al 54% contro il 30% di quelli che investono direttamente nella commodity. Un divario che appare ancora più marcato nel 2025, con un impressionante 46% a fronte di appena il 12% da gennaio. Dietro questi rendimenti allettanti si cela però una realtà più complessa, fatta di volatilità che può far tremare anche i nervi più saldi: mentre il prezzo spot del metallo spot oscilla con una volatilità annuale del 10%, l’equity settoriale danza con movimenti che superano il 22%. Non solo. Ciò che spesso sfugge all’analisi superficiale è che i veicoli di investimento non hanno in portafoglio solo i miner: il loro universo di riferimento si estende lungo l’intera filiera, coinvolgendo attori molto diversi tra loro per modello di business ma anche esposizione al rischio e sensibilità al prezzo della commodity. Accanto ai colossi dell’estrazione troviamo quindi società attive nella raffinazione e nella trasformazione industriale, operatori specializzati nella logistica e nella distribuzione del metallo fisico, brand globali della gioielleria e del lusso, compagnie assicurative e finanziarie. Includere tutti questi attori all’interno di un fondo significa esporsi a dinamiche molto più articolate di quelle dettate semplicemente dalla quotazione spot. Una risalita del metallo può giovare ad alcune di queste realtà, ma penalizzarne altre. In altre parole, investire in azioni aurifere non significa replicare in leva il prezzo dell’oro ma assumere una posizione complessa e multidimensionale su un intero ecosistema produttivo.
La saggezza del tempo
Se si allarga l’orizzonte temporale, il quadro diventa sfumato. Sul medio termine, l’advantage delle azioni minerarie inizia infatti a erodersi: a tre anni, siamo a 59% contro il 45% del commodity oro. Ma è guardando al lungo periodo che emergono le sorprese più interessanti. Mentre l’equity ha reso il 76% nel quinquennio appena passato, il prezzo spot della materia prima lo ha superato e si è distinto per un più rotondo 97%. È un dato che dovrebbe far riflettere: nonostante tutta la complessità operativa, la leva finanziaria e l’expertise gestionale delle compagnie minerarie, il semplice possesso del metallo fisico ha dimostrato una capacità di generare valore superiore. Sul decennio, questa dinamica si conferma con ancora maggiore evidenza. Il prezzo dell’oro ha quasi triplicato il proprio valore, con un 182% di rendimento cumulativo, seguito dalle azioni minerarie al 173% e dai fondi commodity oro al 108%.
📰 Leggi anche “Oro, perchè può salire ancora. E c’è il l’incognita Fort Knox“
Il prezzo della complessità
Ciò che rende questo scenario ancora più intrigante è l’analisi dei rendimenti corretti per il rischio. Qui la superiorità dell’oro come commodity diventa schiacciante. L’indice di Sharpe, che misura quanto rendimento aggiuntivo si ottiene per ogni unità di rischio assunta, racconta una storia chiara: investire direttamente nel lingotto ha offerto un rapporto rischio-rendimento superiore in tutti gli orizzonti temporali considerati. Ma è l’indice di Sortino, che si concentra specificamente sulla minaccia di perdite, a rivelare la vera natura di questi investimenti: mentre il metallo spot raggiunge valori di oltre 33 a un anno, le azioni minerarie si fermano a meno di quattro. È come confrontare un pilota esperto che evita gli ostacoli con un guidatore spericolato che arriva prima ma rischia costantemente l’incidente. La volatilità negativa, quella che misura quanto violentemente un investimento può scendere, conferma questa narrazione. L’equity di settore mostra cioè una propensione alle perdite quasi dieci volte superiore rispetto alla commodity in purezza.
