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Solo un terzo degli italiani ha un pensione integrativa e la domanda è destinata a salire sensibilmente. Ecco chi si è già mosso secondo Excellence Consulting
In Italia il problema previdenziale è destinato a farsi sempre più urgente. Secondo i calcoli di Moneyfarm, nel 2024 il rapporto tra spesa pensionistica e Pil, uno degli indici con cui si misura la sostenibilità del welfare, salirà al 16,2% dal 15,8% del 2023. Con ogni punto percentuale in più che equivale a circa 19 miliardi di euro l’anno. La situazione è talmente delicata che, per la prima volta dal 2011, la riforma delle pensioni ha riguardato anche i lavoratori più giovani, quelli che hanno iniziato a lavorare dal 1996. Inevitabile quindi che la previdenza integrativa, ancora poco diffusa nel nostro Paese, sia destinata a crescere fortemente nei prossimi anni. Un’espansione sui cui puntano sia il settore della bancassurance sia quello delle reti, con Generali e Mediolanum in testa.
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Previdenza, Generali e Mediolanum in prima linea
Secondo una ricerca di Excellence Consulting, che ha elaborato i dati di fine 2022 di Ania, Covip e Ivass, in Italia solo 9,4 milioni di lavoratori hanno una pensione integrativa. Appena un terzo del totale. Se i fondi pensione sono caratterizzati da una forte concentrazione, nella bancassurance è appunto Generali ad assecondare meglio la tendenza con 19 miliardi di euro di riserve previdenziali, pari al 25,8% del mercato. Una quota superiore di oltre cinque punti percentuali rispetto a quella delle riserve vita (20,7% del mercato), che ammontano a 148,3 miliardi.
Seguono Poste Vita (10,8 miliardi di riserve previdenziali pari al 14,7% del mercato rispetto ai 142,7 miliardi del vita pari al 19,9%) e Intesa Sanpaolo (8,4 miliardi ovvero l’11,4% contro i 136,5 miliardi e il 19,1%). Da segnalare anche Allianz (5,1 miliardi e 6,9% rispetto a 52,3 miliardi e 7,3%) e Unipolsai (7,1 miliardi e 9,7% contro 38,5 miliardi e 5,4%). Tra le banche reti di consulenti finanziari spicca invece Mediolanum, forte di 4,9 miliardi di riserve previdenziali, il 6,6% del mercato, contro i 24,8 miliardi del vita (3,5%).
I fondi pensione negoziali crescono di più
Passando al canale distributivo, gli esperti di Excellence Consulting rilevano che, dal 2021 al 2022, le forme pensionistiche complementari sono cresciute del 5,4% e riguardano 9,24 milioni di lavoratori. Lombardia e Lazio vantano le contribuzioni medie più elevate (rispettivamente 3.350 e 3.010 euro), mentre al terzo e quarto posto ci sono Emilia-Romagna (2.920) e Piemonte (2.810). A espandersi maggiormente, nei due anni osservati, sono stati i fondi pensione negoziali, che hanno visto aumentare i propri iscritti del 9,9% toccando quota 3,7 milioni. Seguono gli aperti (+6% per 1,79 milioni di lavoratori), i preesistenti (+4,4% e 65mila), i nuovi Pip (+2,4% e 3,53 milioni) e i vecchi Pip con 31mila iscritti.
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Fondi pensione italiani: un mercato molto concentrato
Quanto ai player, il mercato si conferma decisamente concentrato. I primi sette fondi pensione negoziali (Cometa, Fonchim, Fonte, Laborfonds, Fondenergia, Fondoposte, Fopen) raccolgono il 32% degli iscritti e il 59% del patrimonio (36.164 milioni contro i 61.101 totali del mercato). I migliori sette preesistenti (Previndai, Fondo pensione contribuzione definita Intesa Sanpaolo, Fondo pensione contribuzione definita Unicredit, Fondo “Mario Negri” Aziende commerciali/spedizione/trasporto, Previp, Bcc Fondo pensione, Previbank) totalizzano il 64% dei registrati e il 69% del capitale totale (38.534,8 milioni contro i 56.160 totali). I primi sette aperti (Arca, Intesa Sanpaolo Vita, Fideuram Vita, Amundi, Allianz, Azimut, Generali) vantano il 57% degli iscritti e il 59% del patrimonio (16.677,5 milioni contro 28.047 in totale). Infine, i sette piani individuali pensionistici in testa (Poste Vita, Generali, Alleanza Assicurazioni, Mediolanum, Allianz, Unipolsai, Gamalive) registrano il 76% degli iscritti e il 78% del denaro totale investito (35.626,4 milioni contro i 45.492,2 assoluti).
