Nel 2025 i gestori prevedono una crescita degli AuM del 13,7%. Ma temono geopolitica e inflazione. Per il 79% l’intelligenza artificiale accelererà la crescita degli utili. La Wealth Industry Survey 2025 di Natixis IM
Negli ultimi cinque anni i wealth manager hanno messo a segno a livello globale una crescita degli asset in gestione pari al 20%. E per il 2025, nonostante i timori connessi a un contesto turbolento, le previsioni restano rosee: l’attesa è infatti di un ulteriore incremento del 13,7%. Sia i gatekeeper sia gli analisti sono però ben consapevoli che non sarà facile soddisfare le aspettative e le società stanno quindi mettendo in atto delle strategie: se per le proprie attività puntano sull’uso dell’intelligenza artificiale, per i portafogli dei clienti guardano sempre di più ai private asset. Il quadro emerge dalla Wealth Industry Survey 2025 di Natixis IM, che ha raccolto le opinioni di 520 professionisti dei maggiori gruppi del settore in venti Paesi.
Ottimisti sulle prospettive di mercato. Ma Trump fa paura
Il 73% dei wealth manager si dice ottimista sulle prospettive di mercato nel 2025, ma la volatilità del contesto macroeconomico resta sorvegliata speciale. Gli intervistati hanno infatti classificato i nuovi conflitti geopolitici come la principale preoccupazione economica (38%) davanti all’inflazione (37%), che il 74% teme possa rialzare la testa a causa delle politiche di Trump. Due terzi del campione prevedono poi solo tagli contenuti dei tassi d’interesse per la propria regione mentre tra i timori spiccano anche quelli per un’escalation delle guerre in corso (34%), per un peggioramento delle relazioni USA-Cina (34%) e per bolla del tech (27%).Nonostante tutto questo, e anche se i wealth manager stanno comunque valutando attentamente come le turbolenze internazionali e il persistente carovita possano ripercuotersi sul contesto macro, il 68% degli analisti dice che non modificherà le sue ipotesi di ritorno per l’anno in corso. La metà prevede in particolare uno scenario di soft landing per l’economia, con il sentiment più deciso a favore di uno scenario di questo tipo in Asia (68%) e negli Stati Uniti (58%): una percentuale che scende al 46% in Europa e ad appena il 37% nel Regno Unito. Inoltre, il 61% è preoccupato per le prospettive di stagflazione nel Vecchio Continente.
Clienti più disposti ad assumere rischi
Per quanto riguarda gli impatti specifici delle elezioni presidenziali del 2024 sulle prospettive economiche, due terzi del campione di dice preoccupato per la possibilità di una guerra commerciale. Tuttavia, i wealth manager vedono anche delle opportunità all’orizzonte: il 64% ritiene infatti che le modifiche normative proposte dall’amministrazione Trump stimoleranno lo sviluppo di strumenti d’investimento innovativi. Inoltre, per oltre il 60% i piani di riduzione delle tasse alimenteranno un rally di mercato duraturo. Tenendo conto di tutto questo, il 57% su scala globale afferma che i clienti sono complessivamente più disposti ad assumere rischi e modificare il ruolo della liquidità in portafoglio.
Per accelerare la crescita degli utili nei prossimi dieci anni, quasi quattro wealth manager su cinque (79%) guardano all’AI. Tanto che le società stanno cercando di sfruttare i vantaggi di questa nuova tecnologia in tre aree chiave: sfruttare il suo potenziale di investimento, impiegarla per migliorare il processo di investimento interno, utilizzarne gli strumenti per migliorare le operazioni commerciali e il servizio ai clienti. Il 69% afferma invece che l’intelligenza artificiale migliorerà la gestione del portafoglio aiutandoli a scoprire opportunità nascoste. E un altro 62% ne riconosce l’essenzialità come strumento per la valutazione dei rischi di mercato. In effetti, il potenziale è tale che per il 58% degli intervistati le aziende non in grado di integrare tale innovazione sono destinate a diventare obsolete.A questo proposito, più della metà dichiara di aver già implementato strumenti simili nel proprio processo di investimento: la più alta concentrazione di early adopter risulta trovarsi in Germania (72%), mentre Francia (69%) e Svizzera (64%) la seguono. Non solo. Per gli intervistati gli algoritmi avranno un impatto anche sul fronte dei servizi: più di tre quarti (77%) affermano che aiuteranno a raggiungere l’obiettivo di integrare una gamma più ampia di questi ultimi. Solo che la tecnologia può essere un’arma a doppio taglio: il 52% teme infatti che contribuisca a rendere la robo-advice una minaccia competitiva significativa.
Private asset nel mirino, ma c’è qualche ostacolo
Quanto ai clienti, i wealth manager stanno attingendo a una gamma più ampia di veicoli e asset class. E il divario nel mix dei portafogli tra titoli quotati (88%) e privati (12%) è destinato a ridursi, con quasi la metà (48%) dei professionisti secondo cui soddisfare la domanda di mercati privati da parte dei clienti sarà un fattore critico all’interno dei propri piani di crescita. Tuttavia, non è così semplice: oltre un quarto (26%) afferma infatti che l’accesso a questo universo rappresenta una minaccia per la propria attività. Anche se è vero che le nuove strutture di prodotto stanno contribuendo ad alleggerire la pressione, con quasi il 66% convinto che i veicoli di private asset con maggiori similitudini con il mondo retail contribuiscano a migliorare la diversificazione.
Marco Barindelli, country head Italy di Natixis IM
La prossima sfida sarà quindi l’educazione, dal momento che per il 42% la comprensione della liquidità da parte dei clienti può essere un ostacolo all’incorporazione degli asset privati. Di contro, l’illiquidità può giocare a favore di alcuni investitori: tre quarti dei gestori patrimoniali affermano infatti che la natura a lungo termine del risparmio previdenziale rende simili investimenti una strategia efficace. Complessivamente, il 92% prevede di aumentare (50%) o conservare (42%) la propria offerta di private credit e il 91% pensa che incrementerà (50%) o manterrà (41%) gli investimenti in private equity sulle proprie piattaforme. Pochi sono però convinti di un forte cambiamento in atto, poiché il 63% afferma che c’è ancora un delta significativo nei ritorni rispetto ai mercati pubblici. Il 69% evidenzia inoltre come, nonostante le valutazioni elevate, gli alternativi abbiano un buon valore nel lungo periodo. “La ricerca di diversificazione e decorrelazione è sempre più sentita e nell’attuale contesto le strutture di prodotto nell’ambito dei private asset consentono un accesso più puntuale e capillare anche per i segmenti di clientela oggi non esposti”, sottolinea Marco Barindelli, responsabile per l’Italia di Natixis IM. Per l’esperto, la volontà di investire su questa asset class è il denominatore comune di tutti gli intervistati ma il gap da colmare in Italia rispetto all’universo liquido è ancora più importante “e di conseguenza la velocità di implementazione dovrebbe essere più veloce”.
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