Dallo studio di Centro Einaudi e Intesa Sanpaolo, la fotografia di un trend che vede il 58% dei nostri connazionali di nuovo in grado di accantonare. Ma se sale la quota di chi guarda al lungo termine, restano i vecchi nodi della cautela e alla carenza di previdenza complementare. L’appello di Gros-Pietro e Lavazza: “Sostegno al gestito”
Il risparmio torna protagonista della vita degli italiani. Il 58% dei nostri connazionali riesce infatti a mettere da parte una fetta del proprio reddito, dato che non si vedeva da oltre vent’anni. È quanto riportano i risultati dell’Indagine sulle scelte finanziarie dei cittadini tricolore condotta da Centro Einaudi e Intesa Sanpaolo, che mostra come stia nascendo una nuova categoria di ‘risparmiatori ‘intenzionali’ diffusa soprattutto presso la coorte 60-85. Un trend che non manca però di affiancarsi ai cortocircuiti ormai radicati, dalla scarsa penetrazione della previdenza complementare a un’asset allocation eccessivamente sbilanciata sulle azioni, e che quindi richiede il supporto delle istituzioni per poter sprigionare a pieno il proprio potenziale.
La nuova geografia del risparmio
Secondo la ricerca, che ha sondato il parere di 1.700 connazionali in possesso di un conto corrente, la percentuale di italiani che riesce a mettere denaro da parte è tornata ai livelli pre-crisi: il 58% del campione, in aumento costante rispetto al 52% del 2023 e al 56% del 2024. L’incremento riguarda sia gli uomini (61%) che le donne (57%), anche se persistono differenze relative a variabili come il reddito e il titolo di studio. Ad esempio, risparmia il 65% dei laureati mentre la stessa quota si ferma al 42% tra chi possiede solo la licenza elementare. Un altro fattore discriminante è poi rappresentato dal possesso di un’abitazione, in presenza del quale è il 60% degli intervistati a dimostrarsi in grado di accantonare contro il 53,6% degli affittuari.
Dalla precauzione alla progettualità
Quanto alle motivazioni che alimentano il fenomeno, anche se dalla rilevazione emerge come il risparmio degli italiani resti orientato alla sicurezza, cresce sensibilmente la componente di intenzionalità. Se il 36% accantona denaro per fronteggiare imprevisti, dato in linea con le edizioni precedenti dello studio, un inedito 38% lo fa per obiettivi ben definiti: dall’acquisto della casa al sostegno ai figli fino alla previdenza. Tutti fattori il cui peso specifico varia, naturalmente, in funzione dell’età del soggetto e delle priorità che si manifestano in corrispondenza di questa o quella fase della vita. Questi risparmiatori ‘intenzionali’ si concentrano comunque nella fascia 25-44 anni ed entro la coorte dei redditi medio-alti, segno di una pianificazione finanziaria che sta prendendo piene e diviene sempre più strutturata. L’intensità del risparmio, cioè la quota di reddito destinata al futuro, è invece pari all’11,2% e tocca punte del 12% tra i single e i laureati. I dati mostrano anche una crescita della consapevolezza finanziaria, con il 47% degli italiani che dichiara di pianificare attivamente le proprie spese, in aumento rispetto al 42% dello scorso anno. Inoltre, il 23% degli dichiara di utilizzare strumenti digitali per gestire il budget personale: un dato che evidenzia l’adozione crescente della tecnologia nella gestione delle finanze.
La centralità della casa e il ritorno delle obbligazioni
Quasi l’80% degli intervista dichiara di vivere in un’abitazione di proprietà, confermando l’immobile come perno del patrimonio familiare. E l’interesse per il mattone non si esaurisce neppure con l’avanzare dell’età: oltre il 7% degli over 60 prevede infatti un acquisto nei prossimi anni, anche per migliorare la qualità della vita o supportare i figli nella ricerca di una propria stabilità finanziaria. Sul fronte degli investimenti, e quindi dell’asset allocation, la classe di attivo di maggiore interesse è rappresentata dalle obbligazioni: se a livello medio si attestano al 20%, questi gli strumenti di reddito fisso raggiungono picchi del 25% o anche oltre tra gli over 68. Ancora marginale l’investimento azionario, fermo invece al 4,6%.
