Secondo un’analisi di Freedom Finance Europe, negli ultimi 30 anni il mercato Usa ha chiuso il mese con il segno più solo 17 volte. Ecco come investire per sfruttare un fenomeno a cavallo tra percezione e realtà
Se esista o meno una stagionalità dei mercati finanziari è argomento dibattuto da sempre. Tra il ‘Santa Claus rally’, che incorona dicembre come mese migliore per i mercati azionari, e il ‘sell in May and go away’, che raccomanda di vendere prima del periodo giugno-settembre, resta difficile stabilire quanto sia da imputare a particolari avvenimenti ricorrenti e quanto all’effetto psicologico o alle leggende. Anche perché le medie storiche non sempre avvalorano simili teorie. Anche il 2024, nonostante il record messo a segno dell’S&P 500, appare piuttosto indeciso se confermare un’altra anomalia di calendario molto popolare: il cosiddetto ‘effetto gennaio’, che dovrebbe assicurare rendimenti più elevati nei primi 31 giorni dell’anno.
Francesco Bergamini, rappresentante in Italia di Freedom Finance Europe
L’effetto gennaio è considerato un’anomalia a causa del percepito aumento dei corsi azionari rispetto al resto dell’anno. Lo afferma anche Francesco Bergamini, rappresentante in Italia del gruppo di broker online Freedom Finance Europe. L’esperto sostiene infatti che tale fenomeno si debba al ritorno sul mercato dei trader dopo il calo dei prezzi tipico di dicembre, quando gli investitori si impegnano a raccogliere le perdite fiscali per compensare le entrate realizzate provocando un sell-off. “Un’altra possibile spiegazione potrebbe riguardare il fatto che gli operatori utilizzano i bonus di fine anno per acquistare investimenti il mese successivo”, aggiunge.
Eppure, una parte della letteratura ha cercato di dimostrare come l’effetto gennaio sia qualcosa di ben più concreto. Secondo Rozeff e Kinney (1976), in questo mese si produrrebbe circa un terzo del guadagno dell’intero anno. Con la piccola precisazione che a beneficiarne sarebbero soprattutto i titoli di piccole aziende anziché il Dow Jones o il MIB30. Richard Thaler, padre della teoria nota come ‘spinta gentile’, ha invece fatto notare che le variazioni significative avvengono sempre in occasione di un passaggio: della settimana, della giornata, dell’anno o di secolo. Lo studioso ha per questo criticato le spiegazioni efficientistiche delle dinamiche borsistiche. Queste tesi si basano infatti sull’esistenza di date fisse attorno alle quali si modellerebbe il comportamento degli operatori. Le scadenze fisse non esistono nelle situazioni sperimentali, eppure i pattern di comportamento sono risultati essere gli stessi, avvalorando l’idea che i processi stagionali ed abitudinari abbiano radici profonde ed inconsce. Alla luce di quanto detto da Thaler non è da sottovalutare il timore e l’ansia degli uomini per la transizione al nuovo secolo appena iniziato, un fatto che va appunto considerato anche ‘emotivamente‘.
Cosa dicono i numeri
Per il ‘January effect’, teorizzato per la prima volta nel 1942, i dati a supporto non mancano. Ad esempio, uno studio della società di investimenti S&P Dow Jones Indices ha rilevato che dal 1928 il rendimento medio del S&P 500 nei primi 30 giorni dell’anno è stato del 3,2% contro l’1,1% medio rilevato negli altri undici mesi. Bergamini tiene però a sottolineare come tale anomalia sia tutt’altro che garantita: “Ci sono stati molti casi in cui l’indice è sceso nel periodo considerato”. Inoltre, spiega, “l’effetto gennaio sembra essere più evidente nei titoli a ridotta capitalizzazione rispetto a quelli a grande capitalizzazione”. Senza contare che, anche se si trattasse di un fenomeno reale e dimostrabile, non c’è alcuna garanzia che si verifichi effettivamente in un determinato anno. Ne è prova l’ultimo trentennio del mercato americano, che ha visto migliori profitti a gennaio sono 17 volte (57%).
La conclusione, secondo Bergamini, appare quindi quasi scontata: anche se investire in previsione dell’effetto gennaio potrebbe apparire una tattica valida per alcuni, una strategia di questo tipo comporta comunque rischi e incertezze. “Si basa su un’anomalia di mercato che potrebbe non verificarsi ogni anno e, come tutte le strategie di investimento, dovrebbe essere utilizzata come parte di un portafoglio diversificato”, mette in guardia l’esperto.
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