Per l’economista, il blocco dello stretto chiave per i flussi di greggio può causare uno shock energetico e generare inflazione. “In caso di stop prolungato, forte impatto sui Paesi importatori”. Con Roma in prima fila. Ma l’aumento dei tassi BCE non serve
Carlo Cottarelli, economista e direttore dell’Osservatorio Conti Pubblici Italiani dell’Università Cattolica del Sacro Cuore
La guerra in Medio Oriente ha riportato al centro dei mercati il rischio energetico e le possibili ricadute macroeconomiche, dopo anni di continui ribassi nel prezzo del petrolio. Mentre gli aggiornamenti si susseguono e l’ipotesi di un allargamento del conflitto diventa via via più concreta, con l’incursione delle forze israeliane in Libano e il presidente americano Donald Trump che ha richiesto l’intervento dei Paesi del Golfo, l’attenzione è infatti tutta puntata su quanto accade nello stretto di Hormuz. Un’eventuale chiusura a lungo termine del passaggio, snodo strategico per il commercio globale di petrolio, potrebbe infatti alimentare un nuovo shock sui prezzi dell’energia e produrre conseguenze non trascurabili sia sulla crescita che sull’inflazione. La redazione FocusRisparmio ha raggiunto Carlo Cottarelli, economista e direttore dell’Osservatorio Conti Pubblici Italiani dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, per capire quali siano i rischi concreti e cosa aspettarsi per l’Italia.
Quale impatto potrebbe avere sull’economia globale una chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz?
Se il passaggio rimanesse chiuso per più di qualche settimana, vedremmo probabilmente un ulteriore aumento dei prezzi degli idrocarburi. Finora il rialzo è stato infatti in qualche modo contenuto, probabilmente perché i mercati si aspettano che il blocco non duri molto. Anche sui mercati finanziari bisognerebbe attendersi a quel punto reazioni più accentuate, perché finora gli investitori si sono limitati a prezzare l’ipotesi di un’interruzione delle forniture di durata limitata. Ricordiamo che da Hormuz transitano tra i 20 e 21 milioni di barili al giorno di petrolio e derivati, una quota equivalente al 20% del consumo mondiale di greggio.
L’Europa è oggi più preparata ad affrontare una crisi energetica rispetto a quando scoppiò la guerra in Ucraina?
L’Europa attuale importa meno dalla Russia e molto di più dagli Stati Uniti. Ma la vera differenza la gioca il fatto che, negli ultimi anni, il contenuto di idrocarburi per unità di PIL si è ridotto: ciò significa che l’economia del Vecchio Continente è nel complesso meno dipendente dall’energia rispetto al passato. Detto questo, quello del greggio resta un mercato globale: quando il prezzo sale a livello internazionale, quindi, sale per tutti. Ciò implica che, se una quota relativamente limitata delle importazioni europee passa direttamente dallo Stretto di Hormuz, un aumento dei prezzi si trasmetterebbe comunque al sistema economico.
E l’Italia? Come siamo posizionati per fronteggiare un’emergenza di questo tipo?
Per un paese importatore con le nostre caratteristiche, uno shock simile avrebbe conseguenze rilevanti. A livelli di prezzo non troppo lontani da quelli attuali, il PIL potrebbe ridursi di circa un punto percentuale rispetto a uno scenario senza shock energetico. E, considerando che l’economia italiana cresce intorno allo 0,5%-0,7%, ciò significherebbe entrare in recessione. Anche l’inflazione risentirebbe dei rincari sul greggio: potrebbe arrivare intorno al 3%, di fatto raddoppiando rispetto all’attuale 1,5%. Ma se il rialzo si rivelasse ancora più forte, l’impatto recessivo e inflattivo sarebbe naturalmente ancora più marcato.
C’è anche un rischio relativo alla sostenibilità del debito?
Al momento non vedo uno scenario di particolare preoccupazione per i conti pubblici italiani: lo spread resta relativamente contenuto e non siamo in una situazione di tensione sui mercati. Su questo punto mi trovo quindi d’accordo con quanto ha detto il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, quando ha dichiarato che allo stato attuale non c’è motivo di allarmarsi per la sostenibilità del debito. Il problema potrebbe semmai emergere se lo shock energetico provocasse effettivamente una recessione: in quel caso il governo sarebbe probabilmente chiamato intervenire con misure di sostegno all’economia, come già accaduto in passato durante le crisi energetiche, dovendo attingere a nuove risorse o a ulteriore indebitamento.
Che cosa dovrebbe fare la Banca centrale europea in uno scenario di aumento dell’inflazione legato all’energia?
Sarebbe un errore alzare i tassi ora. Quello cui stiamo assistendo è infatti uno shock di offerta, sul quale la politica monetaria ha poco margine d’azione: i prezzi salgono perché l’offerta di petrolio si riduce, in altre parole, non perché c’è troppa domanda. Uno squilibrio che, peraltro, potrebbe benissimo risolversi entro alcune settimane nel caso in cui Hormuz venga riaperto. Un intervento sul costo denaro avrebbe senso solo se si innescasse una spirale inflazionistica più ampia, con effetti persistenti su salari e altri prezzi. Ma al momento non vedo questo rischio, nel contesto di pressioni recessive.
E negli Stati Uniti? Che prospettive vede per crescita e politica monetaria?
La crescita economica americana ha già rallentato: i dati rivisti sul PIL del quarto trimestre mostrano un’espansione più debole di quanto stimato inizialmente. E, anche correggendo per fattori particolari come la chiusura temporanea del governo federale, l’espansione annualizzata che ne risulta appare piuttosto bassa per gli standard degli Stati Uniti: circa l’1,7% contro il 3% che si registrava prima del ritorno di Trump alla Casa Bianca. Questa dinamica, unita a quanto già detto a proposito della BCE, dovrebbe scoraggiare anche un aumento dei tassi anche da parte della Federal Reserve.
C’è però un tema politico, con le elezioni di metà mandato sempre più vicine
È una partita che ruota in gran parte attorno al prezzo della benzina per gli automezzi, fattore storicamente molto attenzionato dall’opinione pubblica americana perché si tratta di rincari che colpiscono direttamente le famiglie. Se negli ultimi mesi il carburante era stato portato su livelli relativamente economici, ora i costi stanno salendo abbastanza rapidamente: nella media nazionale sono aumentati, in particolare, di circa il 20%. Con le elezioni che si avvicinano questo può diventare un problema politico importante.
Secondo lei Questo conflitto accelera la frammentazione geopolitica dell’economia globale? E i mercati, dopo anni di relativa calma sulla scena internazionale, stanno iniziando a incorporare un premio per il rischio geopolitico?
Negli ultimi anni alcune direzioni del commercio internazionale sono cambiate e si è visto un certo grado di frammentazione. Tuttavia, non parlerei della fine della globalizzazione: c’è probabilmente una riduzione dell’intensità degli scambi rispetto al passato, ma non ci sono segnali che si possa tornare a un mondo simile a quello di cinquant’anni fa. Quanto agli investitori, negli ultimi anni si è riscoperto che certi rischi geopolitici dati ormai per scomparsi possono tornare a essere rilevanti: il caso più evidente resta la rivalità tra Stati Uniti e Cina. Detto questo, i mercati non stanno certo prezzando scenari estremi come la possibilità di un nuovo conflitto globale ed è anche comprensibile.
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