Itinerari Previdenziali: continuano ad aumentare gli enti pensionistici, le fondazioni bancarie e le assicurazioni che investono in modo etico. Per oltre la metà, è sostenibile più del 75% del patrimonio
Gianmaria Fragassi, responsabile relazioni commerciali e istituzionali di Itinerari Previdenziali
La volatilità dei mercati e le turbolenze geopolitiche non fermano l’impegno in materia di sostenibilità degli investitori istituzionali italiani. Quasi tre su cinque (59%) adottano infatti politiche di investimento ESG e quasi la metà di chi ancora non lo fa ne ha almeno discusso in ottica futura. È quanto certifica l’ottava survey annuale del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, che rileva un miglioramento rispetto a quando era il 57% ad integrare i criteri ambientali sociali e di governance nei portafogli, evidenziando come l’acquisto di prodotti sostenibili riguardi anche una quota consistente di chi ancora non aderisce ‘formalmente’ alla finanza SRI. “Un risultato non così scontato alla luce del contesto globale”, sottolinea ilcuratore del Quaderno di Approfondimento in cui è contenuta la ricerca Gianmaria Fragassi, che a questo proposito cita tre fattori: incertezze normative, il riposizionamento USA sul tema, l’acuirsi della distanza tra obiettivi sostenibili e necessità geopolitiche.
Continua ad aumentare l’impegno ESG degli istituzionali
Quest’anno l’indagine ha coinvolto 133 enti (dai 131 del 2025), per un totale patrimoniale al netto delle compagnie di assicurazione di oltre 287 miliardi di euro, pari a circa il 92,6% dei patrimoni finanziari totali degli investitori previdenziali e fondazionali italiani. Il dato più rilevante è che, dopo la leggera flessione registrata nel 2023 e nel 2024, il numero di istituzionali a rispondere positivamente alla domanda cruciale della survey sull’adozione di una politica di investimento sostenibile continua a salire: sono 79 su 133. Non solo: tra i 54 ‘no’, ben 21 (41%) ne hanno comunque discusso in cda con l’intenzione di implementarla in futuro. Un dato che, viene sottolineato nello studio, suggerisce la concreta prospettiva di arrivare a sfiorare il 90% di ‘aderenti alla finanza SRI’ entro qualche anno. Solo sette enti su 133 non hanno mai discusso la questione, mentre 16 l’hanno fatto ma hanno scelto di non procedere. Tra questi ultimi, quattro motivano la decisione con la scarsa competitività dei rendimenti offerti mentre l’argomento costi non è stato menzionato da nessuno.
Per oltre la metà è ESG tra il 75% e il 100% del patrimonio
Se si guarda alla quota di patrimonio cui vengono applicate le politiche ESG, l’opzione più votata per il settimo anno consecutivo (52% contro 47% del 2025) è quella relativa a una percentuale compresa tra il 75% e il 100%. Quanto alla durata di applicazione, salgono dal 26% al 30% gli investitori sostenibili di lungo corso (da oltre 5 anni). Si confermano poi in linea con le precedenti rilevazioni gli obiettivi e le motivazioni principali. Seppure in calo all’82% (dal 93% del 2025), in testa resta infatti la volontà di contribuire allo sviluppo sostenibile. Seguono poi ragioni di natura più tecnica, come quella legata alla mitigazione dei rischi in portafoglio, scelta dal 61% dei rispondenti. Scende dal 18% al 16% la percentuale di quanti puntano a ottenere migliori rendimenti finanziari, mentre resta stabile al terzo posto (49%) il miglioramento della reputazione dell’ente. Interessante infine che nel campo aperto “altro” diversi intervistati dichiarino l’intento di “coniugare l’impatto socio-ambientale con un congruo ritorno”.
Sul versante opposto, la difficile misurabilità di impatti e performance viene citata dal 52% come una delle principali barriere. A incidere sono sia la mancanza di una definizione univoca di sostenibilità (46%) sia una normativa ancora in divenire, di cui il 42% dei rispondenti lamenta la scarsa chiarezza. Sopra il 30%, tra le motivazioni più citate, emergono anche gli elevati costi in termini di risorse e tempo necessari a sostenere politiche ESG-compliant e le difficoltà nel reperire dati e metriche di riferimento. “I risultati della survey non descrivono uno slancio impetuoso verso la finanza SRI ma un atteggiamento ponderato e maturo da parte della platea istituzionale”, osserva Fragassi. D’altro canto, nel valutare gli effetti delle politiche sostenibili, solo il 6% palesa benefici effettivi in termini di performance. L’impatto positivo sul fronte della diversificazione del rischio è richiamato invece dal 48%, in deciso calo rispetto al 70% del 2025. Sale quindi al primo posto tra gli effetti maggiormente riscontrati una risposta di matrice non finanziaria: il miglioramento della reputazione, scelta dal 60%.
