Dal nono Quaderno di ricerca Intermonte-Politecnico di Milano emerge come la quotazione “fatta bene” possa diventare un acceleratore di crescita reale, generando rendimenti e occupazione. Ma il mercato premia solo chi arriva preparato
Guglielmo Manetti, amministratore delegato di Intermonte
In un mercato in cui l’attenzione resta concentrata sulle grandi capitalizzazioni, le Ipo delle piccole e medie imprese italiane sembrano spesso una partita difficile. Eppure, guardando ai numeri, la quotazione può ancora funzionare. Non come semplice evento finanziario, ma come percorso di crescita sostenibile. È la tesi che emerge dalla ricerca ‘Quotazione in Borsa e creazione di valore: il percorso delle IPO ‘vincenti’ a Piazza Affari’, realizzata da Intermonte insieme alla School of Management del Politecnico di Milano, il cui obiettivo è quello di mettere in luce quali sono i comportamenti che hanno accomunato i debutti di maggior successo delle PMI su Borsa Italiana negli ultimi 15 anni. “I dati di questa ricerca offrono una risposta concreta a chi si chiede perché valga la pena quotarsi”, dichiara Guglielmo Manetti, amministratore delegato di Intermonte.
Il punto di partenza è il paradosso che contraddistingue il mercato dei capitali italiano. Il Paese conta infatti circa 5 milioni di imprese, ma solo 373 aziende risultano attualmente quotate in Borsa. Una sproporzione ancora più evidente se si considera che a Piazza Affari il 90% degli scambi si concentra sulle 40 blue chip del FTSE MIB e le prime dieci società raccolgono da sole oltre metà degli scambi. È da qui che trae origine la domanda alla base della ricerca: vale ancora la pena quotarsi? La risposta, secondo l’analisi empirica, è sì ma a condizione che l’operazione venga costruita con metodo e accompagnata da scelte coerenti nel post-Ipo.
Il campione: 363 matricole sotto il miliardo
Lo studio analizza 363 società approdate sui listini di Borsa Italiana tra il 2011 e il 2025, tutte con capitalizzazione iniziale inferiore a 1 miliardo di euro. La fotografia dei settori di appartenenza conferma il forte legame con l’economia reale del Paese: il 65% delle aziende fa infatti capo ai comparti consumer (29%), industrial (21%) e technology (15%), i tre che più rappresentano la manifattura nostrana. Al momento dell’ingresso sul mercato, le PMI analizzate esprimevano 25,2 miliardi di euro di ricavi, 3,37 miliardi di EBITDA, 1,18 miliardi di utile netto e 107.324 addetti ai lavori. La capitalizzazione iniziale complessiva era pari a 32,2 miliardi di euro, con un flottante medio post-Ipo del 36%.
Rendimenti: il miglior 10% sfiora il triplo del valore
La ricerca colloca tra le “vincenti” le matricole che hanno registrato i migliori rendimenti di mercato dopo la quotazione. Il dato più forte riguarda il primo 10% del campione analizzato: questo gruppo ha infatti generato un rendimento cumulato del +70,2% nel primo anno, del +133,2% a tre anni e del +173,8% a cinque anni. In altri termini, le migliori Ipo hanno quasi triplicato il valore delle azioni nell’arco di un quinquennio. Anche guardando al miglior 25%, i risultati restano significativi: +30,5% nel primo anno, +50,1% a tre anni e +49,7% a cinque anni.
Più ricavi, più utili, più occupazione
La Borsa, nei casi migliori, non ha prodotto solo performance finanziaria. Il miglior 10% delle società analizzate ha infatti raddoppiato i ricavi nei cinque anni successivi all’Ipo, con una crescita mediana per singola impresa pari al +195%. L’EBITDA aggregato è salito del +156% e l’utile netto del +176%. Anche l’occupazione è cresciuta in maniera significativa: i lavoratori sono passati da 4.987 a 8.277, con un incremento del +66%. Allargando lo sguardo al top 25%, i ricavi aggregati risultano in ampliamento del +102%, mentre marginalità e profitti del +203%. Stesso discorso per gli addetti, passati da 13.951 a 23.845 con oltre 9.800 posti di lavoro in più. La ricerca evidenzia come la crescita sia stata spesso sostenuta da acquisizioni post-Ipo, ma non mancano casi di sviluppo organico dovuti alla maggiore visibilità ottenuta con la quotazione e alla liquidità raccolta. Una forte leva è stata anche la crescente internazionalizzazione. Come sottolinea Manetti, “questi non sono solo dati finanziari ma sono posti di lavoro e valore distribuito nei territori”. Risultati che dimostrano il potenziale delle quotazioni come motori per l’accelerazione della crescita reale del Paese.
La seconda parte dello studio cerca di identificare i comportamenti ricorrenti tra le società più performanti. Sul fronte della governance, il mercato sembra premiare management team non troppo numerosi, board più equilibrati per genere ed età e una minore presenza di amministratori che ricoprono ruoli anche in altre società quotate. In questo quadro, la diversity non è letta solo come rappresentanza femminile, ma come pluralità di esperienze, generazioni e competenze. Anche la struttura dell’operazione conta. Le clausole di lock-up degli azionisti nella fase preparatoria rappresentano un segnale forte, perché comunicano fiducia nelle prospettive dell’azienda. Il flottante deve garantire liquidità senza diluire troppo il nucleo di controllo: tra i best performer, il flottante medio iniziale è pari al 42,1%, con mediana al 31,8%. Al tempo stesso, un underpricing troppo marcato nel primo giorno di quotazione è associato a performance successive più deludenti: per questo è importante che il pricing iniziale sia equilibrato.
Dopo la quotazione
Il percorso non finisce con il debutto. Le società che realizzano acquisizioni dopo l’ingresso in Borsa sono infatti associate a rendimenti migliori nel lungo periodo. Rilevante anche la concentrazione proprietaria: una presenza forte dei primi dieci soci, inclusi eventuali investitori istituzionali o partner strategici, viene interpretata come segnale di stabilità e visione di lungo termine. C’è poi il tema della visibilità. L’aumento della copertura degli analisti è positivamente correlato ai rendimenti e rappresenta un obiettivo centrale per un’attività di investor relations efficace. Resta infine la condizione decisiva: il vantaggio competitivo. Senza un piano di crescita credibile, management efficace, risultati misurabili e fondamentali solidi, nessuna buona pratica basta da sola a creare valore. La quotazione può essere un acceleratore potente per le PMI italiane, ma solo quando diventa l’inizio di un percorso.
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