Gli asset manager allontano l’ipotesi di uno conflitto su larga scala. Ma si preparano a modificare l’asset allocation per scongiurare eventuali rischi. Occhi puntati su Hormuz per il rally petrolio, mentre lo spettro dell’inflazione penalizza l’azionario americano
Benjamin Netanyahu, premier di Israele
Mentre proseguono i lanci di missili tra Israele e Iran dopo l’attacco scagliato da Benjamin Netanyahu ai danni del Paese islamico lo scorso venerdì, cresce l’apprensione del mercato sulle sorti del Medioriente. Se infatti si rincorrono le voci sul fatto che Teheran sia a pronta a trattare, complice anche l’intervento del leader russo Vladimir Putin per favorire una mediazione tra le parti, sono ancora tanti gli investitori convinti della possibilità concreta di una guerra regionale con il coinvolgimento degli USA. Un’ipotesi perlopiù scartata dai gestori, che però sono pronti a modificare i portafogli per scongiurare le ricadute dell’escalation e mettere al sicuro i rendimenti. Dalle commodities alle valute fino al ruolo del dollaro, ecco cosa prevede.
Un “confronto controllato”. Ma occhio a inflazione e crescita
Il primo tema su cui si concentrano gli analisti consiste proprio nella dimensione potenziale del conflitto, con una larga parte fiduciosa che una guerre ragionale non ci sarà. Ha questa opinione ad esempio Samy Chaar, chief economist e cio Switzerland di Lombard Odier. “Per ora non vediamo segnali di un’escalation irreversibile e la situazione appare come un confronto controllato”, spiega l’esperto, che un rischio però lo evidenzia comunque: l’incertezza persistente e i costi energetici strutturalmente più alti potrebbero rallentare la crescita globale e far tornare l’inflazione. Quanto invece alla politica monetaria, è opinione del manager che gli shock del petrolio verrà ignorati e che la Federal Reserve continuerà sulla linea della cautela. Da qui dunque la scelta di modificare la composizione dei portafogli in maniera significativa.
Petrolio pronto al rally. Ma niente timori su Hormuz
Il team di investimento di Neuberger Berman pone l’accento invece sul rally delle materie prime energetiche, con il petrolio in testa. L’impennata del 6% subita dal Brent alla notizia dell’attacco di Israele, viene infatti interpretata come il segno di una profonda preoccupazione del mercato su possibili interruzioni nelle forniture. Ci si interroga cioè su quali forniture siano a rischio, considerando che l’Iran vanta esportazioni sugli 1,5 milioni di barili al giorno. E se c’è chi teme che una fonte di approvvigionamento potrebbe venire a mancare in caso di attacco all’isola di Kharg, sito da cui passa la maggior parte dell’export di Teheran ma che è molto vulnerabile, altri sottolineano come sia lo stesso regime a poter chiudere i rubinetti come forma di ritorsione: direttamente o attaccando le infrastrutture dei Paesi vicini. NB crede però che lo scenario più grave, cioè una chiusura dello Stretto di Hormuz e lo stop al 20% del petrolio mondiale che transita da lì ogni giorno, sia piuttosto improbabile: “Poiché il maggiore acquirente della teocrazia è la Cina, bloccare questo hub la porterebbe ad auto-danneggiarsi e compromettere le sue relazioni strategiche”. Più concreta, dunque, l’ipotesi di sabotaggi o atti di pirateria per creare incertezza e volatilità. Agli investitori focalizzati sull’Europa la società consiglia invece di tenere gli occhi puntati sul gas naturale: “Il miglioramento degli stoccaggi e la diversificazione delle importazioni di gnl in Europa forniscono una certa protezione ma qualsiasi interruzione dei flussi del Qatar attraverso il Golfo avrebbe ripercussioni globali”.
Meno azionario USA per proteggersi dall’inflazione
Edmond de Rothschild AM crede che invece che gli investitori debbano essere cautamente ottimisti sull’esito della vicenda così come sui suoi riflessi sulle commodities. E la spiegazione arriva direttamente da due esperti della casa di gestione: Michaël Nizard, head of Multi-Asset and Overlay, e Nabil Milali, multi-Asset & Overlay portfolio manager. “L’altissimo livello di incertezza richiederà il mantenimento di un premio per il rischio geopolitico nelle prossime settimane”, affermano, “ma un’impennata del Brent a livelli che potrebbero indebolire l’economia globale o innescare una nuova ondata di inflazione potrebbe essere evitata se l’Opec accettassero di aumentare la produzione”. Ciò che invece dovrebbe fare temere i mercati, secondo gli specialisti della società, è invece un ritorno di fiamma dell’inflazione. E in parte sta già avvenendo, come evidenziato dalla dinamica dell’oro: “Sebbene il metallo giallo abbia sin da subito svolto bene il suo ruolo di bene rifugio, registrando un apprezzamento dell,15%, i rendimenti sovrani non offrono lo stesso appeal e questo testimonia che lo spettro di una crescita dei prezzi sta prevalendo”. La compagnia di asset managament si dice dunque decisa a mantenere un approccio cauto sull’azionario, in particolare negli USA e negli altri luoghi dove i prezzi delle azioni sono cresciuti più rapidamente degli utili. “Intendiamo inoltre adottare una politica di copertura attiva del rischio valutario sul dollaro”, hanno precisano Nizard e Milali.
Fari puntati anche sulle valute, dollaro in testa
Proprio le valute rappresentano, secondo Ebury, l’altra asset class che sarà impattata dalle tensioni in Medioriente. “I movimenti al rialzo della scorsa settimana hanno evidenziato come il biglietto verde mantenga ancora il suo ruolo di bene rifugio durante periodi di incertezza geopolitica”, sostengono gli esperti della società, che pure evidenziano come a salire siano stati anche il franco svizzero e la corona svedese: il primo per via della sua risaputa stabilità, il secondo di riflesso all’apprezzamento del petrolio.
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