I dazi USA (ma non solo) complicano il percorso di politica monetaria. Il board di Francoforte è già nuovamente spaccato e tra gli asset manager c’è chi non esclude una lunga pausa
Secondo i mercati, il 5 giugno la Banca centrale europea taglierà i tassi per l’ottava volta. Se però praticamente nessun analista dubita che il costo del denaro dell’Area euro calerà dal 2,25% al 2% la prossima settimana, il discorso cambia radicalmente quando si prova a far previsioni sulle mosse successive. Per l’Eurozona si apre infatti un periodo di profonda incertezza sul fronte economico, non solo a causa delle trattative sui dazi tra UE e Donald Trump. E Francoforte ben presto potrebbe trovarsi a dover scegliere tra un aumento dell’inflazione indotto dalle tariffe doganali e un rallentamento della crescita.
Francois Villeroy de Galhau, governatore della Banca di Francia e membro del board di Francoforte
Intanto, all’Eurotower sono tornate a farsi sentire le due anime del consiglio. Il governatore francese Francois Villeroy de Galhau, noto per essere una ‘colomba’, ha rassicurato sul taglio atteso per il 5 giugno. “Questa normalizzazione probabilmente non è conclusa, e con ogni probabilità ne avremo conferma nel nostro consiglio direttivo della prossima settimana”, ha affermato il membro del board BCE. Aggiungendo che “il dato sull’inflazione francese di maggio, pubblicato proprio questa mattina al livello basso dello 0,6%, è un altro segnale molto incoraggiante del processo di disinflazione in atto”.
Parere completamente diverso ha invece espresso il collega austriaco, il falco Robert Holzmann, secondo cui non c’è “alcun motivo” per abbassare i tassi nelle riunioni di giugno e luglio. Anzi, a suo parere occorrerebbe “tenere le polveri asciutte” vista l’escalation della guerra commerciale tra UE e Stati Uniti. “Abbassare ulteriormente sarebbe più rischioso che restare dove siamo e aspettare fino a settembre”, ha spiegato al Financial Times, sostenendo che un’ulteriore sforbiciata in questa fase probabilmente non avrebbe alcun effetto sull’attività economica. Anche la tedesca Isabel Schnabel ha avvertito all’inizio del mese che il conflitto commerciale potrebbe alimentare l’inflazione e limitare i margini di manovra della banca centrale, mentre il governatore belga Pierre Wunsch ha di recente invitato i colleghi ad essere pronti a tagliare i tassi “leggermente sotto” il 2% quest’anno.
Indizi incoraggianti, ma non decisivi, sono arrivati poi sul fronte della fiducia. Dopo due mesi di calo, a maggio l’indicatore del sentiment economico ESI misurato dalla Commissione europea è risalito sia nell’UE (+0,6 punti a 95.2) sia nell’Eurozona (+1,0 punti a 94,8). Anche quello delle aspettative di occupazione EEI è aumentato (rispettivamente +0,6 punti a 97,5 e +0,5 punti a 97,0), anche se entrambi gli indicatori registrano comunque punteggi ancora inferiori alle rispettive medie di lungo termine in entrambe le aree. Quanto infine all’incertezza economica, l’EUI è calato nel blocco di -1,9 punti a quota 18,5, grazie soprattutto alla riduzione del dato relativo ai consumatori riguardo alla loro futura situazione finanziaria.
Il dilemma della BCE
Martin Van Vliet, global macro strategist di Robeco, scommette su una riduzione di 25 punti base a giungo, ma fa notare come l’Eurotower si trovi al momento di fronte a un dilemma diverso. “Per ora, con tassi di politica monetaria non ancora espansivi, vi sono chiari motivi per continuare a tagliare. L’inflazione è scesa e la crescita rischia fortemente di risentire dell’incertezza sui dazi”, spiega. Tuttavia, guardando oltre i prossimi uno o due trimestri, per l’esperto la situazione potrebbe essere diversa. “Con l’avvicinarsi della fine dell’anno, il consistente stimolo fiscale annunciato dalla Germania e la spesa per la difesa potrebbero svolgere un ruolo più importante nel sostenere la crescita”, evidenzia. A quel punto, secondo Van Vliet la BCE potrebbe trovarsi di fronte a un compromesso tra l’attuazione di ulteriori stimoli monetari o il proseguimento degli stimoli fiscali. “Ne deriva che dopo la prossima settimana, qualsiasi ulteriore riduzione del costo del denaro dovrebbe essere meno meccanica”, osserva.
“Il mercato ha prezzato un tasso di deposito di circa l’1,75% a fine anno, il che implica due ulteriori tagli di 25 punti base. Riteniamo che ciò non sia lontano dal livello al quale i titoli a breve termine appaiono convenienti”, prosegue quindi l’esperto di Robeco. A suo parere, con il passare del tempo e dopo un taglio a giugno, il mercato continuerà probabilmente a ritenere possibili ulteriori allentamenti, mentre è più difficile immaginare uno scenario in cui venga prezzato un ritorno a una politica più restrittiva. “Nei prossimi mesi, riteniamo che i rischi siano orientati verso tassi inferiori a quelli attualmente prezzati. Dopo l’estate, però, la situazione potrebbe cambiare. A quel punto, un fattore positivo per la crescita potrebbe attirare maggiore attenzione: l’ampio stimolo fiscale tedesco”, avverte.
Irene Lauro, Eurozone economist di Schroders, punta l’attenzione soprattutto sui rischi per le prospettive di inflazione, che rimangono elevati data l’incertezza sui negoziati commerciali e sul loro impatto. “Se da un lato sono in gioco forze disinflazionistiche, dall’altro Isabel Schnabel ha sottolineato come i dazi statunitensi potrebbero esercitare pressioni al rialzo sui prezzi, a causa dell’impatto sulle catene di approvvigionamento, rendendo necessario che i tassi di policy rimangano vicini ai livelli attuali”, sottolinea. Per questo, l’esperta prevede un solo altro taglio a giugno, che porterà il tasso di deposito al 2%, “cioè a metà della fascia di neutralità stimata tra l’1,75% e il 2,25%”. “Ci aspettiamo che la BCE rimanga in attesa per tutto il nostro orizzonte di previsione. Le voci di un rialzo dei tassi nel 2026 sembrano premature, visto il rallentamento dell’inflazione e l’approccio fortemente dipendente dai dati in un contesto di incertezza”, conclude.
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