Per la head of sustainability, il mercato sta premiando strategie più selettive e credibili. La revisione della SFDR può aumentare la trasparenza, mentre la crescita di AI e data center sta creando nuovi driver per energia pulita, reti e stoccaggio. Tra i temi ancora sottovalutati, spicca l’adattamento climatico
Kate Naumova, head of Sustainability di Ark Invest Europe
Gli investimenti sostenibili stanno attraversando una fase di maturazione. Dopo anni di crescita trainata dalle etichette ESG, gli investitori chiedono infatti maggiore trasparenza insieme a strategie più focalizzate e una chiara capacità di generare valore nel lungo periodo. Uno scenario nel quale la revisione della SFDR, il ritorno di interesse per il clean energy e la crescente domanda energetica legata alla diffusione dell’intelligenza artificiale stanno ridisegnando il panorama delle opportunità. Ne parla Kate Naumova, head of Sustainability di Ark Invest Europe.
Dopo anni di forte attenzione ai temi ESG, l’investimento sostenibile sembra entrare in una fase più selettiva e orientata ai fondamentali. Qual è il cambiamento più importante che osservate oggi?
È in corso un salutare riassetto. La domanda non è scomparsa, ma è diventata più selettiva. Ci si sta allontanando dai prodotti più generici e di ampio respiro per orientarsi verso strategie caratterizzate da una maggiore convinzione, un’esposizione tematica più chiara e una maggiore rilevanza economica a lungo termine. Il risultato è un mercato più disciplinato e, in definitiva, più credibile. Gli investitori non si accontentano più delle sole dichiarazioni di sostenibilità: vogliono capire se una soluzione presenta un’esposizione convincente, rigore a livello di valutazioni e un percorso chiaro per diventare rilevante anche in termini di utili. Ciò pone inoltre maggiore enfasi sulla qualità del processo di investimento, riguardo fattori come la rilevanza dal punto di vista tematico della società presenti nel fondo e la solidità della metodologia o anche la capacità del gestore di spiegare chiaramente perché ciascuna azienda fa parte del portafoglio.
La revisione della SFDR (Sustainable Finance Disclosure Regulation) sta cambiando il modo di classificare i prodotti sostenibili. Stiamo andando verso un mercato più trasparente o più complesso per gli investitori?
Più trasparente, ma il risultato dipenderà dalla chiarezza con cui il quadro SFDR rivisto sarà sia concepito sia comunicato e applicato. Uno dei principali punti deboli dell’attuale regime è che gli articoli 8 e 9, pensati come categorie di disclosure, sono diventati di fatto delle etichette sul mercato. Ciò ha creato confusione tra gli investitori e ha reso più difficile distinguere tra quali fondi hanno un’integrazione ESG limitata e quali perseguono strategie di transizione credibili e obiettivi di sostenibilità misurabili. La formalizzazione di un nuovo regime con categorie di prodotti più chiare dovrebbe quindi essere positiva, in particolare se contribuisce a garantire che solo le dichiarazioni di sostenibilità legittime siano incluse in tali categorie. Tuttavia, la trasparenza non deriverà dalle sole etichette: la Commissione europea dovrà fornire orientamenti chiari e tempestivi su definizioni e approcci di misurazione, compreso il modo in cui gli investimenti sostenibili dovrebbero essere valutati. In caso contrario, vi è il rischio che le nuove categorie sostituiscano semplicemente le vecchie ambiguità e portino a un’ulteriore erosione della fiducia degli investitori.
Se in passato il nome del fondo era spesso uno dei primi elementi considerati dagli investitori, quali aspetti dovrebbero valutare oggi per comprendere la solidità di una strategia legata alla transizione climatica?
La domanda più rilevante oggi è se la strategia abbia un legame chiaro, trasparente ed economicamente fondato con la transizione climatica. Tutto parte dall’intenzionalità. Il fondo dovrebbe avere un obiettivo di sostenibilità chiaramente definito e questo dovrebbe essere integrato nella metodologia utilizzata per valutare gli investimenti, non aggiunto a posteriori attraverso un linguaggio di marketing. Gli investitori dovrebbero quindi valutare l’esposizione economica: se le società in portafoglio generano ricavi significativi da prodotti e servizi che sostengono o rendono possibile la transizione climatica, anziché svolgere solo un ruolo marginale. Una strategia solida dovrebbe inoltre rendere noto il proprio quadro di classificazione, insieme ad altre informazioni che vanno dai criteri di ammissibilità alle esclusioni fino alle fonti dei dati e alle soglie, di modo che si possa comprendere perché ciascuna azienda sia idonea all’inclusione. Ciò è particolarmente importante nell’investimento tematico, dove la credibilità dipende dalla qualità della tassonomia sottostante. Infine, andrebbe considerata la redditività finanziaria: un prodotto sostenibile può avere un obiettivo forte, ma dovrebbe anche avere la capacità di generare rendimenti.