Previdenza e assicurazioni: la protezione resta un punto debole
Tra i fenomeni che emergono in maniera trasversale rispetto a ogni possibile segmentazione anagrafica o socio-economica del campione, c’è la preoccupazione crescente per la previdenza complementare. Un aspetto attorno al quale ruota però l’ennesimo cortocircuito: nonostante la consapevolezza che il reddito percepito nel presente potrebbe non bastare per mantenere il tenore di vita desiderato durante la vecchiaia, complice un sistema pensionistico sempre più in difficoltà, solo il 24,5% degli intervistati dichiara di aver sottoscritto un fondo pensione. E a stupire è il fatto che il dato si alzi in corrispondenza dei giovani, dove raggiunge il 29% mentre sia ai minimi (21%) nella fascia 55-64 anni. Ancora meno diffusa è la copertura assicurativa sanitaria e LTC: solo il 18% possiede una polizza per le spese mediche, con livelli che crollano all’11% oltre gli 85 anni. Le assicurazioni individuali o familiari prevalgono (12,2%), mentre quelle aziendali o collettive restano minoritarie (6%).
Silver age: una generazione al centro del sistema
Il focus dello studio di Intesa Sanpaolo e Centro Einaudi è dedicato alla silver age, la fascia tra i 60 e gli 85 anni, che emerge come snodo cruciale della sostenibilità sociale ed economica. Il 63% dei silver continua a risparmiare, mantenendo un’intensità simile a quella delle fasce più giovani. Non solo precauzione, ma anche finalità intergenerazionali: oltre il 50% dichiara di voler lasciare un’eredità, il 70% ritiene doveroso trasmettere almeno la casa ai figli. Significativa anche la percentuale di over 60 ancora attivi professionalmente: quasi il 60% degli uomini e il 44% delle donne tra i 61 e i 70 anni svolge attività lavorative quotidiane. Non solo: i progetti dei silver riflettono vitalità e dinamismo, con oltre il 25% che ha in programma viaggi ed esperienze benessere personale anziché l’acquisto di beni o servizi. Seguono investimenti in hobby, sport, beni durevoli e regali importanti. Il risparmio, in questo quadro, assume una duplice funzione: non più solo strumento di protezione ma anche veicolo di libertà, autonomia e progettualità anche nella terza età.
La ricetta dell’industria per “fertilizzare il risparmio”
Gian Maria Gros-Pietro, presidente di Intesa Sanpaolo
La presentazione dello studio ha anche rappresentato l’occasione per riflettere sugli interventi da mettere in atto per sfruttare i trend messi in luce dai dati. E una delle voci più autorevoli a esprimersi in tal senso è stata quella di Gian Maria Gros-Pietro, presidente di Intesa Sanpaolo. “Con 33mila miliardi di euro potenzialmente a disposizione del settore produttivo”, ha detto il manager, “il risparmio rappresenta la più grande ricchezza dell’Europa. “Il problema”, ha però precisato, “è che ogni anno 300miliardi di questo patrimonio attraversano l’oceano Atlantico per venire investiti nel ben più redditizio sistema finanziario americano”. Da qui il suo appello a banche e istituzioni finanziarie italiane a “fertilizzare il risparmio”, proprio in considerazione del fatto che il nostro Paese si caratterizza come il Paese più virtuoso dell’intera Eurozona.
Parole alle quali ha fatto eco l’intervento di Giuseppe Lavazza, presidente del Centro Einaudi, che ha sottolineato l’importanza di costruire un sistema economico-sociale capace di aiutare le imprese e le famiglie a capitalizzarsi e strutturare così programmi di medio-lungo termine. “Il risparmio rappresenta un esercizio di libertà ed emancipazione democratica”, ha detto, “ecco perché occorre agire per farne un bene comune allargato e in linea con i principi cardine della nostra democrazia. Gregorio de Felice, capo ricerca della stessa Intesa, ha posto l’accento sul ruolo delle istituzioni europee nel promuovere riforme che possano ridisegnare l’attuale assetto normativo e restituire competitività al Vecchio Continente. “Negli ultimi dieci anni gli investiti dei cittadini UE sono stati inferiori ai risparmi per un cifra pari a circa 153 miliardi di euro”, è statio il punto di partenza del suo discorso, “con l’Italia che ha rappresentato il 12% del PIL totale ma ben il 14% del risparmio”. Ecco quindi la necessità portare a casa dossier come la Capital Markets Union o la Savings and Investments Union, che non deve però oscurare altri aspetti su cui lavare: “Ad esempio, aumentare il peso dei capitali privati per fare in modo che il peso del canale bancario sui finanziamenti alle imprese diventi di gran lunga inferiore all’attuale 70%”. L’esperto non si è poi sottotratto a un riflessione sulla conseguenza delle future mosse delle banche centrali sulla propensione al risparmio dei nostri connazionali, spiegando che la conseguenza più realistica da mettere in conto è un ritorno alla spesa: “Mi attendo un taglio di 25 punti base dalla BCE a settembre e sforbiciate per un totale di 50 punti base dalla Fed entro fine anno”.
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