Il fardello silenzioso delle commissioni
Un ulteriore elemento da non trascurare nella valutazione dell’esposizione all’oro è il profilo commissionale. Dietro la promessa di rendimenti brillanti si cela spesso un costo implicito che può erodere significativamente i risultati netti per l’investitore. I dati parlano chiaro: i fondi azionari settoriali specializzati in metalli preziosi mostrano un livello di costi complessivi superiore rispetto alle soluzioni più semplici basate sulla replica del prezzo. Le ongoing charges superano il 2,2%, con punte del 2,5% nei comparti hedged, mentre le commissioni di transazione possono raggiungere lo 0,55%. Al contrario, i fondi legati direttamente alle commodity mantengono spese totali annue intorno all’1,56% e costi di transazione limitati allo 0,13%. Una differenza apparentemente marginale che però si amplifica nel tempo, incidendo in modo sostanziale sulla performance composta di lungo periodo. In particolare, in contesti di mercato dove l’oro non brilla per direzionalità o si muove in maniera laterale, l’impatto degli oneri può trasformare un ritorno potenziale in una performance deludente. Ancora una volta, insomma, la complessità si riflette non solo sulla volatilità, ma anche sul conto finale che si è chiamati a pagare.
📰 Leggi anche “Non è tutto oro quel che sale: c’è anche l’argento“
L’arte dell’investimento minerario
Eppure, sarebbe un errore liquidare le azioni minerarie come una strategia inferiore. Come ogni strumento finanziario, hanno il loro momento e il loro posto. Investire in compagnie aurifere significa scommettere non solo sul prezzo del metallo, ma su una serie di variabili che possono amplificare drammaticamente i rendimenti: l’efficienza operativa, la scoperta di nuovi giacimenti, la gestione dei costi, l’abilità manageriale nel navigare cicli economici complessi. Quando tutto si allinea favorevolmente, questa asset class può letteralmente esplodere al rialzo. È ciò che si è visto nei periodi più favorevoli, dove rendimenti del 50% e oltre non sono stati eccezioni ma quasi la norma. Il problema è che prevedere quando questi fattori si concretizzeranno rappresenta spesso una sfida.

La bellezza della semplicità
D’altro canto, investire direttamente nell’oro attraverso ETF o fondi che ne replicano il prezzo rappresenta l’essenza della semplicità strategica. Non c’è management da valutare, non ci sono bilanci da analizzare, non esistono rischi geopolitici specifici legati alle miniere in Paesi politicamente instabili. C’è solo il lingotto, nella sua purezza monetaria, che risponde alle dinamiche macroeconomiche globali. Questa semplicità, tuttavia, non deve essere confusa con facilità: investire in questo modo richiede una comprensione profonda dei cicli economici, delle dinamiche inflazionistiche, dei flussi di capitale internazionali. Ne vale però la pena. I dati degli ultimi anni mostrano infatti rendimenti corretti per il rischio superiori, volatilità contenuta, capacità di protezione del capitale durante i periodi di stress: tutte caratteristiche che fanno dell’oro fisico un compagno affidabile per la parte del portafoglio dedicata alla preservazione del valore.
📰 Leggi anche “Metalli preziosi, non solo oro in portafoglio“
Strategie complementari, anime divergenti
Alla luce di queste considerazioni, l’oro fisico attraverso ETF specializzati rappresenta probabilmente la scelta più razionale per l’investitore che cerca protezione e diversificazione. Questa soluzione offre infatti esposizione diretta, costi contenuti, liquidità elevata e la tranquillità di sapere che il proprio investimento non dipende dalle decisioni di un management aziendale o dalle vicissitudini operative di una miniera. Chi invece ha appetito per il rischio e la pazienza necessaria a gestire volatilità significative troverà nelle azioni minerarie quel potenziale di alpha in grado di rendere l’investimento più stimolante. Ma attenzione, perchè non si tratta di una strategia per tutti: richiede competenze specifiche, capacità di analisi settoriale approfondita e nervi saldi per resistere alle inevitabili fasi di sottoperformance. Ciò che emerge dall’analisi è dunque che non esistono strategie universalmente superiori ma solo più adatte o meno adatte a un determinato contesto. Il vantaggio risiede nel fatto che non occorre optare per un approccio esclusivo: un portafoglio può beneficiare di entrambe posizione, utilizzando la commodity come base stabile e l’equity di settore come componente più aggressiva.
La classifica


Vuoi ricevere ogni mattina le notizie di FocusRisparmio? Iscriviti alla newsletter!
Registrati sul sito, entra nell’area riservata e richiedila selezionando la voce “Voglio ricevere la newsletter” nella sezione “I MIEI SERVIZI”.