Per gli analisti si tratta di un’intesa che garantisce più visibilità e certezza. I punti da chiarire però restano tanti e le tariffe sono comunque schizzate rispetto all’era pre-Trump
A pochissimi giorni dalla scadenza del 1° agosto, è arrivato l’accordo commerciale tra Stati Uniti e Unione europea. Un’intesa di compromesso, quasi identica a quella siglata la scorsa settimana con il Giappone (peggiore di quella portata a casa dal Regno Unito), che fissa dazi di base al 15% per i beni Ue, auto comprese, e che prevede l’impegno di Bruxelles ad acquistare 750 miliardi di dollari in prodotti energetici a stelle e strisce per i prossimi tre anni e a impiegare 600 miliardi negli Usa in aggiunta agli investimenti attuali. I mercati tirano quindi un sospiro di sollievo, con gli indici tutti in rialzo, dal momento che è stata scongiurata una guerra commerciale più ampia e che le tariffe al 30% minacciate dal presidente degli Stati Uniti sono state evitate. Tuttavia tra gli investitori non regna certo l’entusiasmo: troppi i dettagli ancora da chiarire, mentre di fatto i dazi sulle esportazioni del Vecchio Continente passano da una media del 4,8% dell’era pre-Trump al 15%.
“Abbiamo un accordo commerciale tra le due maggiori economie del mondo, ed è un grande affare. Un affare enorme. Probabilmente si tratta del più importante accordo mai raggiunto in qualsiasi ambito commerciale e non commerciale”, ha affermato un trionfante Donald Trump, aggiungendo come sia anche compreso l’acquisto da parte dell’Ue di armi Usa per “centinaia di miliardi di dollari”. In effetti per gli States si tratta di un’ottima intesa, mentre per l’Unione è semplicemente il prezzo da pagare per avere stabilità e prevedibilità. “È il massimo che potessimo ottenere”, ha spiegato la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, sottolineando comunque la soddisfazione per essere riuscita a siglare “un buon accordo”.
La trattativa entra nel vivo
Friedrich Merz, presidente dell’unione cristiano-democratica di Germania
Il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, ha accolto con favore la notizia, affermando che è stato evitato un conflitto commerciale che avrebbe colpito duramente l’economia teutonica, trainata dalle esportazioni, e il suo cruciale settore auto. Più cauta la premier italiana, Giorgia Meloni, che ha rimarcato come l’intesa sia ancora tutta da scrivere. “Bisognerà studiare i dettagli, bisognerà lavorare ancora, perché quello sottoscritto è di massima, giuridicamente non vincolante, quindi c’è ancora da battersi”, ha avvertito. E infatti, come i mercati sanno bene, la trattativa non è terminata. Restano infatti fuori gli alcolici e il settore siderurgico, comunque mai sul tavolo del negoziato. Deve poi ancora essere definita la lista delle esenzioni, mentre per acciaio e alluminio sembra confermato un sistema di contingenti, oltre ai quali scatteranno tariffe del 50%. Infine va chiarito come l’aliquota del 15% potrebbe interagire con i dazi potenzialmente più elevati previsti dalla Sezione 232.
“I mercati europei del credito hanno reagito positivamente, con spread in calo generalizzato. I mercati prosperano sulla certezza e, sebbene questo accordo sia indubbiamente negativo per gli esportatori Ue rispetto alle condizioni di inizio anno, è ‘meno negativo’ di quanto previsto”, commenta a caldo Howard Woodward, co-portfolio manager Euro Corporate Bond Strategy di T. Rowe Price, secondo cui quello raggiunto da von der Leyen dovrebbe quindi essere considerato un risultato positivo. “Offre una certa chiarezza agli emittenti europei, anche se molti dettagli devono ancora essere definiti”, sottolinea. Ricordando come in particolare le case automobilistiche del Vecchio Continente stiano ancora negoziando e sperino di ottenere ulteriori concessioni tariffarie attraverso investimenti aggiuntivi negli States.
