Decarbonizzazione, il grande investimento dei prossimi decenni
Secondo Mario Noera, docente di Finanza all’Università Bocconi, la sfida sarà accompagnare il cambiamento con strumenti finanziari più efficaci e investitori più consapevoli
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La moda a basso costo ha un elevato impatto ambientale. Basti pensare che si tratta di una delle industrie più inquinanti al mondo. Ogni anno si vendono circa 100 miliardi di articoli di abbigliamento, ovvero circa il 50% in più rispetto al 2006, principalmente a causa dell’avvento del “fast fashion”, cioè capi d’abbigliamento all’ultima moda e a basso costo.
Tra l’altro, oggi il settore emette più CO2 dell’industria aeronautica e di quella navale messe insieme, e usa 79 miliardi di metri cubi di acqua dolce all’anno, senza contare l’inquinamento idrico causato dalla produzione delle materie prime e dei tessuti. Ecco allora che le grandi e piccole case di moda hanno iniziato ad abbracciare un nuovo modello di business e di investimento avviando la transizione a un modello circolare.
Un percorso fotografato in questo momento da molti investitori che vogliono continuare a investire nella moda, ma in modo eco e green, e fotografato nel primo report del Monitor for Circular Fashion di Sda Bocconi School of Management. Lo studio ha messo in luce che, nell’ambito della moda prêt-à-porter, si registra: una produzione annuale di 4.000-5.000 milioni di tonnellate di CO2 (circa l’8-10% delle emissioni globali); 190.000 tonnellate di microplastiche rilasciate negli oceani; si causa il 20% della contaminazione industriale dell’acqua in tutto il mondo e si produce un totale di 92.000 tonnellate annue di rifiuti tessili (tra cui rientrano anche i capi di abbigliamento invenduti).
Una situazione molto delicata su cui, tra l’altro, il Covid-19 non ha avuto un effetto positivo se non quello di avviare un generico cambio di abitudini dei consumatori che ha almeno riportato l’attenzione sulla sostenibilità degli acquisti.
Nell’ambito delle attività del Monitor for Circular Fashion, sono state individuate le tecnologie su cui investire maggiormente per accelerare la transizione dal modello lineare a quello circolare: le tecnologie per la tracciabilità (blockchain, RFID e AI) e per i processi circolari (piattaforme online e automazione), applicabili nell’ambito del design, della lavorazione ultima dei prodotti e della gestione di fine vita del prodotto.
L’applicazione di queste tecnologie, tuttavia, vede ancora alcune criticità, come la mancanza di un contesto regolatorio definito. Secondo il report le azioni più urgenti riguardano l’individuazione, da parte delle aziende, di KPI per misurare la sostenibilità e il coinvolgimento di clienti e fornitori nelle iniziative a favore della circolarità. In una seconda fase si potrà passare agli investimenti in ricerca e sviluppo e alla collaborazione con le istituzioni per garantire la tracciabilità della filiera. Tutto questo andrà in ogni caso a migliorare la reputazione del brand.
Nel contesto della transizione fashion è emerso inoltre il ruolo chiave dell’abbigliamento di seconda mano. L’ espansione del mercato del riutilizzo e dei capi di seconda mano è destinata a offrire agli investitori un’incredibile opportunità: secondo le proiezioni, dovrebbe raddoppiare nei prossimi cinque anni, arrivando a quota 77 miliardi di dollari, ed entro il 2030 potrebbe raggiungere volumi doppi rispetto al fast fashion.
Secondo Andrea Carzana, gestore azionario europeo di Columbia Threadneedle Investments, tra gli attori che sono stati capaci di identificare e cogliere questa opportunità troviamo in primi Zalando, società di e-commerce nel campo della moda e del lifestyle. “L’azienda si prefigge di integrare la sostenibilità e i principi dell’economia circolare nella sua strategia, con l’obiettivo di diventare una piattaforma del fashion a impatto netto positivo. La società dovrebbe trarre vantaggio dalla crescente convergenza delle preferenze dei consumatori verso prodotti più sostenibili e un sistema incentrato sulla rivendita. Puntando molto sulla promozione della circolarità, Zalando si è prefissata di allungare la vita utile di almeno 50 milioni di prodotti e generare il 25% del volume lordo di merce da prodotti più sostenibili entro il 2023, in rialzo rispetto al 16% del 2020”.
A tale scopo, la società ha introdotto un sistema basato su categorie e filtri per individuare i prodotti più sostenibili sulla sua piattaforma, permettendo ai consumatori di selezionare articoli di una serie di brand attenti a temi quali materiali ecosostenibili, salvaguardia delle risorse idriche e benessere dei lavoratori. “Per promuovere la circolarità, Zalando – spiega ancora Carzana – offre ai clienti la possibilità di acquistare e vendere capi di seconda mano su Zircle, la sua piattaforma proprietaria, e acquista indumenti usati direttamente dai suoi clienti attraverso l’iniziativa Pre-Owned”.
Tra gli altri casi, “la società di e-commerce Etsy ha sborsato 1,6 miliardi di dollari per Depop, app britannica incentrata sull’abbigliamento di seconda mano, il cui bacino di utenti è composto per il 90% da giovani con meno di 26 anni. H&M ha acquistato una partecipazione del 70% in Sellpy, piattaforma dell’usato orientata alla sostenibilità, e intende espandersi su 20 nuovi mercati nell’ambito di una forte spinta internazionale. COS, controllata di H&M, ha lanciato una piattaforma di rivendita digitale chiamata Resell, che consentirà la rivendita da consumatore a consumatore di articoli COS. Vinted, piattaforma europea di rivendita di indumenti online, ha raccolto 250 milioni di euro nel suo ultimo round di investimento e attualmente la sua valutazione è pari a 3,5 miliardi di euro. Persino la conglomerata del lusso Kering è coinvolta, con l’acquisizione di una partecipazione del 5% in Vestiaire Collective, piattaforma di rivendita peer-to-peer di moda di lusso. Un’altra mossa capace di innescare la transizione strutturale nel consumo di moda è il lancio della collezione di sneaker Nike usate e dell’iniziativa pilota Nike Refurbished, incentrata sulla rivendita”.
Secondo Ubp, è ora di investire in una moda meno “fast” e più giusta. Rupert Welchman, portfolio manager impact equities di Union Bancaire Privée (UBP) ha messo in luce il ruolo di primo piano del settore finanziario che “si comprende proprio alla luce dell’importanza dell’innovazione tecnologica. Gli investimenti sono il link in grado di convertire iniziative sporadiche in un cambiamento strutturale. Incanalando i capitali verso le aziende innovative a impatto che cercano soluzioni nuove e impegnandosi direttamente con loro per promuovere la collaborazione attraverso l’intera supply chain, gli investitori possono sommare tutti questi sforzi e rendere possibile un cambiamento nell’industria della moda”.
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