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Tra guerra in Medio Oriente, pressioni della Casa Bianca e un Fomc diviso e meno accomodante, la strada parte in salita per il nuovo presidente. Ma un taglio entro fine anno resta possibile, Hormuz permettendo
La riunione di aprile della Federal Reserve, l’ultima guidata da Jerome Powell, si è chiusa senza sorprese sui tassi, rimasti invariati, ma con un’importante novità sul fronte degli equilibri interni all’istituto centrale statunitense. I tre voti contrari, oltre a quello del solito Stephen Miran ancora a favore di un allentamento, indicano infatti un’inclinazione più hawkish del Fomc e una profonda spaccatura tra i suoi membri. Per il presidente in pectore, Kewin Warsh, il compito si fa dunque più complesso: oltre a un contesto macroeconomico e geopolitico di massima incertezza, e alle pressioni di Donald Trump, dovrà infatti fare i conti anche con un atteggiamento più restrittivo di una parte dei suoi colleghi.
Board in fermento
Nonostante la modalità ‘wait and see’ sui tassi, per Martina Daga, macro economist di AcomeA Sgr, il Comitato non è ‘fermo’. “È in corso una discussione su come aggiornare le indicazioni, su come guidare il mercato: la posizione prevalente resta che, se si dovesse intervenire, la prossima mossa sarebbe più probabilmente un taglio che un rialzo”, spiega. Tuttavia, fa notare, cresce il numero di membri che preferirebbe una comunicazione più neutrale, indicando che le probabilità di una sforbiciata sono uguali a quelle di un rialzo. “In tre lo hanno espresso chiaramente, votando sullo statement, ma probabilmente questa è la preferenza anche di altri membri del Fomc che quest’anno non sono votanti”, osserva. Senza contare, precisa, che la permanenza di Powell nel board come membro votante potrebbe portare all’uscita di Miran per fare spazio a Warsh.
La svolta hawkish complica il lavoro di Warsh
Paolo Zanghieri, senior economist di Generali Investments, punta l’attenzione sulla “posizione sensibilmente più hawkish” del Fomc e avverte che un cambiamento potrebbe materializzarsi già nella riunione di giugno. Proprio questa svolta restrittiva, a suo parere, complicherà l’avvio del mandato del nuovo presidente. “Il nostro scenario di base continua a prevedere una riduzione dei tassi a dicembre, sulla base di una visione leggermente meno positiva dell’economia, ma la probabilità di assenza di tagli è aumentata in modo significativo”, afferma.
Una Fed più ‘lenta’
Sulla stessa lunghezza d’onda Daniel Siluk, portfolio manager and head of global short duration & liquidity di Janus Henderson Investors, secondo cui questa divisione mostra quanto sia fragile il consenso e quanto i responsabili politici rimangano riluttanti a impegnarsi in anticipo. “Warsh erediterà questa sfida, quella di cercare il consenso tra un Consiglio diviso”, nota. Nel complesso, secondo l’esperto, emerge una Fed paziente, cauta e sempre più sensibile agli shock inflazionistici. “Si riconosce un raffreddamento del mercato del lavoro, ma non ancora decisivo. La crescita rimane resiliente. E la fiducia nell’inflazione, pur non essendo persa, è chiaramente incompleta”, analizza. Per i mercati, rimarca Siluk, il messaggio è chiaro: non si tratta di una dichiarazione che spiana la strada a un allentamento nel breve termine. Al contrario, precisa, “rafforza l’idea che l’istituto centrale sia disposto ad aspettare, e a tollerare progressi più lenti, fino a quando non sarà certa che i rischi sui prezzi, sia interni che globali, siano saldamente contenuti”.
Un taglio entro fine anno, Hormuz permettendo
Per Max Stainton, senior global macro strategist di Fidelity International, la decisione di Powell di restare nel board introduce ulteriore incertezza sulle prospettive della politica monetaria, anche se l’andamento dei tassi per il resto dell’anno sarà sempre più determinato dal conflitto in Medio Oriente. “Il nostro scenario di base continua a esprimere una view più accomodante rispetto alla valutazione di mercato, poiché riteniamo che il prossimo presidente, insieme al resto del comitato, vorrà contrastare l’impatto negativo sulla crescita derivante dallo shock energetico tramite almeno un taglio entro fine anno”, afferma. Resta tuttavia il rischio di una chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz, e quindi di uno shock inflazionistico più ampio, che porta l’esperto a prevedere un taglio da qui a dicembre, ma con i rischi “chiaramente orientati verso uno scenario di ‘nessuna azione’ per il resto del 2026”.
Warsh non farà rivoluzioni
Dello stesso parere Tiffany Wilding, economista di Pimco, anche lei convinta che la prossima mossa, alla fine, sarà un taglio. L’esperta individua ancora intorno al 3% il livello neutrale, ma avverte che la tempistica resta incerta e appesa al conflitto in Iran. Quanto al cambio di leadership, a suo parere, il nuovo presidente dovrebbe incidere principalmente sulla comunicazione, e quindi sulla lettura che ne danno i mercati, più che sulla traiettoria del costo del denaro. “Warsh non è sembrato apertamente accomodante durante l’audizione al Senato. Ha tuttavia richiamato l’attenzione su misure di inflazione come il trimmed mean e la mediana, attualmente inferiori al dato core del Pce, con una sfumatura leggermente più dovish”, evidenzia. Storicamente, ricorda, questi indicatori hanno tendenzialmente superato l’inflazione di base e probabilmente accelereranno se l’aumento dell’energia spingerà al rialzo l’indice core dei beni. “La nostra ipotesi rimane che l’attuale inclinazione di Warsh, in linea con la mediana della Fed, sia orientata verso i tagli e che l’istituto centrale rimarrà un’istituzione indipendente”, conclude.
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