Maurizio Primanni, ceo di Excellence Consulting, ricorda che secondo la Ragioneria dello Stato nel periodo compreso tra 2020 e 2050 il tasso di sostituzione lordo della previdenza obbligatoria calerà dal 71,7% fino al 58,4% nel privato e toccherà quota 46,7% fra gli autonomi (dal 54,9%). Le forme previdenziali integrative nel nostro Paese, a fine 2022, rappresentavano però meno del 10% del Pil. Contro più del 100% del Regno Unito e oltre il 200% dei Paesi Bassi. “La nostra ricerca dimostra che se da un lato c’è consapevolezza, sia da parte dei lavoratori che dei distributori, delle grandi potenzialità di questo mercato, dall’altro c’è l’opportunità di accelerare nei processi di crescita per migliorare i modelli organizzativi e gli approcci commerciali”, sottolinea quindi Primanni.
Previdenza integrativa, i numeri in Italia
Come conferma l’indagine Moneyfarm, la previdenza integrativa in Italia è ancora appannaggio di pochissimi. Ad oggi solo 26 lavoratori su 100 stanno attivamente mettendo da parte dei risparmi in quest’ottica. E nel periodo 2007-2022 appena il 22% del Tfr è stato destinato a tali strumenti. Inoltre, a fine 2022, si sono registrati quasi 2,5 milioni di “silenti”, ossia persone che possiedono un fondo pensione ma che hanno smesso di versare. La ricerca ha elaborato un caso di studio su otto profili di uomini e donne italiani, pari a 3.182.376 abitanti (poco più del 5% della popolazione). Tali soggetti compiranno 30, 40, 50 e 60 anni nel corso del 2024 e andranno a riposo tra il 2031 e il 2062.
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Per quanto riguarda la pensione pubblica, per quel 53% di occupati in queste fasce d’età (rappresentativi di 1.694.007 lavoratori), la soglia di pensionamento va dai 65 anni e 6 mesi dei cinquantenni fino ai 68 dei trentenni. E la stima dei valori delle pensioni medie nette oscilla fra gli 881 euro delle donne cinquantenni e i 1.282 degli uomini sessantenni. Con una media complessiva di 1.125 euro netti al mese. I tassi di sostituzione percentuali cadono a picco per le nuove generazioni, passando dal 66% di coloro che oggi hanno 60 anni al 46% per le donne che compiranno 30 anni nel 2024.
Per quanto riguarda la pensione integrativa, tra i lavoratori occupati del campione (1.694.007), quelli con un fondo sono poco più di un terzo (35%), ovvero 595.862 iscritti, con un assegno integrativo medio ottenibile in futuro di 263 euro netti al mese. Per gli uomini è di 290 euro, per le donne di 235, con una forbice del 23%. I giovani di 30 anni che hanno già iniziato a contribuire potranno ottenere 432 euro netti al mese. Tuttavia, appena il 30% dei trentenni lavoratori e il 22% delle lavoratrici analizzati possiede oggi un fondo pensione.
Ne deriva che, sommando previdenza pubblica e complementare, dei 3.182.376 cittadini nati negli anni presi oggetto di indagine, solo il 19% ha un fondo pensione e potrebbe garantirsi complessivamente 1.387 euro netti al mese. Il 35% del campione non ne è dotato e dovrà quindi contare solo sulla pensione pubblica di 1.125 euro netti al mese. Un 7% di inoccupati potrebbe invece avere un fondo pensione, ma probabilmente ha smesso di versare. E il restante 39% potrà sostenersi solamente con assegni già in erogazione o altre forme assistenziali.
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