Investimenti, gli italiani preferiscono fondi comuni e prodotti pensionistici agli ETF
Capital.com: il 41% si sente sopraffatto dalle informazioni finanziarie, meno della media Ue. E solo il 9% è “molto fiducioso” nell’investire in azioni
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La paura di investire è costata alle famiglie italiane ben 192 miliardi di euro nell’ultimo decennio. A tanto ammonta infatti il potenziale rendimento cui hanno rinunciato lasciando i loro soldi parcheggiati sul conto corrente. La stima arriva da una nuova ricerca di Invesco, realizzata insieme al Centre for Economics and Business Research, che ha analizzato il comportamento di 6mila persone nel nostro Paese, in Germania e nel Regno Unito, concludendo che non è più un problema di accessibilità a frenare i risparmiatori, ma la mancanza di fiducia nelle proprie capacità e nel sistema finanziario. Prova ne è che in Italia la figura del consulente risulta decisiva per iniziare a mettere a frutto il proprio gruzzolo.
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A livello complessivo, lo studio stima che le famiglie dei tre Paesi analizzati avrebbero potuto generare insieme circa 1.160 miliardi di euro di ricchezza aggiuntiva se avessero investito una quota dei propri risparmi. Se infatti avessero messo a frutto anche solo la metà di quanto accantonato ogni anno tra il 2015 e il 2025 in un portafoglio globalmente diversificato, oltre ai 192 miliardi degli italiani, ci sarebbero 526 miliardi di euro aggiuntivi dei tedeschi e 385 miliardi di sterline (442 miliardi di euro) degli inglesi. Anche in uno scenario più prudente, in cui fosse stato investito soltanto il 25% dei soldi, in totale le famiglie avrebbero comunque ottenuto 580 miliardi di euro aggiuntivi di ricchezza.
Il dato che forse più caratterizza i nostri connazionali non è però quello economico, ma quello comportamentale. I risparmiatori italiani risultano infatti più legati alla figura dell’advisor finanziario rispetto a inglesi e tedeschi: il 45% dichiara di affidarsi alla consulenza e per uno su quattro (25%) il supporto di un professionista è il fattore decisivo per passare dall’intenzione all’azione. Tuttavia, allo stesso tempo, siamo il Paese con la quota più alta di chi si dice completamente disinteressato a investire: il 32%, contro il 26% del Regno Unito e il 28% della Germania. Un dato che, secondo Invesco, segnala barriere comportamentali più profonde e radicate rispetto agli altri mercati europei. Tradotto in numeri concreti, per una famiglia tricolore media impiegare la metà degli accantonamenti annuali, anziché lasciarli in liquidità, avrebbe significato 7.200 euro di rendimento aggiuntivo nell’arco dei dieci anni presi in esame dallo studio.
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La fotografia tricolore si distingue nettamente da quella degli altri due mercati. Nel Regno Unito, dove l’interesse verso gli investimenti è il più alto (71%, contro il 67% tedesco e il 65% italiano), l’83% degli investitori gestisce già in autonomia almeno parte del proprio portafoglio e per il 40% di loro le piattaforme rappresentano la principale fonte di informazioni in merito. Resta tuttavia forte la percezione del rischio: il 42% ritiene che impiegare i propri soldi sia oggi troppo pericoloso. Una famiglia britannica media avrebbe potuto guadagnare nel decennio in esame 13.400 sterline in più investendo metà del proprio gruzzolo. In Germania prevale invece un approccio più pragmatico, che attribuisce grande valore alla semplicità e alla coerenza, ponendo maggiore enfasi sulla facilità d’uso nella scelta degli operatori finanziari (43%). I tedeschi sono anche i più propensi a indicare l’accessibilità economica come una barriera (18% contro il 15% medio). Secondo Invesco, il rendimento aggiuntivo potenziale per una famiglia teutonica media è stimabile in 12.700 euro.
Il rapporto ribalta quindi una narrazione consolidata nel settore del risparmio gestito. Per oltre dieci anni gli operatori si sono concentrati sull’abbattere le barriere di accesso agli investimenti, attraverso piattaforme digitali, ETF e procedure di apertura semplificate. Eppure, nonostante questi progressi, milioni di risparmiatori continuano a restare fermi. Il principale ostacolo non è infatti la mancanza di conoscenze o la disponibilità economica, ma la paura. Più della metà (53%) di quelli interessati afferma che il timore di perdere denaro impedisce loro di investire, una quota superiore sia a chi cita la mancanza di conoscenze finanziarie (40%) sia a chi ritiene di non avere abbastanza denaro (23%). Per gli operatori finanziari, viene sottolineato nello studio, affrontare l’avversione alle perdite potrebbe quindi “rappresentare un’opportunità di conversione maggiore rispetto alle iniziative di educazione finanziaria o alla riduzione degli importi minimi”.
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Altro aspetto cruciale da comprendere è poi che questa paura non cala, come si potrebbe pensare, all’aumentare della liquidità disponibile. Quasi la metà (49%) di chi detiene oltre 100mila sterline in contanti ammette infatti che il timore di perdere denaro gli impedisce di investire, contro il 36% di chi ne ha meno di 20mila. Ne deriva che per gli operatori le maggiori opportunità potrebbero annidarsi proprio tra i clienti più “liquidi”, che hanno la capacità economica di investire, ma necessitano di maggiori rassicurazioni. Per gli istituti finanziari, si legge nel report, le strategie di conversione dovrebbero quindi concentrarsi non solo sulle capacità e sulla disponibilità economica dei clienti, ma anche sull’affrontare le barriere comportamentali.
Per interpretare meglio tutti questi comportamenti, Invesco ha anche sviluppato un modello a due dimensioni, che incrocia la fiducia nelle proprie capacità decisionali con quella nel sistema finanziario nel suo complesso. Le due variabili, spiegano gli esperti, operano indipendentemente l’una dall’altra dando origine a quattro distinti profili di risparmiatori, anziché a un semplice continuum che va dalla fiducia alla scarsa fiducia. Alcuni sono sicuri di sé ma diffidenti verso mercati e istituzioni, altri invece si fidano del sistema ma dubitano delle proprie competenze. Altri ancora, poi, contano sia nel proprio giudizio che nel sistema, mentre c’è chi non confida né nell’uno né nell’altro. Insomma, secondo Sonia Bainbridge, head of Digital Distribution EMEA di Invesco, l’opportunità, oggi, non è quella di offrire un numero maggiore di prodotti, ma “creare esperienze che supportino le persone nel sentirsi sufficientemente sicure da agire”. “I servizi finanziari hanno fatto molta strada”, conclude l’head of EMEA Oliver Bilal, “ora dobbiamo aiutare un numero sempre maggiore di persone ad avere la fiducia necessaria per compiere il primo passo e credere di potercela fare”.
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