Per Giovanni De Mare, country head of Italy di AllianceBernstein, i prossimi sei mesi non saranno scevri da incertezze. Ecco perché serve sfruttare in positivo la correlazione che ancora resta tra equity e bond. Qualità e investimenti per obiettivi le chiavi di una strategia vincente. Ma al settore serve coinvolgere di più le donne
Giovanni De Mare, country head of Italy di AllianceBernstein
Un periodo di transizione in cui le tensioni inflazionistiche dovrebbero ridursi per restituire ossigeno ai mercati. È questa la fotografia del secondo semestre 2023 scattata da Giovanni De Mare, country head of Italy di AllianceBernstein, che intravede ottime opportunità di investimento tra le pieghe della politica monetaria di Fed e Bce. FocusRisparmio lo ha intervistato per capire quali strategie sia opportuno adottare e come l’industria italiana debba evolversi per intercettare le esigenze e gli obiettivi di una clientela varia e differenziata, anche in base alle caratteristiche di genere. Ecco cosa ha risposto.
Inflazione e banche centrali sono parole che hanno accompagnato per tutto l’anno scorso e la prima metà di questo. Qual è la sua view sul secondo semestre 2023?
Dopo 12 mesi decisamente impegnativi per i mercati, ci attendiamo che la parte restante del 2023 funga da periodo di transizione. Tema chiave continueranno a essere le tensioni inflazionistiche, che noi vediamo in generale riduzione ma con tempistiche diverse tra le due sponde dell’Atlantico. La Federal Reserve americana si è presa una pausa perché sa che gli effetti della sua politica monetaria stanno per dispiegarsi sull’economia Usa anche grazie alla sponda offerta dalla crisi bancaria, che porterà a una riduzione del credito e quindi a un raffreddamento del mercato del lavoro. La Banca Centrale Europea è invece più indietro nel ciclo e per questo ha mandato un messaggio diverso: gli aumenti, cioè, continueranno fino almeno a luglio e il tasso sui depositi dovrebbe arrivare al 3,75%. Ciò non toglie, però, che anche nel Vecchio Continente l’inflazione primaria abbia raggiunto il picco facendo prospettare un calo progressivo dei prezzi nei prossimi mesi.
Quale sarà il riflesso sui mercati? L’insolita correlazione tra equity e bond che ha afflitto gli investitori per due anni è davvero scomparsa oppure è destinata a restare?
Gli investitori sono consapevoli del gap temporale che caratterizza le traiettorie di politica monetaria delle due principali banche centrali, per cui non subiranno particolari contraccolpi dalla dinamica inflattiva. Senza contare che vengono da un trimestre positivo per il mercato dei capitali: le azioni internazionali hanno sovraperformato quelle americane e finalmente anche il reddito fisso è tornato a offrire quei ritorni positivi. La correlazione equity-bond sembra destinata a finire ma, se anche dovesse permanere, si svilupperà in chiave positiva: basti pensare che negli Stati Uniti lo yield-to-worst delle obbligazioni high yield si attesta all’8,5%, a riprova di come i prossimi mesi promettano di offrire rendimenti fortemente positivi.
Quali sono le vostre strategie?
La chiave di lettura con cui abbiamo pensato le nostre strategie per il secondo semestre è che la volatilità resterà ma non sarà necessariamente negativa. Sul fronte del reddito fisso, questa considerazione ci porta a privilegiare segmenti come high yield e investment grade Usa ma anche obbligazioni corporate globali contraddistinte da qualità e short duration. Per chi in Europa cerca una valida alternativa al Btp, vale la pena investire soprattutto nei bond del settore bancario europeo, che si è dimostrato più solido del cugino americano e potrà beneficiare più a lungo di tassi elevati. Sul mercato azionario, invece, le parole d’ordine sono low volatility e temi di lungo periodo: da un lato la tecnologia, dove cerchiamo di evitare aziende di bassa qualità o con valutazioni troppo alte per concentrarci su titoli dal minore appeal ma in grado di garantire bilanci solidi e quindi flussi di cassa stabili nel tempo; dall’altro l’healthcare, che significa silver economy nei Paesi con un elevato invecchiamento demografico e servizi di base nelle economie ad alto tasso di natalità (India e Africa su tutte). Un suggerimento non può mancare anche sul metodo di investimento: da questo punto di vista, siamo favorevoli al ritorno dei Piani di Accumulo (PAC) in quanto li consideriamo strumenti utili per esporsi all’azionario senza il timore di errare il timing.
Al Salone del Risparmio 2023 avete presentato una ricerca sulle differenze e i bias che contraddistinguono uomini e donne nelle loro scelte di investimento. Quali sono state le principali evidenze e come gli operatori devono rispondere per intercettare le eventuali esigenze ‘di genere’ della clientela?
Prima ancora che il risparmiatore, abbiamo analizzato l’industria per capire come le tematiche di genere impattino il servizio che offriamo a risparmiatori e investitori. Uno sforzo che ci ha permesso di constatare come in Italia le consulenti finanziarie donne siano ancora troppo poche: appena il 19% contro un 81% di uomini. In chiave di dinamica, si tratta però di un dato che attesta comunque un miglioramento rispetto al passato, a maggior ragione considerando come Paesi del calibro di Germania e Austria siano più indietro rispetto a noi: a Berlino le professioniste tedesche sono solo il 12% mentre a Vienna non superano il 18%.
Quindi abbiamo approfondito il tema delle famiglie, in quanto in quanto destinatarie della nostra offerta. E qui abbiamo visto come la centralità delle donne nelle scelte finanziarie sia inversamente proporzionale all’entità della ricchezza a disposizione del singolo nucleo: passiamo dal 45% del mass market al 34% della clientela affluent fino al 22% dei super ricchi. Una fotografia non troppo diversa da quella del resto d’Europa e che si può imputare principalmente a due fattori: storicamente gli uomini hanno avuto più possibilità lavorative, più disponibilità di reddito e quindi più chance di costruirsi un patrimonio personale considerevole che continuano a gestire autonomamente; le logiche di successione vedono ancora una certa predilezione per l’erede maschio.
In ultimo, ci siamo soffermati sui comportamenti rispetto a fattori quali la volatilità e la propensione al rischio ma anche il rapporto con il consulente. E l’evidenza è stata lampante: se i portafogli femminili sono più prudenti ed equilibrati, gli uomini si dimostrano maggiormente propensi a fare scelte di più breve periodo e a detenere asset rischiosi (compresi cripto e derivati). Quanto alla consulenza, è emerso che il gentil sesso si fida di più del professionista e quindi si accontenta incontrarlo meno di frequente, mentre la componente maschile è più apprensiva e desira un rapporto più costante.
La sfida dell’industria davanti a un panorama come questo, che vede disponibilità diverse e una relazione sempre meno omogenea nelle modalità, è quella di spingere sulla personalizzazione per pianificare percorsi di investimento che sappiano soddisfare le esigenze del singolo cliente anche al netto degli impatti prodotti sul suo portafoglio da eventuali variabili esterne non governabili. Ci sono poi i temi dell’educazione finanziaria e dell’engagement, che devono passare sempre di più attraverso l’organizzazione di eventi dedicati e sfruttare laddove possibile le potenzialità della tecnologia e in particolare dei nuovi social network come Instagram, LinkedIn e TikTok.
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