Secondo gli analisti di Ebury, la notizia dell’accordo sarà uno sviluppo particolarmente gradito per i mercati, che si erano preparati alla possibilità di oneri significativamente più elevati. “Anche se molti dettagli dell’accordo devono ancora essere definiti, e i dazi stessi avranno probabilmente ancora un impatto non trascurabile sulla crescita, gli investitori saranno soddisfatti dato che si è evitato lo scenario peggiore”, affermano. Quanto al mercato valutario, a loro parere l’andamento di questa settimana sarà guidato dalle conseguenze dei patti commerciali e da qualsiasi notizia sui progressi nelle trattative dell’ultimo minuto con altri Paesi, oltre che ovviamente dall’esito della riunione della Fed.
Anche Apolline Menut, economista di Carmignac, considera l’intesa un ottimo risultato per Bruxelles. “Non si tratta di una svolta commerciale, ma di un’operazione di contenimento dei danni, nel nome del pragmatismo diplomatico”, spiega. A suo parere infatti, l’Ue ha accettato condizioni svantaggiose per preservare l’allineamento geopolitico. “Il costo economico potrà anche farsi sentire, ma il calcolo strategico è crudelmente razionale”, asserisce.
Michael Metcalfe, head of Macro Strategy di State Street Global Markets
Per Michael Metcalfe, head of macro strategy di State Street Global Markets, l’accordo elimina una delle principali fonti di incertezza per i mercati. “Ora che il rischio di guerra commerciale sta diminuendo e la Bce ha riportato proattivamente la politica commerciale a un livello neutrale, la domanda chiave è se le aspettative di crescita europea non solo rimarranno stabili, ma inizieranno a migliorare”, analizza. A suo parere la risposta comincia quindi a delinearsi da ora, “e probabilmente determinerà se gli investitori si sentiranno a loro agio nell’aumentare le esposizioni su asset europei e sull’euro”.
Più cauto Saverio Berlinzani, chief analyst di ActivTrades. “Nonostante l’ottimismo ufficiale, alcuni analisti avvertono che Trump potrebbe rivisitare i dazi se l’Ue non rispetta gli impegni, pur mantenendo un margine di modifica unilaterale”, fa notare. Ed evidenzia come sul mercato dei cambi l’euro si sia indebolito di circa -0,5% contro il dollaro dopo l’annuncio, restando sotto pressione. Cosa che a suo parere sta indicare come “in questo momento, gli operatori vedano negativamente gli effetti di questo accordo”.
Nicola Mai, economist e sovereign credit analyst DI Pimco
“Secondo i nostri modelli, riteniamo che ciò indebolirà la crescita dell’Eurozona di quasi un punto percentuale rispetto allo scenario controfattuale, portando probabilmente la crescita quasi a un punto morto nei prossimi due trimestri”, sottolinea Nicola Mai, economista e analista del credito sovrano di Pimco. Che precisa come in ogni caso l’impatto dell’incertezza della politica commerciale sul comportamento delle imprese sia difficile da stimare. “Continueremo a monitorare attentamente i dati per valutare l’entità del rallentamento imminente e la probabile risposta politica”, aggiunge.
Mark Haefele, responsabile globale degli Investimenti di UBS Global Wealth Management
Per Mark Haefele, chief investment officer di Ubs Global Wealth Management, l’accordo tra Usa e Ue era considerato tra i più complessi ed è quindi probabile che per le piazze si tratti di un passo avanti significativo. Tuttavia, l’esperto avverte che il consistente rally delle ultime settimane potrebbe aver già scontato molte possibili buone notizie. “Gli investitori dovrebbero prepararsi alla potenziale volatilità del mercato nelle prossime settimane. Sebbene saranno incoraggiati dal maggiore grado di certezza sul commercio tra Usa e Ue, il livello dei dazi statunitensi è comunque aumentato di circa sei volte rispetto a prima del Giorno della Liberazione”, fa notare. La sua previsione è quindi di un rialzo del mercato nei prossimi 12 mesi, sostenuto da una maggiore certezza tariffaria, ma allo stesso tempo ritiene che possa essere vulnerabile alla volatilità nel breve termine. “Gli investitori che hanno già allocato investimenti azionari in linea con i loro benchmark strategici dovrebbero valutare l’implementazione di coperture a breve, mentre quelli sottoallocati dovrebbero prepararsi ad aumentare l’esposizione in caso di potenziali cali nelle prossime settimane”, conclude quindi Haefele.
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