Investimenti, gli italiani preferiscono fondi comuni e prodotti pensionistici agli ETF
Capital.com: il 41% si sente sopraffatto dalle informazioni finanziarie, meno della media Ue. E solo il 9% è “molto fiducioso” nell’investire in azioni
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Quello del risparmio improduttivo non è un problema solo italiano: accomuna tutta l’Europa. Le famiglie del Vecchio Contente, infatti, detengono ancora il 40% del loro patrimonio finanziario in depositi bancari. Una percentuale in crescita rispetto al 37% del 2015 e inferiore solo al picco del 42% toccato nel 2022. Lo rivela un rapporto dell’Efama, l’associazione che rappresenta l’industria europea della gestione patrimoniale e dei fondi, secondo cui stanno però emergendo alcuni segnali di cambiamento, a partire dalla crescente propensione dei cittadini UE verso i fondi comuni.
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Di fatto, analizza lo studio, le famiglie europee stanno perdendo denaro. Ad esempio, tra il 2014 e il 2025, il costo opportunità di tenere 10.000 euro in depositi anziché investirli in fondi è stato di circa 5.131 euro. E il calcolo pesa ancora di più se si pensa che i tassi di sostituzione delle pensioni pubbliche (la percentuale del reddito pre-pensionamento che i cittadini possono aspettarsi di ricevere al momento dell’uscita dal lavoro) peggioreranno in molti Paesi. Si stima infatti che il coefficiente complessivo dell’UE dovrebbe scendere dal 46% del 2026 al 38% entro il 2070. “Ciò significa un crescente divario pensionistico che gli ex lavoratori dovranno colmare con i risparmi privati”, avvertono gli analisti di Efama.
Qualcosa sta però cambiando. Lo studio evidenzia infatti una lieve tendenza al rialzo negli investimenti delle famiglie in fondi comuni, che hanno raggiunto un massimo storico del 14% nel 2025. Merito del forte apprezzamento del mercato, che dal 2021 ha avuto un impatto sostanziale sulla crescita complessiva del patrimonio gestito in Europa. Negli ultimi anni, gli europei sono quindi diventati meno propensi a lasciare fermo il proprio gruzzolo. E la prova è che dopo il 2020 i depositi hanno rappresentato in media il 45% dei nuovi versamenti finanziari, contro il 60% del periodo 2015-2019.
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Il rapporto elenca quindi una serie di strumenti, da utilizzare “in combinazione”, in grado di sbloccare il risparmio e trasformare i cittadini europei in investitori: dalla progettazione dei piani pensionistici (compresa l’adesione automatica), ai conti di risparmio e investimento (SIA), fino agli incentivi fiscali, passando per l’alfabetizzazione finanziaria e la semplificazione delle procedure. “Non esiste una soluzione miracolosa, ma i Paesi che agiscono contemporaneamente su diverse di queste leve possono compiere progressi significativi, a prescindere dal loro punto di partenza”, assicura Dan Irwin-Brown, direttore di Market Insights, Data & Analytics di Efama. Attualmente, si legge nel report, solo cinque Paesi hanno in vigore un sistema di iscrizione automatica: gli altri, che al momento non dispongono di tali sistemi, hanno quindi ampi margini per futuri miglioramenti significativi. Inoltre, solo quattordici Stati hanno implementato le Valutazioni di Impatto Sociale (VIS), con la Polonia e la Slovenia che ne creeranno una nel corso del 2026 e un’altra prevista in Irlanda nel 2027. Guardando agli incentivi fiscali, “fondamentali per incoraggiare gli investimenti al dettaglio nei mercati dei capitali”, lo studio rileva che molti Stati membri sono restii a concederli a causa dell’elevato onere del debito pubblico, dimenticando che in questo modo si possono migliorare la riscossione delle imposte e le finanze pubbliche nel lungo periodo. Infine, i Paesi Bassi vantano il punteggio più alto del Continente in termini di alfabetizzazione finanziaria, cosa che, viene sottolineato, contribuisce a un livello inferiore di attività detenute in depositi. “Probabilmente, altri Paesi europei possono imparare molto dal loro esempio”, concludono gli esperti Efama.
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