Nel vostro osservatorio, gli ETF tematici dedicati al clean energy hanno recentemente mostrato un ritorno di interesse da parte degli investitori. Quali fattori stanno guidando questa dinamica?
Le valutazioni sono solo una parte del quadro: dopo diversi anni di sottoperformance, molte società del settore hanno subito forti riduzioni di valore e creato punti di ingresso potenzialmente più interessanti per gli investitori a lungo termine. Tuttavia, il fattore trainante maggiore è il mutamento del contesto della domanda. Con l’accelerazione della costruzione di data center per l’intelligenza artificiale, la richiesta di elettricità sta infatti assumendo un ruolo sempre più centrale e ciò sta accelerando un più ampio superciclo infrastrutturale in tutto il sistema energetico: non solo la produzione di rinnovabili ma anche lo stoccaggio, la trasmissione, le apparecchiature di rete, l’elettronica di potenza, l’efficienza energetica e le tecnologie di raffreddamento. Un cambiamento importante perché l’opportunità di usare fonti naturali non riguarda più solo la sostituzione della produzione di combustibili fossili: si tratta sempre più di costruire il sistema energetico necessario per un’economia più elettrificata, digitale e ad alta intensità. Anche la sicurezza è fondamentale, con i governi e le aziende considerano sempre più l’energia pulita nazionale come una risorsa strategica.
La crescente domanda energetica legata ad AI e data center può diventare uno dei grandi driver di lungo periodo per la transizione climatica e per le opportunità di investimento?
Sì. L’IA e i data center sono già diventati un importante motore della transizione climatica poiché stanno creando una nuova fonte di domanda strutturale di energia elettrica. L’opportunità principale consiste nell’utilizzare questa crescita per accelerare gli investimenti in infrastrutture energetiche più pulite, affidabili e scalabili. Tale entità della richiesta sta già fungendo da catalizzatore lungo tutta la catena del valore della transizione climatica. In tal senso, l’IA sta ampliando il caso di investimento nell’energia pulita dalla sola decarbonizzazione alla disponibilità energetica, alla resilienza e alla capacità infrastrutturale. Ciò è particolarmente importante perché l’economia digitale potrà crescere solo se il sistema energetico sottostante sarà in grado di crescere con essa. L’opportunità risiede quindi non solo nell’IA stessa, ma nelle infrastrutture necessarie per alimentarla in modo sostenibile. L’energia pulita, le reti e lo stoccaggio possono diventare fattori strategici per la crescita digitale, la competitività economica e la sicurezza energetica, non solo soluzioni ambientali.
Negli investimenti legati alla transizione climatica, quali temi o segmenti ritiene ancora sottovalutati dal mercato?
L’adattamento climatico è, a mio avviso, uno degli aspetti più trascurati della transizione climatica. L’attenzione degli investitori si è sempre concentrata principalmente sulla mitigazione: energie rinnovabili, veicoli elettrici, idrogeno e riduzione delle emissioni di carbonio. Ma gli impatti del climate change si stanno già concretizzando, creando una seconda esigenza di investimento: aiutare le economie ad adattarsi all’aumento delle temperature, allo stress idrico, alle inondazioni, agli incendi boschivi e a condizioni meteorologiche più instabili. Il deficit di finanziamenti per l’adattamento rimane ampio, circostanza che suggerisce quanto sia ancora strutturalmente sottofinanziato e sottovalutato dai mercati dei capitali. Per gli investitori, l’opportunità non risiede solo nelle soluzioni climatiche più ovvie ma nelle infrastrutture di resilienza: efficienza idrica, protezione dalle inondazioni, rafforzamento della rete elettrica, tecnologie di raffreddamento, agricoltura di precisione, analisi assicurativa, monitoraggio ambientale e materiali da costruzione resilienti. L’adattamento non è una nicchia difensiva. Man mano che i rischi fisici diventano più visibili, le aziende che favoriscono la resistenza potrebbero beneficiare di una domanda persistente e non discrezionale da parte di governi e servizi pubblici ma anche assicuratori e famiglie.
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