Soglia a 500mila euro di patrimonio investito, 43 banker oggi e oltre 200 nel 2030, 18 miliardi di masse come traguardo. La banca olandese chiude il cerchio della banca universale ed entra nel mercato del wealth management
Matteo Pomoni, head of Private Banking, Wealth Management & Investments di ING Italia
“Siamo arrivati un po’ tardi a questa festa del private banking”, annuncia sorridendo Matteo Pomoni, head of Private Banking, Wealth Management & Investments di ING Italia, durante la presentazione ufficiale del nuovo servizio in conferenza stampa a Milano. Ma chi arriva in ritardo, aggiunge, deve almeno essere “vestito un po’ meglio degli altri”. L’abito scelto dalla banca olandese ha perciò tre fili conduttori: personalizzazione, eccellenza nel servizio e accesso al network internazionale. Ma anche un cartellino ben visibile: quello del prezzo. Il debutto arriva nell’anno in cui la banca festeggia i 25 anni di digital banking in Italia, e porta nel mondo dei patrimoni il modello “digital always, human when you need it”.
La trasparenza, poi, è la prima carta. In un mercato maturo (e affollato) come quello italiano, sostiene Pomoni, resta un elemento distintivo, perché “molto spesso i clienti non sanno quanto pagano e per cosa pagano”. ING promette una struttura dei costi chiara, che separi le componenti legate ai prodotti da quelle della piattaforma. Il servizio è riservato a chi ha almeno 500mila euro di patrimonio investito: una soglia che il manager presenta come più ambiziosa di quella in uso in Italia, dove il riferimento sono i “500mila euro investibili”. Ogni cliente avrà un private banker dedicato, da incontrare di persona, nelle lounge in apertura nei centri cittadini, o a distanza. A questo si affianca Linea Premier, un team di concierge per le esigenze che vanno oltre il portafoglio. La roadmap è comunque fitta: entro fine anno arriverà la piattaforma private markets con gli ELTIF in testa, nel 2027 nuove asset class in consulenza (i certificates sono un esempio). Poi c’è la consulenza olistica su fisco, immobili e successione tramite partnership con esperti, gestioni patrimoniali personalizzate del gruppo e lending esclusivo. In programma anche eventi di networking nei mercati europei dove ING è presente, per far incontrare clienti, esperti e banker del gruppo.
Il termometro dell’ambizione, spiega ancora Pomoni, è senza dubbio la rete. Si parte da 43 private banker cresciuti dentro il network dei consulenti finanziari ING, per superare quota 200 nel 2030. In parallelo l’obiettivo di 18 miliardi di masse gestite e amministrate, contro i 7 attuali, con almeno 200mila clienti investitori sulla piattaforma (oggi 120mila). Il piano combina la valorizzazione delle competenze interne con l’arrivo di banker esperti dal mercato, e punta anche sulla base clienti esistente, da accompagnare verso una gestione più articolata del patrimonio. Due poi le leve: far crescere i talenti in casa e reclutare sul mercato. Ai professionisti senior ING offre tre argomenti: contatti profilati, “decine di migliaia” ogni anno da sviluppare; una rete che è “probabilmente la più giovane d’Italia” e ha bisogno di mentor; una piattaforma che toglie tempo alla burocrazia.
Andrea Diamanti, ceo di ING Italia
Per Andrea Diamanti, ceo di ING Italia, è il tassello che completa il disegno. Dopo il business banking per le partite IVA, aperto a inizio anno, il private banking consente di “giocare un ruolo da banca universale” e di incrociare clienti e dati: l’imprenditore che oggi usa il business banking può diventare domani cliente private. Il tutto su una banca che, dice, cresce “tra i 10-50% anno su anno o anche più”, con depositi a 18,6 miliardi a giugno, impieghi oltre 21 e più di 1.300 dipendenti. Insomma “con il private banking acceleriamo ulteriormente sulla strada della crescita, mettendo le competenze e la solidità del gruppo internazionale al servizio dei clienti con esigenze patrimoniali più articolate”, sintetizza.
Le spalle larghe del gruppo
Sulla carta i numeri non mancano. In dieci mercati ING serve oltre 5 milioni di clienti investitori (in Italia 1,4) con più di 330 miliardi di patrimonio. Il private banking ne è un sottoinsieme: circa 89 miliardi per 75mila clienti, finora in Benelux e Polonia, che con Italia e Spagna diventano adesso sei mercati. A sostegno del momento, gli stessi manager citano l’analisi EY FS Insight, aggiornata a giugno 2026, che segna un +27% del patrimonio gestito in 12 mesi.
Cristina Mazzurana, chief investment strategy di ING
Il motore della nuova struttura girerà attorno al Global Investment Center, nato a settembre 2025: 210 esperti e oltre 100 miliardi di asset. In Italia lo gestisce il team di Cristina Mazzurana, chief investment strategy, arrivata lo scorso giugno. Quattro professionisti in tutto, ma “strettamente collegate e connesse” al centro, con il compito di adattare le soluzioni a fiscalità e preferenze locali. Al momento i prodotti in catalogo sono 1060, 12 i partners e una propensione per il tema ESG, come da Dna del gruppo. Mazzurana rivendica un dato: circa 45 miliardi dei 100 gestiti sono in gestioni patrimoniali discrezionali, una quota che nel private banking di solito “è molto più bassa”. E rassicura: “non ci stiamo improvvisando. Il profilo internazionale del team”, aggiunge, “conta in un Paese sempre più meta di persone non italiane che hanno bisogno di gente che sia anche internazionale”.
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