Nella view per il nuovo anno, c’è un mondo che riparte tra politiche fiscali attive, AI e un’Europa (Italia compresa) pronta a tornare in gioco. Attenti però al rischio inflazione
Maria Paola Toschi, global market strategist di J.P. Morgan Asset Management
Dal rischio recessione (che ha accompagnato parte del 2025) a un contesto espansivo sempre più diffuso. Nell’outlook 2026, Maria Paola Toschi, global market strategist di J.P. Morgan Asset Management, descrive uno scenario economico globale che continua a stupire per solidità e capacità di ripartenza. “Il titolo ‘carburante nel motore’ dà un’idea del contesto attuale: vediamo ancora tanta determinazione da parte delle autorità sia fiscali che monetarie a sostenere l’espansione nel prossimo anno”, spiega. È un contesto anomalo rispetto al passato: “Questa dose di politiche fiscali veniva attivata quando c’era rischio recessione. Oggi no”. Negli Stati Uniti, e in generale a livello globale, si attendeva un rallentamento maggiore a causa dei dazi. “Ma in generale il tema sembra passato in secondo piano sul fronte crescita e inflazione, non parliamo di recessione, anzi parliamo di espansione. Le economie si sono adattate”, continua Toschi. Nonostante i tassi elevati, “il tasso di disoccupazione è ancora al 4,4%, quindi sotto la media storica”. L’Europa, dopo mesi difficili, beneficia della svolta tedesca sugli investimenti, definita “particolarmente importante” e capace di ridare ossigeno all’intera area. Sul fronte monetario, la BCE ha quasi chiuso il suo ciclo, mentre per la Federal Reserve “ci aspettiamo che il taglio dei tassi possa arrivare nel meeting del 10 dicembre”, ricorda la manager. Resta il nodo inflazione: “Negli Stati Uniti abbiamo ancora un’inflazione del 3%, superiore al target della Fed”, con il rischio aggiuntivo che la nuova direzione politica possa “mettere in discussione l’indipendenza stessa della banca centrale”. È un orizzonte aperto, in cui i punti di forza del ciclo si intrecciano, insomma, con fragilità latenti.
Uno dei fronti più decisivi per l’anno che verrà resta la tecnologia. Un settore che continua a guidare la crescita ma che, secondo Toschi, va letto con maggiore precisione. “In realtà gli operatori sono molto più articolati”, osserva, distinguendo tra chipmaker, hyperscalers e architetti dell’intelligenza artificiale. Per Toschi non siamo di fronte alla replica della bolla del 2000: “Non ci sono le stesse caratteristiche: le aziende hanno modelli di business forti, utili e debiti contenuti”, spiega. “È chiaro che le valutazioni dei grandi gruppi tech sono salite, ma non siamo ai livelli estremi visti nel Duemila. Inoltre, l’attività di IPO è più contenuta e l’aumento delle valutazioni è accompagnato anche da una crescita degli utili”.
Le valutazioni tecnologiche sono meno estreme rispetto al 2000 e l’attività di IPO è più contenuta
Fonte: (a sinistra) LSEG Datastream, S&P Global, J.P. Morgan Asset Management. (A destra) Jay Ritter – University of Florida, J.P. Morgan Asset Management
Eppure qualcosa è cambiato. Le grandi piattaforme digitali stanno investendo somme gigantesche in infrastrutture e data center, senza una piena visibilità sui ritorni: “Non sapremo quale sarà il ritorno su questi investimenti, e il ROI potrebbe gradualmente scendere”, continua. Il vero punto vulnerabile, però, è la concentrazione: “Dato il peso che questo settore ha raggiunto sugli indici, un cambiamento del sentiment potrebbe generare volatilità importante”. Da qui l’urgenza di diversificare, “diluendo un po’ l’esposizione alla tecnologia” e riportando al centro settori come industria, energia, infrastrutture e salute. Europa e Asia offrono opportunità nuove. La prima grazie ai titoli Granolas e alla rinnovata politica industriale. La seconda con una Cina che, pur frenata dai dazi, “si è rapidamente riposizionata verso altre aree” e continua a raggiungere gli obiettivi tecnologici che si pone, perché “quando la Cina si pone obiettivi importanti, poi ci arriva”.
Italia, tra i big europei
In questo scenario europeo più dinamico, l’Italia occupa una posizione interessante. Non è al centro della narrazione globale, ma entra nel 2026 con leve di crescita che potrebbero rivelarsi decisive. La spinta arriva soprattutto dagli investimenti pubblici “anche grazie al Recovery Fund, con un’altra tranche in arrivo, anche se non tutti soldi sono stati spesi”. Bruxelles ha infatti valutato positivamente la richiesta di pagamento dell’ottava rata che vale 12,8 miliardi di euro, che porteranno il totale a 153 miliardi. “I paesi, come l’Italia, che hanno utilizzato il Recovery Fund sono tra quelli che fanno meglio, come anche la Spagna e diversamente dalla Francia, che ha una situazione politica molto complicata”, afferma Toschi. “Questo ha un po’ spostato il baricentro europeo e i Paesi cosiddetti periferici oggi stanno meglio, il tema spesa pubblica è stato importante per ribilanciare la situazione”. Sul fronte investimenti, “l’azionario italiano, con poche aziende di grandi dimensioni tra le quotate, è più per specialisti. Più interessante l’obbligazionario, che catalizza anche l’interesse degli operatori istituzionali”, continua l’esperta. È un contesto in cui l’Italia comunque non corre da sola, ma può agganciarsi a un’onda continentale più forte, soprattutto se Berlino manterrà il ritmo degli investimenti e Bruxelles porterà avanti un’agenda industriale più coerente.
Il ragionamento di Toschi si chiude sui temi più concreti: come costruire un portafoglio nel 2026. Qui i mercati privati diventano centrali. “Oggi dal lancio di una start-up all’IPO ci vogliono 15 anni, non più 5 come anni fa. Per questo è importante catturare valore quando le società sono ancora private”, spiega. Private equity e private credit si affermano come motori di rendimento, mentre real asset e infrastrutture tornano fondamentali in uno scenario in cui inflazione e geopolitica restano variabili difficili da prevedere. “Materie prime, legname, trasporti e infrastrutture hanno protetto i portafogli” anche in un anno estremo come il 2022, quando azioni e obbligazioni scesero insieme.
I rischi principali restano due: un’inflazione che “potrebbe essere temporanea o strutturale”, a seconda della traiettoria della globalizzazione, e la tecnologia, che con la sua concentrazione può amplificare la volatilità. L’equilibrio torna così al centro della strategia: più obbligazioni di qualità, più settori difensivi e una diversificazione geografica che abbracci Stati Uniti, Europa e Asia.
“La crescita si sta allargando: non solo Stati Uniti, ma anche Europa e magari un’Asia più attiva”, sintetizza Toschi. È un 2026 che promette espansione, ma anche un anno in cui ogni eccesso di fiducia sarebbe prematuro perché, come ricorda l’esperta, “qualcosa di sorto succede sempre”.
Rischi principali: cosa potrebbe far deragliare il treno?
Fonti: J.P. Morgan Asset Management, a novembre 2025
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