Esclusioni e best in class preferite
Passando alle strategie utilizzate e alle modalità con cui i criteri ESG vengono applicati, al primo posto si posizionano per l’ottavo anno consecutivo le esclusioni (64%). Seguono best in class (39%) ed engagement che, con il 30% delle preferenze, scalza dal podio le convenzioni internazionali (28%). Ottengono infine rispettivamente il 27% e il 26% gli investimenti tematici e l’impact investing, di scarso appeal soprattutto tra i fondi pensione ma piuttosto diffuso tra le Fondazioni di origine bancaria. Più nel dettaglio, in linea con le precedenti edizioni, le esclusioni riguardano non solo il gioco d’azzardo (56%) e la pornografia (56%) o il tabacco (50%) ma anche e soprattutto prodotti collegati al mercato delle armi (91%): una percentuale che solleva spunti di riflessione sul ruolo degli istituzionali nel finanziamento del piano Readiness 2030. Proprio in scia alle crescenti tensioni geopolitiche e al protrarsi dei conflitti in Ucraina e Medio Oriente, l’indagine ha introdotto anche alcune domande finalizzate ad approfondire il rapporto tra investimenti etici e armamenti. “Solo il 26% esclude tutte le tecnologie militari”, precisa Fragassi, “a fronte di una maggioranza del 36% che considera vietate solo quelle previste dalla legge 220/2021.
Se per il 34% dei rispondenti sono tabù le sole armi non convenzionali, vale a dire quelle controverse e nucleari, il 10% di quanti escludono queste tecnologie lo fa in ottemperanza al PAI 14 e quindi in con riferimento alle sole armi controverse, che vanno delle mine antiuomo alle munizioni a grappolo fino ad armi chimiche o biologiche e alle munizioni a uranio impoverito. A domanda diretta sul piano Readiness 2030, la maggior parte (83%) non ha intenzione di rivedere la propria politica di investimento mentre il 12% ha in previsione di farlo e il 5% risponde di averlo già fatto. Tornando alle strategie di attuazione, se sul versante delle convenzioni internazionali svetta il Global Compact dell’Onu, indicato dal 65% e seguito da UNPRI con il 57%, per quanto concerne la strategia best in class, l’attenzione verso la tutela dell’ambiente raccoglie la prima posizione grazie alla riduzione delle emissioni di anidride carbonica (al 69%, in aumento di 9 punti). Al secondo posto si posizionano a pari merito, con il 44%, efficienza energetica e rispetto dei diritti umani.
Futuro all’insegna della sostenibilità
Quanto al futuro, l’evoluzione continua a mostrarsi positiva. Malgrado il clima di raffreddamento globale che gli investimenti sostenibili stanno affrontando, il 55% ha infatti intenzione di incrementare la propria esposizione a strumenti e strategie ESG. Ad attirare l’attenzione sono soprattutto le esclusioni (66%), seguite da investimenti tematici (49%) e impact investing (39%). Tra i settori di maggior interesse spiccano invece le energie rinnovabili, ancora in prima posizione nonostante il forte calo delle preferenze raccolte (dal 77% al 48%), davanti a social housing (28%) e intelligenza artificiale (21%). Da segnalare anche l’elevato numero di risposte raccolte dall’opzione “altro”, nella quale gli intervistati indicano comparti che spaziano dall’economia circolare all’agrifood.
A incidere sulle prospettive della finanza SRI sono però anche le sorti ancora piuttosto incerte della normativa. Il 26% degli investitori istituzionali non ha oggi in portafoglio fondi articolo 8 o 9, percentuale analoga a quanti invece detengono solo fondi articolo 8 e da raffrontare con il 49% di chi ha in portafoglio comparti o mandati che rispondono a entrambe le categorie. Se solo il 33% prende in considerazione i PAI, ancora meno (26%) sono quelli che misurano le emissioni Scope per calcolare il rischio climatico e l’impatto ambientale degli investimenti. “Emerge una certa lentezza nel processo di adeguamento a nuove procedure”, rimarca Fragassi, sottolineando come la causa principale sia proprio una legislazione complessa e ancora in via di definizione. Tuttavia, la situazione appare in miglioramento: si dimezza ad esempio la percentuale di enti che giudica insufficiente la propria conoscenza della regolamentazione di riferimento, dal 18% del 2025 al 9%. Se sul fronte opposto il 7% definisce le proprie competenze ottime, il grosso del campione preferisce collocarsi su posizioni meno estreme e valuta la propria preparazione sufficiente (45%) oppure buona (39%). Nonostante questo, tre su quattro (75%) hanno intenzione di avviare percorsi di formazione interna. D’altra parte, solo nel 27% dei casi realtà simili dispongono di una figura o di un team interno dedicato alla gestione dei processi ESG. Di di qui la consapevolezza di dover acquisire knowhow, attraverso la formazione o ricorrendo a risorse esterne come advisor specializzati. Quasi il 46% dichiara non a caso di demandare in toto all’esterno la gestione degli investimenti etici.
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