Reddito fisso: ecco dove guardano gli analisti nel 2026
Dopo il rimbalzo del reddito fisso, il nuovo anno si apre all’insegna dell’asset class. Strategie flessibili, mercati emergenti e gestione attiva al centro delle scelte dei fund selector
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Archiviare cent’anni di storia di libero commercio mondiale, anche se in maniera “gentile”, preoccupa non poco. A Donald Trump è bastata meno di un’ora nel giardino delle rose della Casa Bianca per far crollare le borse, agitare le cancellerie e sconcertare gli esperti che temono uno shock per l’economia globale. Di dazi ce n’è per tutti, d’altronde, e per tutti i gusti. Dal 34% imposto alla Cina al 46% valutato per il Vietnam, dal 26% dell’India al 24% sul Giappone. E poi un tondo 20% sull’Europa. La lista nera è lunga e i calcoli piuttosto “strampalati”, a detta degli economisti. Fatto sta che per molti si torna indietro all’epoca del protezionismo e dell’isolazionismo. “Non so se sarà la fine della globalizzazione, di certo la globalizzazione si riconfigura e gli Stati Uniti si chiamano fuori”, dice senza mezzi termini Carlo Altomonte, professore in Economia dell’Integrazione Europea alla Bocconi di Milano. “Più che il giorno della liberazione è il giorno della recessione”, aggiunge risoluto.
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Per Washington, i dazi volano a una nuova reindustrializzazione nazionale, una riduzione della pressione fiscale e del debito pubblico. “Teoricamente potrebbe funzionare, anche se al costo di una maggiore inflazione, ma l’effetto non è scontato”, continua Altomonte. “In un mondo globale in cui la quota del commercio USA è attorno al 10% del totale mondiale, se sei l’unico a chiuderti il restante 90% del commercio stai rivedendo le catene globali del valore. Se poi imponi tariffe che non hanno alcun senso economico, come quelle che abbiamo visto nelle tabelle di Trump (calcolate come rapporto tra il deficit commerciale di beni americani e le importazioni da un dato paese, il tutto diviso per due), il risultato è completamente aleatorio”. Sono in molti a temere una guerra commerciale ma, secondo l’esperto, bisognerà capire cosa succederà con gli accordi tra Paesi e quale sarà la reazione cinese. “Se la Pechino svaluterà molto la sua moneta e inizierà ad esportare beni a basso costo, il resto del mondo potrebbe volersi proteggere”, spiega. “Se invece gli altri Paesi trovano un modus operandi, per cui gli unici che mettono tariffe fuori scala sono gli USA, allora, come già detto, la globalizzazione si riconfigura”.
L’aumento delle tariffe, inoltre, peserà come un macigno sulla classe media americana, “al contrario di quello che vuole Trump”, dice l’economista. In più c’è il rischio di non raggiungere l’obiettivo di fondo. “Molto meglio l’Inflaction reduction act”, continua Altomonte. L’obiettivo di Biden era sviluppare supply chain nazionali e ridurre la dipendenza dalla Cina, attraendo investimenti, diminuendo la burocrazia, agevolando i finanziamenti e abbreviando i processi di autorizzazione. “L’IRA puntava al protezionismo, ma era una sorta di sussidio statale. Si faceva concorrenza sleale non tassando l’importazione, ma favorendo la produzione locale. Questo ha senso, perché fai una scelta diretta sull’imprenditore”. L’idea di Trump, invece, di riportare a casa la produzione manifatturiera a suon di dazi, non sembra verosimile. “Ma non lo dico io. Basta guardare la reazione del mercato: il dollaro si sta svalutando rispetto a tutte le altre valute. Questo è un chiaro segnale che il mondo non ne vuole sapere”.
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Il fatto è che, oltre al crollo delle Borse, il dollaro è sceso giù in picchiata, quando invece avrebbe dovuto rafforzarsi per effetto dei dazi. Segno che il mercato crede poco al Liberation Day. Dal dopoguerra l’America ha goduto di un beneficio enorme, essendo il dollaro considerata una valuta di riserva mondiale. Questo ha consentito agli USA di aver un costo del debito pubblico più basso. Oggi, però alcuni analisti cominciano ad avere dei dubbi sul ruolo del dollaro come valuta di riserva globale. E sui rischi impliciti. “La Cina, ad esempio, ha introdotto lo yuan digitale, che permette di fare transazioni di export e import tra paesi, utilizzando la blockchain. In pochi secondi, una merce può passare di mano senza banche, senza dollaro e senza collaterale. Sto dicendo che potrebbe sparire la domanda di collaterale di debito pubblico americano nel mondo”, afferma il professore.
Il rosso profondo dei mercati, poi, sembra destinato a durare un po’. “Le Borse stanno scontando l’effetto di un annuncio che ha travolto più Paesi del previsto, se pensiamo anche a tutto il Sudest asiatico. Una sorpresa negativa che ha portato giù gli indici” dice l’esperto. La paura di una recessione o di un rallentamento globale è dunque giustificata. “Vedremo cosa verrà confermato e cosa no e se nel frattempo Trump non agirà anche sul fronte della politica fiscale. Suggerirei agli investitori di star fermi, in attesa. Potrebbero esserci anche buone occasioni di acquisto”.
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In questo caos di politica economica, per Altomonte la risposta migliore che l’Europa può dare al momento è quella consigliata dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella: serena, determinata, compatta. Opporre dazi ad altri dazi non ha senso. Meglio negoziare, ma soprattutto pensare ai propri affari. “L’Europa è un mercato interno che ha dei tassi su settori e servizi che valgono il 40% (secondo le stime di Draghi). Cominciamo a ridurre queste tariffe tra di noi, pensiamo all’unione del mercato dei capitali, ai servizi finanziari, all’energia. Investiamo in difesa comune”. Insomma, per l’economista, non resta che concentrarsi su noi stessi. “Siamo il secondo più grande mercato del mondo, con una popolazione di 500 milioni di persone. Abbiamo il più alto risparmio del mondo: 45 triliardi di dollari. Se la piantassimo di andare a rincorrere gli altri Paesi e investissimo su di noi, saremmo perfettamente in grado di cavarcela da soli”.
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