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Sul reddito fisso pesano tassi alti, Qt e aumento dell’offerta. E aleggia la ‘minaccia’ giapponese. “Per tornare attraenti le obbligazioni hanno bisogno di un calo prolungato dei titoli azionari”
Nonostante qualche momentanea frenata, la corsa dei rendimenti obbligazionari appare inarrestabile e preoccupa sempre di più gli investitori. I numeri, d’altra parte, sono da allarme rosso: in settimana il Treasury Usa a 10 anni ha toccato il massimo degli ultimi 16 anni, 4,88%, mentre il Bund tedesco ha raggiunto il 3%, livello record dal 2011. Traguardi che hanno portato alcuni a parlare di una nuova era del reddito fisso, visto che l’atteggiamento da falco delle banche centrali, che in agosto ha innescato la pioggia di vendite, non è cambiato. Pessimisti sono anche gli analisti di Barclays, secondo cui soltanto un crollo dell’azionario può risollevare le sorti del mercato obbligazionario.
Secondo la banca britannica, infatti, le obbligazioni globali sono destinate a continuare a scendere, a meno che un crollo prolungato delle azioni non le faccia tornare attraenti. “Non esiste un livello magico di rendimento che, una volta raggiunto, attirerà automaticamente un numero sufficiente di acquirenti per innescare un rally obbligazionario duraturo”, hanno avvertito in una nota riportata da Bloomberg gli analisti guidati da Ajay Rajadhyaksha. A pesare sui bond sono infatti l’annuncio ripetuto di tassi d’interesse “higher for longer”, l’avvio dei programmi di Quantitative Tightening e l’incremento dell’offerta dovuto all’aumento del deficit Usa, che sta anche spingendo al rialzo il premio di termine.
Ne deriva che, secondo un’analisi di Bloomberg, i titoli a 10 anni o più sono crollati del 46% dal picco di marzo 2020: poco sotto il calo del 49% delle azioni statunitensi seguito allo scoppio della bolla delle dot-com. E la disfatta delle obbligazioni trentennali è stata ancora peggiore: -53%, a un soffio dal -57% registrato da Wall Street nel pieno della grande crisi finanziaria.
Per gli analisti di Barclays, l’attuale scenario ha portato gli investitori a posizionarsi prevedendo costi di finanziamento più alti più a lungo. E anche se mercoledì il sell-off si è attenuato dopo che i dati hanno mostrato un raffreddamento del mercato del lavoro Usa, i trader restano in allerta per una ripresa della volatilità, soprattutto se i numeri relativi ai salari non agricoli statunitensi di venerdì dovessero rivelarsi più forti del previsto.
Non solo. Secondo il colosso bancario britannico, anche la domanda di bond è destinata a restare debole, dal momento che gli acquisti netti da parte delle banche centrali estere sono attesi in rallentamento. Gli investitori giapponesi, in particolare, i maggiori detentori esteri di Treasury, presto inizieranno a preferire il debito nazionale, quando la BoJ invertirà la sua politica accomodante e i rendimenti torneranno a salire.
Insomma, il destino del mercato obbligazionario è nelle mani delle azioni. E per gli analisti il calo del 5% circa dell’indice S&P 500 messo a segno negli ultimi tre mesi è ancora ben al di sotto di quanto necessario ad innescare un rimbalzo del reddito fisso.
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